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Com’eravamo di Lucia Amicarelli. Carnevale con Bbuchə Bbuchə, Pegnjéata, Zeppole, Scarpelle, ….e Quaresima

Questo articolo è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone” di Lucia Amicarelli[1] e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato  dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2], il quale, nell’ introduzione, ha voluto accennare alla storia dell’antropologia culturale e fare il punto sui contributi folklorici e di lingua dialettale riguardanti Agnone dalla fine dell’Ottocento ad oggi.

 Carnevale Contadino

«È carnevale: nei pomeriggi domenicali, qualche maschera percorre ancora le vie del paese; raccorcia le vesti sul fango e scopre i pantaloni inzaccherati. É seguita da uno stuolo schiamazzante di monelli. Nelle case i parenti si riuniscono per saggiare le fresche salsicce pendenti dalle pertiche nelle cucine affumicate».[3]

Così, in breve, il Cirese traccia un quadro delle usanze del carnevale, che abbraccia un lungo periodo dedicato, oltre che a divertimenti di vario genere, anche a scorpacciate di mac­cheroni alla chitarra, di salsiccia e carne di maiale.

Fino a qualche anno prima dell’ultima guerra, i giovani, durante tutto il periodo compreso tra il 17 gennaio e il giorno delle ceneri, specie nelle domeniche, si abbandonavano, con vera passione, ai più svariati divertimenti: balli, giochi con le carte e mascherate. Ora, dopo l’ango-scioso periodo bellico, la spensieratezza e l’allegria di un tempo, sembrano sparite. Le rumorose schiere di giovanotti in maschera, che cantavano canzoni gioiose, si lanciavano motti arguti, improvvisavano lotte a corpo a corpo e inventavano marachelle di ogni genere a danno dei passanti, che si soffermavano a guardare divertiti, non animano più le vie del paese e, anche nel periodo di carnevale, la vita scorre in una, uniforme, piatta monotonia. Solo negli ultimi tre giorni, specie nella domenica e nel martedì grasso sembra rivivere un poco dell’antico brio.

In qualche paese d’Abruzzo, (Torrebruna, Celenza) viene considerato giorno festivo anche il sabato, chiamato sabato scrəppəllàrə, perché tutte le famiglie, nel pomeriggio, pongono al fuoco le grosse padelle piene d’olio per friggere le scrəppèllə, pasta lievitata, più morbida di quella del pane, allungata a bastoncini e dopo la frittura, cosparsa abbondantemente di zucchero. Ad Agnone, per Carnevale, il dolce di rito è invece costituito dalle zeppole ripiene di cre­ma, che vengono  preparate anche nelle sette domeniche della Quaresima e nel giorno di San Giuseppe.

L’ultimo giorno di carnevale[4] la festa ha inizio nel pomeriggio, dopo che la gran quantità di vino ingurgitato con l’abbondante cibo dispone gli animi ad una più sentita allegria. Come ho già detto, però, le maschere ora sono piuttosto rare; i giovani contadini preferiscono riunirsi nelle cantine e bere ancora, o ballare in casa di amici; quelli di famiglie borghesi si occupano invece dei preparativi per il gran ballo della sera. I soli a mascherarsi sono i bambini. Di tanto in tanto se ne vedono alcuni, in gruppo, conciati in maniera grottesca, col viso tinto di fuliggine ed una giacca del pa­dre[5]; portano un tamburello con cui accompagnano balli e can­ti ad ogni sosta in casa di conoscenti. Le bambine, invece, agghindate amorosamente dalle mamme con pittoreschi costumi rievocanti quasi sempre la moda d’altri tempi, sono molto più aggraziate e, accompagnate da qualche persona di famiglia, passeggiano per il corso, luogo di convegno, e piene di viva­cità lanciano coriandoli sui passanti e intrecciano stelle filanti con le altre mascherine che incontrano lungo il cammino.

