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Come eravamo – La morte e il funerale

di Lucia Amicarelli [1] 

funerale candela nel buio

Durante il periodo della malattia non si tralasciano le cure mediche, ma si praticano con fiducia anche quelle cure empiriche che rappresentano il tradizionale patrimonio scientifico del popolo, e si ricorre spesso agli stregoni, come ho già accennato; e, per quel fenomeno diffusissimo tra il volgo, che accomuna religione e superstizione[3], accanto alle pratiche del culto (invocazioni a Dio e ai santi, rosari e novene alla Vergine, voti) si esercitano anche quelle operazioni magiche ri­tenute idonee ad allontanare il male. Quando ogni speranza è perduta e l’ammalato entra in agonia, si accendono nella sua camera le candele benedette nel giorno della Candelora, per alleviare l’agonia del morente. Intanto la casa si vien a mano a mano popolando di parenti ed amici; tutti camminano a passi felpati e parlano con voce sommessa per non disturbare l’agonizzante e gli spiriti dei defunti che, secondo l’opinione popo­lare, sfilano accanto al letto, in attesa di accompagnare l’anima che sono venuti a prendere[4].

I familiari spesso si allontanano dalla camera del morente ove restano solo poche donne, per lo più estranee alla casa, a recitare le preghiere per gli agonizzanti, mentre la campana della parrocchia suona a suspəraziéunə. A queste donne incombe il compito di togliere anelli, catenine, ed altri oggetti d’oro al morto dopo che è spirato, di chiudergli gli occhi, di lavare e vestire il cadavere, di legargli strettamente sotto al mento un fazzoletto, prima che sopravvenga la rigidità cadaverica, affinché non resti con la bocca aperta, di aprire la finestra, perché lo spirito possa subito salire al cielo. Tale usanza, di spalancare la finestra, diffusissima in tutti i paesi d’Abruzzo deve certo risalire a tempi remo­tissimi, se, come afferma il Pansa, essa é comune anche in Francia, in Germania, in Inghilterra[5]. Ad Agnone si ritiene anche che quando l’anima si separa dal corpo, una stella si stacca dal firmamento e precipita nel vuoto. Così pure si ritiene che le stelle cadenti che si vedono attraversare alcune volte il cielo, siano anime che trasvolino lo spazio per salire dal purgatorio al paradiso. Se, nel preciso istante in cui la stella fende la volta celeste, si riesce ad esprimere un desiderio, esso sarà appagato.

Molta attenzione si pone ad abbassare bene le palpebre del morto, specie se giovane, poiché è opinione diffusa che, se gli occhi restano aperti, il morto chiamerà dietro di sé, entro breve volgere di tempo altre sette persone del paese della sua stessa età. La tradizione appare un po’ diversa da come la riferisce il De Nino: «Se gli occhi non furono ben chiusi al morto ei chiamerà altre persone della stessa fami­glia a seguirlo»[6]. In effetti essa si riferisce solo ad al­cuni paesi d’Abruzzo, così come é riportata dal De Nino, mentre nelle località abruzzesi confinanti col Molise, coincide esattamente con la credenza agnonese.

É curioso constatare come la cura pietosa di lavare ed ab­bigliare il morto, ad Agnone, ancora oggi, sia affidata a gente del tutto estranea, mentre in quasi tutti i paesi vicini sono i familiari che assolvono il pietoso ufficio, nell’intento di tributare allo scomparso un’ultima testimonianza di affetto e di devozione. Per vestire i morti si usano quasi sem­pre abiti scuri, mai usati per le donne che per consuetudine, giunte ad una certa età, preparano tutto ciò che può loro servire in caso di decesso. Se non c’è già tutto pronto, i familiari stessi, con l’aggravarsi del male, provvedono a far preparare biancheria e vestito. Per gli uomini, in genere, non si confeziona un abito nuovo, ma si adopera il miglior vesti­to che hanno, anch’esso possibilmente oscuro. Le scarpe, però, sono sempre nuove, e così pure il cappello che vien posto ai piedi del morto. In molti casi, sia per gli uomini che, per le donne, si aggiungono i guanti. Le nubili di età giovanile e le donne sposate da poco sono abbigliate in abito bianco da sposa, e circondate di fiori bianchi, uso che in altri paesi è seguito anche per la nubile di età avanzata; a Celenza sul Trigno le si pone nelle mani una palma argentea.

