Com’ eravamo di Lucia Amicarelli: La Pasqua

0
1077

Questo articolo di Lucia Amicarelli [1] è tratto da libro “Tradizioni popolari di Agnone”  della stessa Lucia Amicarelli  e “Folklore di Agnone” di Michele Di Ciero, libro curato e valorizzato dallo studioso molisano di tradizioni popolari Domenico Meo[2].

domenica delle palme 1
domenica delle palme

Le cerimonie religiose che preludono alla solennità della Pasqua hanno inizio una settimana avanti la domenica delle Palme[3], primo giorno di un ciclo festivo che si chiude il lunedì successivo alla Pasqua. La domenica delle Palme, prima che la messa abbia inizio, uno stuolo di bambini si dispone ai piedi dell’altare con grandi fasci di palme, che il sacerdote benedice. Alla fine della messa le donne tornano a casa e il loro primo pensiero è quello di legare alla spalliera del letto la palma benedetta, in sostituzione di quella dell’anno precedente, secca e impolverata, che bruciano recitando una preghiera. I giovani fidanzati, invece, attendono che la chiesa si svuoti per recarsi in sacrestia a ritirare una palma, preparata appositamente per loro, alla quale sospenderanno i doni da inviare alla fidanzata. Qualcuno, ancora oggi, acquista e fa benedire una palma d’argento, mantenendosi fedele al costume dei vecchi tempi. Altre palme meno vistose ma pure ornate di fiori di carta dai colori vivaci, sono ammucchiate in un cestino; nel pomeriggio il sagrestano ne porterà una in ogni casa della parrocchia, e riceverà in cambio danaro, uova, o altri doni. Le palme vengono scambiate in gran numero tra parenti ed amici come augurio di perenne concordia; se ne mandano a persone con cui si è in lite e, se la palma viene accettata, ci si rappacifica. L’uso, riferito anche dal De Nino, è diffuso in quasi tutti i paesi della zona[4], e ricorre anche tra fidanzati che per un qualsiasi motivo abbiano bisticciato. La pace ristabilita tra i fidanzati assume un carattere quasi solenne, per il rinnovarsi della promessa oltre che tra i giovani, anche tra le famiglie, che subito si scambiano la visita di pacificazione.

Cucuruozze-2
chəchəruózze

Il giorno successivo già tutte le famiglie si preparano per la prossima festa e impastano in gran copia panettoni e chəchəruózze, ciambelle di pasta dolce lievitata su cui si dispongono simmetricamente alcune uova ricoper­te di due sottili strisce di pasta, incrociate. Nelle case dove sono bambini, non si manca di preparare pupe, per le femminucce e cavallucci ed altri animali, che spesso assumono forme bizzarre nelle mani delle estrose massaie, per i maschietti.

Nel giorno di Pasqua i bambini porteranno in chiesa il loro dolce e, solo dopo aver ascoltato la messa, potranno incomin­ciare a mangiarlo; nei giorni precedenti si son dovuti limitare a guardarlo con gli occhi pieni di desiderio e con l’acquolina in bocca.

Anche le giovanette, che la domenica delle Palme hanno ricevuto dal fidanzato la palma col dono e un agnellino vivo, tutto bianco, ben pulito e infiocchettato di rosso (una donna lo porta alla fidanzata entro un canestro scoperto, perché tutti possono ammirarlo), si divertono a manipolare dolci per il fidanzato. Abbondano quelli a forma di cuore con su scritte varie. Tali dolci accompagneranno il canestro, riccamente fornito, che la fidanzata invierà alla famiglia del promesso sposo il giovedì santo. A Torrebruna il dolce di rito che la fidanzata offre ai futuri parenti è la pigna ciambella di pasta di mandorle guarnita di uova. La ragazza ne fa una per ciascun membro della famiglia; la più grande è per il fidanzato che, mangiatane metà, rimanda l’altra metà alla futura sposa[5]. Fino a qualche anno addietro tra i doni pasquali, la ragazza poneva sempre un fazzoletto su cui aveva ricamato a punto a croce ingenue e calde espressioni d’amore, simili a quelle che molti ricamano ancora sulle lenzuola del corredo (tesoro mio, amore, ricordati di me, sempre uniti, ecc.). L’uso, scomparso ad Agnone, è ancora vivo in altri paesi d’Abruzzo come Schiavi d’Abruzzo e Torrebruna.

fiadoni-salati-e1426610690719
ru sciadàunə

Altro impasto caratteristico dei nostri paesi è ru sciadàunə (fiadone), che può essere sia rustico che dolce, a seconda che venga condito con sale e pepe o con zucchero e cannella. Il composto è costituito da un impasto di uova frullate e di formaggio fre­sco grattugiato che, posto su una sfoglia di pasta e coper­to di sottili strisce di pasta vien cotto al forno. Il formaggio, perché il fiadone risulti eccellente, deve essere ngəreàtə cioè deve aver perduto tutto il siero ed aver formato alla superficie una patina giallastra appena percettibile. Il fiadone vien preparato quasi sempre il giovedì o il venerdì perché altrimenti perderebbe la sua morbidezza e non sarebbe più gustoso.