carnevale di una voltaMolto più caratteristica e divertente era la festa fino ad una ventina d’anni fa, quando era ancora in uso il carro che portava in trionfo carnevale, un enorme fantoccio pieno di segatura, con un pancione smisurato, circondato da riproduzioni in cartone di prosciutti, salsicce, caciocavalli, polli. Il carro, montato da maschere, in mezzo alle quali troneggiava in posa grottesca il pupazzo coronato da re, era seguito da altre maschere, recanti gli strumenti musicali, e da una schiera urlante di monelli. Tra canti, suoni, risa e schiamazzi, attraversava tutte le vie del paese, e su di esso, dalle finestre e dai balconi gremiti di gente, piovevano coriandoli e stelle filanti. Di tanto in tanto c’era una sosta sotto qualche balcone a cui erano affacciate giovanette e per esse le maschere intonavano qualche canzone burlesca. A sera si giungeva alla fonte, una specie di piazza all’estremità del corso chiamata così perché ivi fu istallata la prima fontana pubblica. Qui il corteo si fermava e tutti si disponevano intorno al carro su cui le maschere che lo montavano iniziavano il processo a Carnevale, che infine veniva condannato a morte.  Prima dell’esecuzione, Carnevale faceva testamento, e poiché  a Carnevale ogni scherzo vale, si facevano dire al fantoccio le cose più impensate e più offensive sul conto di chiunque. Particolarmente bersagliati erano i mariti traditi, le persone poco oneste negli affari, i professionisti scarsamente abili nell’esercizio del proprio lavoro, le persone notoriamente conosciute per ghiotte e dedite al bere, ecc. Di solito una maschera, posta alle spalle di Carnevale, talvolta anche di fronte, facendo un gesto significativo, le corna, il gesto del rubare, ecc., domandava: «A chi lasci questo?» Un’altra maschera, al fianco del Carnevale rispondeva con un nome, cosa che faceva volgere tutti gli sguardi sulla persona nominata, se presente e che sempre suscitava commenti e ilarità. Generalmente, chi veniva preso di mira, se non voleva essere tacciato di poco spirito, faceva buon viso a cattivo gioco e, sia pure contro voglia, atteggiava la bocca ad un sorriso agrodolce, salvo poi a vendicarsi della beffa in altra sede e in altra epoca.

Suppongo che, dall’uso del testamento di Carnevale, tragga origine un gioco, detto appunto il testamento in uso tra i bambini ed ancora più tra giovani per lo scioglimento di pegni. La persona, che fa testamento, bendata o con la testa sul grembo di qualche compagno di gioco risponde alla domanda «a chi lasci questo?» che accompagna un gesto. Anche col gioco si cerca di creare talvolta qualche situazione imbarazzante, che solo lo spirito di chi fa testamento riesce a risolvere più o meno brillantemente. A quanto mi è stato assicurato il gioco era praticato anche in tempi lontani e nulla vieta di pensare che, ispirato all’uso del testamento di carnevale, sia stato praticato quando esso era ancora in vita. Tale gioco è conosciuto anche in alcuni paesi limitrofi come Celenza sul Trigno e Torrebruna, ove tuttavia è scomparso anche nei più anziani il ricordo del rito carnevalesco. Dopo che Carnevale aveva fatto testamento, si provvedeva all’esecuzione. Si accendeva un gran mucchio di paglia nel centro della piazza e vi si buttava sopra, perché ardesse, Carnevale già trafitto da una spada. Intorno le maschere, atteggiando il viso a buffe espressioni di dolore e fingendo di strapparsi i capelli, cantavano il lamento funebre:

Carnəvàlə, pəcché sci muórtə
la nzalàta tənivə all’uórtə
ru prəsuttə tənivə appìsə,
Carnəvàle, pòzz’èssə  mbisə.

A volte il Carnevale anziché essere incendiato, veniva precipitato da un’alta rupe, sita all’estremità opposta della Fonte e designata col nome di Ripa.

Gli studiosi del folklore considerano concordemente i riti del Carnevale una sopravvivenza del rito del capro espiatorio comune delle antiche religioni e in uso presso i primitivi[6]. L’uso, accolto e serbato dai Romani nelle feste dei Saturnali durante le quali veniva ucciso il re dei Saturnali[7] è giunto sino ai nostri tempi, e viene ancora in alcuni posti ripetuto con l’uccisione del fantoccio personificante il Car­nevale. Ma il popolo non ha coscienza del primitivo significato della cerimonia e si diverte al testamento, che dà luogo a battute ed a situazioni alcune volte esilaranti, e considera la burlesca condanna semplicemente sotto l’aspetto umoristico.

