Home / Cultura / Turismo in Altosannio / Itinerari / A Piedi / Coi  binari  fra  le  nuvole   ….. Sant’Ilario al Sangro

Coi  binari  fra  le  nuvole   ….. Sant’Ilario al Sangro

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1] di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Foto da web a cura di  Enzo C. Delli Quadri)

.

19-Coi-binari-Piana-delle-Mele-300x199Dopo Roccaraso la ferrovia pende, da subito, decisamente verso il basso. S’infila in una lunga sfilza di gallerie e fa scendere il carrello d’atterraggio fra le faggete che puntano la piana di Castel di Sangro. Quando il paesone appare fra le foglie però, sappiamo bene che è solo l’illusione ottica quotidiana riservata dalla ferrovia. Perché la lunga schiena dell’animale si distende ancora per almeno una decina di chilometri fino ad Alfedena, antica capitale dei Caraceni, il più settentrionale dei popoli sannitici. Idealmente siamo già in Molise, anche se a Castel di Sangro arriveremo solo domani, dopo avere affrontato la curva a gomito di Alfedena, che rispedisce all’indietro per qualche chilometro la ferrovia lungo la piana, fino a Castel di Sangro appunto.

Senza mai uscire dal bosco, passiamo sotto la Piana delle Mele che, fino all’inizio degli anni Novanta, era la postazione dei “Guardamassi, ferrovieri-vedette concettualmente simili ai paravalanghe, seppur con una funzione diversa: segnalare, lo dice il nome, eventuali massi franati sulle rotaie. Un mestiere antico, concepibile solo in una ferrovia ad alta intensità di lavoro umano, come lo fu la Sulmona-Isernia, che negli anni d’oro arrivò a dare lavoro a molte centinaia di persone. Ma anche un mestiere a suo modo romantico, che richiedeva almeno quarantacinque minuti di marcia da Castel di Sangro, risalendo mulattiere, sentieri e pertugi fra i cespugli.

Nonostante la pioggia, quando oltrepassiamo il chilometro sessanta, ci fermiamo per una doverosa celebrazione. Siamo, infatti, al giro di boa ufficiale del nostro viaggio, perché il tragitto Sulmona-Carpinone è di 118,1 chilometri. Oltre ai pannelli chilometrici lo dicono, soprattutto, le piante dei piedi. O almeno le mie, che da un’ora a questa parte hanno ripreso una vibrante protesta verso il padrone del vapore.

Dopo neppure un chilometro dal giro di boa, nella macchia boscosa si apre uno spiazzo e spunta una stazione. Abbandonata, chiaro, ma una vera stazione, con tanto di sala d’aspetto, biglietteria, locali di servizio, deposito bagagli e una colonna idrica grande come un acquedotto di città. Non c’è paese, né strade. Del resto sarebbe impossibile, perché tutt’attorno è solo selva. Il canto bitono di un cuculo ci dà il benvenuto a Sant’Ilario Sangro, probabilmente l’unica stazione al mondo di un paese che non è mai esistito.

19-Coi-binari-S.Ilario-al-SangroMi aveva incuriosito da subito quella stazione, che ricorreva spesso nelle memorie dei ferrovieri. Così una domenica mattina di mesi prima avevo battuto i bar di Castel di Sangro alla ricerca forsennata di qualcuno che mi potesse raccontare qualcosa di questo incredibile scalo. E alla fine mi ero trovato, a faccia a faccia, con Giuseppe Di Tommaso, l’ultimo reggente della stazione, fino al suo completo abbandono nel 1984. Serve solo a far capire il concetto, reggente. In realtà Giuseppe era a quei tempi ufficialmente un assuntore. Vale a dire lavoratore a contratto, assunto anno per anno dal gestore privato a cui le Ferrovie dello Stato affidavano la conduzione della stazione. Un ferroviere di serie B, senza ferie, né malattia e con stipendio più basso dei colleghi.