Contemporaneamente si procede ad un radicale pulizia della casa, comunemente chiamata la pulizia di Pasqua. Le camere, una per volta, vengono vuotate di tutti i mobili per essere imbiancate. Ultima resta la cucina, alla cui pulizia si procede quando sono ultimati i preparativi per i dol­ci. Allora le massaie staccano i pesanti oggetti di rame, che, disposti in piú file, ornano tutt’intorno le pareti delle cucine agnonesi. I vasi di rame, lucidati ad uno ad uno con e­strema accuratezza e disposti al sole ad asciugare, vengono infine rimessi al loro posto sulle pareti imbiancate di fresco, e col loro scintillio danno una nota allegra alle vaste e spesso oscure cucine.

Racanella-300x267
La Racanella

Intanto, nella settimana della Passione, tutte le chiese del paese restano aperte ai fedeli dall’alba al tramonto ed è un succedersi continuo di funzioni religiose con cui spesso si fondono elementi di carattere folkloristico. Il mercoledì santo, durante la celebrazione della messa, grup-pi di ragazzi salgono sui campanili col sagrestano per legare la campane, che taceranno fino al mezzogiorno di sabato. Poi scendono e si dispongono in fondo alla chiesa, in attesa che il sacerdote si inginocchi su un altare di legno a recitare alcuni salmi. Al­lora gli si riuniscono intorno e a un segnale dell’officiante incominciano a battere fortemente sullo scalino dell’altare con grossi bastoni[6]. Usciti dalla chiesa, incominciano a girare per il paese, facendo sentire l’assordante suono delle racanèllə e dei tricchə e tracchə, strumenti di legno muniti di una ruota dentellata, che fanno girare tenendoli per un manico. Per tre giorni al suono della raganella annunziano l’inizio delle funzioni religiose, e, poiché tace anche l’orologio posto sul campanile della chiesa di San Francesco, le ore più importanti della giornata. Così al mattino ci si sveglia al grido dei ragazzi é matùtine, e al fracasso degli strumenti di legno e a mezzogiorno ci si pone a tavola solo quando i ragazzi hanno avvertito che é mesiuórnə.

A Torrebruna vige un’usanza di cui non v’è traccia nei paesi vicini. Al grido dei ragazzi, le donne si affacciano sulla porta di casa e regalano loro un uovo. A sera le uova vengono equamente divise tra loro.

Santo Sepolcro
2014 – Santo Sepolcro di San Marco

Il giovedì, fino a pochi anni fa, aveva luogo una caratteristica funzione religiosa: l’officiante lavava i piedi a dodici fratelli di una confraternita. Tra i paesi circostanti oggidì l’uso é in vita solo a Vastogi­rardi. Di solito è un signore del luogo che sceglie dodici poveri e li accompagna in chiesa per il rito. A cerimonia ulti­mata regala una certa somma sia all’officiante sia ai poveri[7]. Subito dopo la funzione del mattino, si incomincia in ogni chiesa a preparare il sepolcro, cura, questa di giovanette, che già da tempo hanno preparato rə tiésctə, vasi con fiori di carta o più spesso di piantine di grano o di fave fatte germogliare nelle cantine, perché risultino di un tenue colore giallo. Il gruppo che si occupa della preparazione del sepol­cro in una chiesa, cerca di gareggiare con quelli che addobbano le altre e ciascuna ragazza fa di tutto per procurarsi presso privati tappeti ed altro per arricchire il sepolcro. Tuttavia si può dire che ogni chiesa serbi inalterata una nota costante, che denunzia chiaramente il senso artistico più o meno sviluppato di chi ha proceduto al lavoro e dei parrocchiani in genere. Nelle chiese della parte nuova del paese, ove la cura di preparare il sepolcro è affidata ad elementi del ceto borghese, esso presenta un addobbo quasi esclusivamente floreale. Tra i vasi disposti con buon gusto attorno al Cristo morto, ardono i ceri su grossi candelabri e ondeggiano le fiammelle delle artistiche lampade ad olio. Tutto l’insieme invita al raccoglimento ed alla preghiera. Non si  può dire la stessa cosa delle chiese che sorgono nei vecchi quartieri, abitati in prevalenza da contadini e da artigiani meno evoluti, e che presentano un addobbo caotico, sovrabbondante e con la presenza a volte di simboli e fantocci grotteschi che muovono al riso.