La consuetudine della condanna di Carnevale è sparita da vari anni anche in quasi tutti i paesi vicini ad Agnone. A Celenza ed a Torrebruna è abitudine invece, nelle domeniche di Carnevale e nel martedì grasso, girare fino a tardi per il paese, cantando e accompagnandosi con un rudimentale strumento caratteristico dei nostri paesi, chiamato bbufù in Molise, bbuchə bbuchə in Abruzzo. Esso è formato da una fascia circolare, preferibilmente di legno, ricoperta, da una parte con una pelle di ovino, ben tesa, e legata molto stretta. Al cen­tro della pelle è praticato un buco, attraverso cui si fa scorrere una canna verde, che produce un suono cavernoso. I giovani in comitiva, girano per il paese e sostano in più case o­ve, dopo un allegro coro, ricevono salsiccia, salame, formaggio e vino in abbondanza.

QuaresimaL’allegria si spegne all’improvviso quando, a mezzanotte, le campane con lenti rintocchi, annunziano l’inizio della Quaresima[8]. Il popolo agnonese, amante delle personificazioni, la immagina come una vecchia alta, stecchita, arcigna, vestita di nero e col capo coperto che viene ad imporre un periodo di penitenza, come espiazione dei peccati commessi durante le orge del Carnevale. In tempi antichi, specie nelle case dei contadini, si appendeva, in cucina, pres­so il camino la piccola quaresima, un fantoccio nero, accanto al quale si ponevano una sarda salata e una  cipolla con sette penne di gallina, se ne toglieva una ogni domenica; l’ultima spariva la mattina del sabato santo, insieme col fantoccio[9]. La pupattola serviva a ricordare a grandi e piccini che durante la quaresima bisognava astenersi dal mangiar carne e grassi animali; l’uso é ora scomparso, ma permane il detto ammonitore che durante la quaresima il pranzo deve essere costituito da nu pjèttə də fafə ammóllə, na cəpólla e na sàr­da salàta[10].

Infatti solo nella domenica si mangiava di grasso e ci si permetteva almeno una volta nel periodo quaresimale, perfino il lusso del dolce tradizionale, le zeppole, uso vigente tuttora, sebbene l’astinenza non sia più rigorosa come in passato. Infatti una domenica per ciascuno, gli abitanti delle sette parrocchie agnonesi fanno le zeppole e ne mandano un ricco piatto ai parenti ed agli amici dimoranti nelle altre parrocchie, che quando giunge il loro turno, ricambiano il dono. L’ordine seguito per la manipolazione delle zeppole è indicato dalla seguente filastrocca:

Sand« March« fa la zìta
Sand« Piétr« la marìta
Sand’Amich« fa l« nòzz«
San Bbiàs« s« rósc«ca l’òssa
Sand« N«chéula còpr« l« crìuc«
Sand« Mìddi« dà la pàlma
Sand’Andògn« s« màgna la carn«[11].

Per una festicciola intima si riuniscono giovanotti e ragazze nella seconda o nella terza domenica di quaresima; è que­sta la festa de la pegnjéata. In una sosta del ballo i convenuti pongono al centro della sala una pignatta di terracotta piena di caramelle e cioccolatini. I giovani bendati, a turno con un bastone cercano di colpirla. Colui che vi riesce si appropria del contenuto, che poi, nel corso della festa, divide tra i partecipanti.



[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[3] E. Cirese, op. cit.,  p. 75.
[4] [N.d.C.] Cfr. D. Meo, Le feste . . ., cit.,  pp. 27-32.
[5] [N.d.C.] v. foto, M. Catolino, op. cit., p. 75.
[6] P. Toschi, Il folklore . . ., cit.,  p. 64.
[7] G. Pansa, op. cit., vol. II, pag. 122.
[8] [N.d.C.] Cfr. D. Meo, Le feste . . ., cit.,  pp. 41-49.
[9] [N.d.C.] Cfr. C. Carlomagno, Agnone . . ., cit., p. 14;  M. Catolino, op. cit.,  p. 92.
[10] Particolare che mi ha detto mia zia.
[11] [N.d.C.] La Amicarelli aveva erroneamente riportato questa filastrocca: San-d« March« tutt« callarjéar«, Sand« Piétr« tutt« scarpjéar«, Sand’Amìch« tutt« arg«ndiér«, San Bbiàse tutt« urt«ljéan«, Sand« Nechéula tutt« s«gnìur«, Sand« Middj« tutt« sctr«jìun«, Sand’Andògn« tutt« cafìun« che, invece, serve a identificare la collocazione, in base al ceto sociale o alla professione, degli agnonesi nelle singole parrocchie.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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