Anche i bambini sono vestiti di bianco e fiori bianchi si pongono intorno al cadaverino, e sul capo una coroncina di fiori d’arancio. Fino a qualche anno fa, la rigidità tragica della morte era resa ancora più impressionante dalla posizione delle braccia, stese ben aderenti ai fianchi; solo di recente è prevalsa la tendenza a porre le mani giunte, sul petto. Tra le mani viene intrecciata una corona, sul petto si pone un crocifisso e talvolta anche un libro da messa.

La cura che si pone a vestire il morto, dipende dalla credenza, diffusa tra il volgo, che intreccia motivi superstiziosi a quelli religiosi, secondo cui l’altra vita è in tutto simile alla vita terrena; ragione per cui il concetto cristiano dell’anima immortale, puro spirito che sopravviverà al corpo, non riesce a liberarsi, nella fantasia popolare, di una rappresentazione che ha qualcosa di corporeo, e pertanto si ri­tiene che l’anima sia soggetta alle stesse necessità materiali a cui sottostà il corpo.

«Si crede, dice il De Nino, che come uno si seppellisce, così ricomparirà nel giudizio universale»[7].

La suaccennata concezione della vita ultramondana, spiega anche perché, in alcune località dell’Abruzzo persiste ancora l’uso di porre nella bara alcuni oggetti cari al defunto, o che gli erano necessari in vita, o persino, (uso diffuso ad esempio a Torrebruna) cibi vari. A Celenza sul Trigno l’ultima cura affettuosa della mamma che perde un bambino, consiste nel porre accanto al morticino i giocattoli che gli erano più cari.

Di origine ugualmente remota, che risale almeno al tempo del paganesimo greco-romano è l’altra usanza di porre tra le mani o nella tasca del morto qualche moneta, che gli occorrerà per pagare il traghetto del fiume Giordano. É chiaro in questo caso come la vecchia tradizione, derivata dal culto pagano, abbia subito una leggera trasformazione e il fiume acheronteo degli antichi si sia trasformato nel fiume biblico. Alcuni, oltre alla moneta, pongono un pezzo di pane da buttare al cane. «Quale cane?» ho chiesto. «Non so, il cane», mi è stato risposto. È ancora una reminiscenza classica, ma il popolo non sa, a quali lontani origini si riallaccia la credenza. Dell’usan­za di porre monete nella bara fanno fede sia il De Nino[8] che il Finamore[9], ma nessuno dei due accenna all’altra relativa al cane infernale. Eppure ho potuto constatare personalmente della diffusione di entrambe in territorio abruzzese e precisamente a Celenza, Torrebruna, Guardiabruna, Castiglione Messer Marino. Ad Agnone l’uso è limitato solo tra quei contadini che vivono in campagna, in case isolate, ma va rapida­mente scomparendo anche qui.

Abbigliato il morto, si provvede a preparare la camera ardente. Svuotata una camera di tutti i mobili, le pareti vengono interamente ricoperte di drappi neri con frange dorate; al centro della camera si pone la bara, in modo che i piedi del morto siano volti verso la porta. Ai quattro lati, su grossi candelabri di ottone, ardono, per tutta la notte, i ceri. Anche il portone di casa é coperto con un identico drappo nero a fran­ge dorate. Intorno al morto, fino a tarda notte; restano i parenti, in prevalenza donne, mentre gli uomini si riuniscono in una stanza accanto. La notte, però, i familiari lasciano la camera ardente e si concedono qualche ora di riposo, perché lo spirito del morto non avrebbe pace e non potrebbe un’ultima volta vagare per la casa, se vedesse i congiunti stemperarsi nel pianto, sopraffatti dal dolore. Intorno al cadavere, per la veglia funebre, restano a recitare preghiere amiche di fa­miglia e alcune beghine. Il giorno successivo hanno luogo i funerali[10].