Per la visita ai sepolcri si riuniscono nel pomeriggio del giovedì comitive di amiche e di amici. Le donne si abbigliano con estrema cura, perché, finito il giro delle chiese, fino a tarda ora, si resta, fuori a passeggiare e ad ammirare le vetrine del negozi, in cui i proprietari hanno esposto quanto han­no di meglio e che hanno abbellite con fiori, stampe e luci. Le strade, fino a tarda ora, rigurgitano di una elegante folla femminile desiderosa di fare sfoggio delle ricercate tolette preparate per l’occasione. L’uso agnonese, ricorda, in piccolo, se il paragone mi è consentito, lo struscio napoletano del giovedì santo.

addolorata
Addolorata

Nel pomeriggio di venerdì, invece, le donne vestite quasi tutte di scuro e col capo coperto da un velo partecipano alla processione del Cristo morto con l’Addolorata. Qualche processione si organizza già dal giovedì: sono effettuate ciascuna da una confraternita religiosa ed attraversano salmodiando tutto il paese. Si tratta, però, di processioni di scarsa importanza a cui solo poche persone partecipano, mentre invece la folla in massa segue quella organizzata dalla confraternita di Santa Croce, che si svolge nelle tarde ore pomeridiane di venerdì. Precedono il priore con la croce e i due assistenti ai lati poi i membri della confraternita. Accanto al bellissimo gruppo si dispongono le signore che reggono i cordoni; dietro segue la folla com­patta recitando preghiere. La processione, veramente imponente, dura varie ore ed attraversa il paese in tutta la sua lunghezza.

La mattina del sabato, subito dopo aver disbrigato le ultimo faccende, molte donne si recano in chiesa per assistere alla funzione della benedizione del fuoco, del cero e dell’acqua del fonte battesimale. Quasi ovunque il fuoco viene acceso entro la chiesa, con fuscelli e qualche pezzetto di legna reca­ta dai fedeli; solo qualche parrocchia usa accendere un gran fuoco sul sagrato. Seguono la benedizione del cero e dell’acqua destinata alle pile e al fonte battesimale, conformemente alle leggi liturgiche. É interessante invece la credenza connessa alla benedizione dell’acqua. Si crede cioè che il primo bambino battezzato con la nuova acqua benedetta sarà un ladro e un malvivente e che non avrà fortuna. È questa una credenza che trovo limitata ad Agnone, giacché nei paesi vicini è considerato invece fortunato il bambino che rompe il fonte, tanto che i genitori, in occasione del battesimo, re­cano al sacerdote, oltre alle consuete offerte, doni di vario genere, come galline, formaggio, uova e altro[8].

Tuttavia anche il Finamore accenna ad una credenza analoga a quella agnonese: il bambino battezzato per primo con la nuova acqua benedetta, sarà uno straccione[9].

Campane
San Biase

Dopo le cerimonie religiose, si attende con impazienza che le campane, dopo il silenzio della passione, facciano sentire subito di nuovo i loro festosi rintocchi. Allora subito ci si pone a tavola e si pranza in gran fretta, perché tutto deve essere in ordine quando giungerà il sacerdote per benedire la casa ed il focolare in cui si pone ad ardere un grosso ciocco.

Sulla tavola di cucina, in un vassoio, si preparano per l’offerta al prete le uova, che un ragazzo porrà in un capace canestro. Dopo la benedizione, a cui tutti i familiari assistono e dopo un cordiale scambio di auguri col sacerdote, mentre i giovani escono con gli amici, le massaie, sedute attorno al focolare, puliscono la cicoria campestre, che le contadine delle contrade e dei paesi più vicini hanno portato la mattina del venerdì e hanno venduta alla folla richiamata dal grido acuto cəchéura, cəchéura.

La mattina della domenica grandi e piccoli si recano in chiesa ad ascoltare la messa solenne. La chiesa è riccamente addobbata e sfolgorante di luci. Sul davanti, proprio sotto la balaustra, sono disposti vari inginocchiatoi, riservati alle coppie di sposi che si sono uniti in matrimonio durante l’anno. Subito dopo il Vangelo, si avvicina a loro il sagrestano e porge la pace da baciare. Da ogni coppia riceve, con un’of-ferta in danaro, la chiave del tabernacolo che è stata portata loro in casa il giovedì santo. Ultimata la messa, si torna a casa, dove, sulla mensa, presto fumerà la zuppiera con la cicoria in brodo. Infatti la cicoria in brodo, condita con formaggio pecorino e­ uova frullate, costituisce tradizionale piatto di minestra del pranzo pasquale, uso questo schiettamente agnonese, che non vige in alcuna località né dell’Abruzzo, né del Molise.

