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Com’eravamo… La gestazione

di Lucia Amicarelli

Gestazione
Gestazione 

La gioia più intima e più santa in ogni famiglia, in tutte le epoche e presso tutte le genti, è l’annunzio di una vita che si schiude. Nell’attesa dell’evento, che pare sempre troppo lunga, in famiglia s’incominciano già a far progetti per il piccolo che verrà e la mamma, con intensa com-mozione, pensa all’esserino che stringerà tra le braccia. Sarà maschio o femmina? Ed ecco incominciano i pronostici, da parte dei famigliari ed estranei, per indovinare il sesso del nascituro. L’uso più comune, è il seguente: si pone ad asciugare in luogo molto caldo, quasi sempre alla catena del camino, l’osso del pollo a forma di forcella[1], che trovasi tra il collo e lo sterno. Quando la forcella è ben secca, due persone ne afferrano le estremità e tirano contemporaneamente, in modo da spezzarla in due parti; se alla parte designata per il pronostico resta attaccato anche l’ingrossamento superiore, nascerà un maschio, in caso contrario nascerà una femmina.

Durante il periodo della gestazione la donna non viene mai perduta d’occhio, e continuano le previsioni. Se la forma del ventre è a punta, verrà alla luce una bambina, se è tondeggiante, un bambino. Grandi riguardi non si usano alla donna in stato interessante; anche il divieto di partecipare ad alcuni lavori, per e­sempio all’insaccamento della carne del maiale, deriva non dalla premura per le particolari condizioni della gestante, ma dalla credenza popolare che la carne insaccata dalla donna incinta si guasti.

Però i familiari si sforzano di appagare ogni suo desiderio per ciò che riguarda l’alimentazione, perché si teme che il bambino, in caso contrario, nasca deturpato da qualche voglia, in quanto, la voglia è del bambino. Si ritiene  che una voglia inappagata possa portare un arresto della gra­vidanza. Per tale motivo, ogni volta che una donna in stato interessante entra in una casa, le si offre un po’ di tutto ciò che è in vista, anche perché, se ciò non si facesse o se, peg­gio ancora, si opponesse un diniego ad una sua richiesta, la donna opererebbe un sortilegio e farebbe crescere una protuberanza fastidiosissima alle palpebre, che rende l’occhio cisposo e che chiamano l’ugljaruól«. Il Finamore afferma che in alcuni paesi dell’Abruzzo, per operare tale sortilegio, é necessario che la donna alzi un lembo del suo grembiule[2]; ad Agnone invece si ritiene più comunemente che il maleficio sia operato dalla donna incinta senza alcuna intenzione e pertanto senza accompagnamento di gesti.

Deve essere inoltre cura della donna allontanare lo sguardo da tutto ciò che è sgradevole alla vista e indu­giare invece nell’ammirazione di belle immagini, se vuole che il proprio piccino sia bello. Alcune donne, durante tutto il periodo della gestazione, rive­stono letteralmente le pareti di casa con cartoline e immagini a stampa riproducenti bimbi belli e paffuti.

Altra precauzione da osservare è quella di non soffermarsi a beffeggiare persone che abbiano un aspetto reso repulsivo da voglie, o che ab-biano il labbro leporino o che siano affette da qualche deformità (zoppi, ciechi ecc.) questo per evitare che il piccolo nasca con gli stessi difetti, giacché, si dice, ru gabbə cògljə[3].

Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo, il quale, nell’introduzione, seppur a grandi linee, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi.

Il lavoro della Amicarelli ha per temi: il ciclo dell’uomo (secondo cui la vita dell’individuo si svolge in una successione di tappe che vanno dalla nascita alla morte); il ciclo dell’anno o delle feste; le arti popolari: legno, oro, bronzo e rame per cui Agnone, nel corso dei secoli, si è sempre distinta. 

Il lavoro di Michele Di Ciero offre proverbi, cantilene, filastrocche, alcuni rimedi di medicina popolare, usi e credenze e cantilene religiose.

[1] [N.d.C.] v. M. Catolino, op. cit., p. 16.
[2] G. Finamore, Tradizioni popolari abruzzesi, Torino, Carlo Clausen Editore, 1894, p. 59.
[3] [N.d.C.] Un proverbio ancora in uso recita: Ru gabbə cògljə la gasctàjma nò, il farsi gabbo di qualcuno prima o poi si sconta, mentre la bestemmia non sempre coglie nel segno.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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