Il dolore, manifestato fin qui con compostezza e col ritegno che il popolo agnonese rivela in tutte le circostanze, esplode con impeto al primo lugubre rintocco di campana e diventa addirittura violento all’apparire dei sacerdoti salmodianti e dei fratelli delle confraternite religiose, tragiche figure in ampie e lunghe tuniche, col capo chiuso in un cappuccio nero a cono, attraverso cui, da due fori praticati sul davanti, traluce il luccicare degli occhi. La visione ha qualche cosa di macabro, che contribuisce ad acuire lo spasimo ed a rende­re più violenta l’esplosione del dolore dei familiari che si gettano con impeto sul morto per dargli gli ultimi baci e tentano di ritardare l’attimo in cui il martello calerà con col­po secco sulla bara per inchiodarne il coperchio. Infine il feretro viene sollevato e il corteo si dispone ad avviarsi pri­ma in chiesa e successivamente al cimitero. Per artigiani e contadini il trasporto viene effettuato da amici, gente della stessa condizione sociale del morto; quando muore un profes­sionista operai e contadini alle dipendenze della famiglia, o comunque ad essa legati da un qualsiasi vincolo, si offrono spontaneamente per il trasporto. É rarissimo il caso in cui si debba assoldare gente per quest’ufficio. Gli amici più in­timi e qualche persona di maggior riguardo reggono, durante il tragitto, i sei cardoni rossi ai due lati lunghi della bara. Fino a pochi anni addietro, ad Agnone, i congiunti più prossimi del morto non potevano seguire il feretro, perché la cosa sarebbe stata considerata segno di poco riguardo verso il morto; solo il giorno successivo, passando per le vie nascoste, si recavano al cimitero per l’inumazione del cadavere. Ora  invece tutte le persone di famiglia accompagnano il morto sino all’ultima dimora.

Il corteo procede con molta compostezza. Dietro la bara si dispongono i parenti più prossimi, seguono poi le corone e infine, in due gruppi separati, avanti le donne e dietro gli uomini.

Spesso alcune donne intonano preghiere, a cui tutte le altre rispondono a voce piuttosto sommessa. Durante il passaggio del corteo funebre per le vie del paese, si abbassano le sa­racinesche e si chiudono tutte le porte dei negozi, in segno di rispetto.

Ad Agnone l’uso del pianto dietro la bara è scomparso certa­mente da moltissimo tempo, poiché sia mia zia, sia il Rev. Marinelli che ho interrogati in proposito, non ne ricordano e­sempi, almeno fin dove giunge la loro memoria. La consuetudine, invece, é ancora in vita a Celenza ed a Torrebruna. Qui sono i parenti più prossimi, la mamma, la moglie o le sorel­le che cantano le lodi del morto con parole quasi sempre identiche, salvo qualche leggera variante per adattare il compianto ad ogni singolo caso. Talvolta si alternano nel pian­to due o più persone. É sconosciuto però l’uso di donne prezzolate che eseguano il canto funebre tradizionale.

Giunte alle ultime case del paese, non appena s’imbocca la strada che mena al cimitero, il corteo si scioglie, la bara viene caricata sul carro funebre, e solo pochi intimi accompagnano i familiari al camposanto.

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Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli[1] e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2], il quale, nell’ introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi.


[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[3] [N.d.C.] Per una indagine approfondita sull’antropologia della morte e del lutto v. A. M. Di Nola, La nera signora, Roma, Newton Compton Editori, 2005 (ed. or. 1995).
[4] G. Finamore, Tradizioni . . ., cit., p. 84.
[5] G. Pansa, op. cit., vol. I, p. 73.
[6] A. De Nino, op. cit., vol. II, p. 239.
[7] Ibid.
[8] Ivi, p. 240.
[9] G. Finamore, Tradizioni . . ., cit., p. 87.
[10] [N.d.C.] Cfr. S. Galasso, op. cit., pp. 48-50.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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