Invece è molto diffusa nei paesi circostanti un’abitudine comune in particolare tra i contadini agnonesi; la colazione, nelle prime ore del mattino con abbondante numero di uova sode, frittata, salsiccia e fegato di agnello. Tra i borghesi che non consumano la colazione mattutina, le uova sode saranno servite a mezzogiorno come antipasto. Altro piatto di rito è l’agnello arrosto. Per la sera vien preparata una pie­tanza che ad Agnone chiamano magljatiéllə e nei paesi d’Abruzzo turcənèllə. Sono interiora di agnello, strettamente arrotolate e abbondantemente profumate da erbe aromatiche.

Tuttavia né il pranzo né la cena Pasquale si allontanano di troppo dalla consueta sobrietà, mentre le vere scorpacciate, spesso accompagnate da solenni ubriacature, sono rimandate al giorno successivo ru pasquónə quando a centinaia abbandonano la casa per recarsi sul Monte Calvario, località sita a poca distanza dal paese e che costituisce la meta della scampagnata di tutta la classe contadina e artigiana. Alcuni partono sin dal mattino, portando persino i caldai in cui cuocere,

Pasquetta
Pasquetta

all’aperto, la pasta; i più, però, preferiscono mangiare prima a casa i maccheroni alla chitarra per poi ricominciare sul monte, ove portano panieri ricolmi di ogni ben di Dio. L’aria frizzante della montagna stuzzica l’appetito e invita a bere. L’allegria generale, resa più espansiva dalla gran quantità di vino bevuto, fa si che i conoscenti lancino richiami di invito a distanza, che i vari gruppi si uniscano che i giovanotti occhieggino con le ragazze, a cui rivolgono qualche parola più audace del consueto. A sera le numerose comitive tornano cantando e ridendo; qualcuno è tenuto a braccetto dagli amici, perché, se procedesse senza appoggio, le gambe malferme non lo reggerebbero. Per evitare la ressa e la confusione, che qualche volta dà luogo anche a risse e ad altri incidenti spiacevoli, specie dopo che lo smodato bere ha resi più eccitabili gli animi, le famiglie signorili scelgono altre località come meta della gita o la differiscono al martedì.

Le scampagnate del martedì, però, mancano di quella nota di vivacità che accompagna le rumorose comitive del giorno precedente. In genere la gita si riduce ad una semplice passeggiata pomeridiana, con breve sosta in un punto stabilito per consumare una merenda, quasi sempre a base di dolciumi. Seguono giochi di società di vario genere. Prima del tramonto si è di nuovo a casa o a passeggio per le vie del paese.

Alla settimana santa è legata una credenza relativa alle nascite e alla morte. Chi nasce durante la settimana di passione, specie il venerdì santo, è sfortunato. Coloro invece che muoiono il venerdì santo trovano, secondo l’opinione popolare, spalancate le porte del paradiso, che attendono Gesù, e perciò entrano nel regno della beatitudine, senza passare per quello delle anime purganti. Di qui il proverbio citato dal Finamore : «Lu vennardì sande, vijate a cchi ce more e mmare a cchi ce nasce»[10].

_____________________________
[1] Lucia Amicarelli, Molisana di Agnone (IS), fu Prof.ssa Di Lettere. Suo il libro su “Tradizioni popolari di Agnone”
[2] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.
[3] [N.d.C.] Cfr. C. Carlomagno, Agnone . . ., cit., pp. 14-16; D. Meo, Le feste . . ., cit., pp. 41-49; M. Catolino, op. cit., pp. 108-112; S. Galasso, op. cit., pp. 64-68.
[4] A. De Nino, op. cit., vol. I, p. 40.
[5] Bella usanza che mi ha detto Elvira Franceschelli di Torrebruna.
[6] [N.d.C.] Per la tradizione del mattutino delle tenebre o battiture, ru vatt«tìur« di Agnone v. D. Meo, Vocabolario . . ., p. 244; per la stessa tradizione in Molise v. N. Di Donato, Le storie del Fiumarello”, Matrice (CB), Tipolitografia La Rapida Grafedit, 1983, pp. 38-41; G. Mascia, Le tenebre nel Molise. Liturgia, lessico e folclore di un antico rituale di Pasqua, Campobasso, Palladino Editore, 2001.
[7] Notizia della sessantaquattrenne Angiolina Mormile di Vastogirardi.
[8] A. De Nino, op. cit., vol. I, p. 13.
[9] G. Finamore, Tradizioni . . ., cit., p.74.
[10] G. Finamore, Credenze . . ., cit., p. 122.


Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.