«Sembra impossibile a vederla oggi, lo so» aveva detto, «ma quella stazione, per almeno sessant’anni ha avuto un suo senso, per tanti motivi. Fra Alfedena e Roccaraso sono circa sedici chilometri, in cui si affrontano quasi quattrocento metri di dislivello. Lì le locomotive consumavano grandi quantità di carbone e acqua, quindi, molto spesso, avevano bisogno di una sosta per rifornirsi. La stazione fu costruita proprio in quel punto perché vicina a una sorgente che ne alimentava l’acquedotto e chiaramente era dotata anche di deposito carbone. E poi, in un tratto così lungo, una stazione, significava anche una possibilità d’incrocio in più per i treni. Su una linea monobinario, dove i convogli hanno pianificato al minuto gli incroci in determinate stazioni con i treni provenienti in direzione opposta, il ritardo di uno, obbliga il treno in orario a una sosta forzata in stazione, in attesa dell’arrivo del ritardatario. Una stazione in più consentiva, appunto, di poter contare su un’ulteriore possibilità d’incrocio e quindi a soste per ritardi più brevi. Le ragioni della costruzione della stazione comunque non erano solo tecniche. In realtà, almeno fino agli anni Sessanta, attorno a Sant’Ilario, girava un certo numero di viaggiatori, tanto che c’era addirittura una biglietteria. Per lo più erano contadini o braccianti di Castel di Sangro che avevano i campi lassù, verso Sant’Ilario, dove, adesso, è tutta terra incolta e bosco. Loro, la ferrovia la usavano parecchio, sia per il trasporto di materiali e merci, che per recarsi al lavoro. Ma c’era anche un’altra categoria di passeggeri: quelli che per risparmiare, anziché prendere il treno a Castel di Sangro per salire verso Roccaraso, si facevano a piedi tutti i campi fino a Sant’Ilario e salivano lì, così evitavano le stazioni di Montenero Val Cocchiara e Alfedena, quindici chilometri che sul biglietto avevano il loro peso. E per il ritorno uguale: si fermavano a Sant’Ilario e poi scendevano a piedi fino a Castello».

19-Coi-binari-fra-le-nuvole-bracciantiQuando Giuseppe prese servizio, nel 1977, quel “suo senso”, la stazione l’aveva già perso quasi del tutto. Passavano ancora una ventina di corse al giorno, ma tutte ormai trainate da motori diesel che se ne fregavano dell’acqua e del carbone. Qualche vecchia vaporiera compariva ancora, trainando i sempre più rari trasporti merci.

Assottigliandosi ogni giorno la parte operativa del lavoro, a Giuseppe non rimase altro che affezionarsi all’altra metà di quello strano mestiere. La componente romantica. Quella che ogni mattina, quando da Castel di Sangro risaliva fin quassù a piedi all’alba, prima del passaggio del primo treno, lo faceva sentire una specie di Robinson Crusoe pendolare.

«Era bellissimo là sopra! Io e gli altri colleghi che con me presidiavano la stazione ci lamentavamo per le condizioni economiche, è vero, ma eravamo come in paradiso» mi aveva detto. «Certe mattine uscivo di casa con la nebbia e salendo oltrepassavo la striscia di nubi, così arrivato a Sant’Ilario, trovavo il sereno. Spesso la nebbia si diradava e sotto di me appariva Castello, illuminato dalla luce dell’alba. Sono spettacoli della natura che non ho più rivisto e oggi mi mancano tanto».

Spettacoli che la mattina presto però Giuseppe non poteva godersi a lungo, perché il primo treno della giornata, quello delle sei, non era quasi mai in ritardo. E lui doveva attivare subito il segnale di protezione della stazione, quell’accrocchio elettromeccanico, il segnale ad ala, che Liborio ci aveva mostrato poco prima.

Poi, fino al treno successivo, scattava la siesta.

SONY DSC«Con il collega andavamo nel bosco a raccogliere more e avellane, delle noccioline selvatiche buonissime. E si faceva legna per le sere in cui toccava stare là, che soprattutto in inverno erano parecchie. Perché con la bella stagione si poteva scendere con l’ultimo treno, poco dopo mezzanotte, tanto, dopo il suo passaggio, non c’era più niente da fare. Ma con la neve sarebbe stato impossibile risalire a piedi il giorno dopo e quindi rimanevamo a dormire su anche per una settimana di seguito. Era un po’ come essere al campeggio, si viveva isolati e in simbiosi con la natura. Lavorare, sentendo i lupi ululare o schivando le vipere che arrivavano fino ai muri della stazione, era normale. Ma anche avvistare cervi o trovare impronte di orso la mattina presto davanti alla porta della stazione era piuttosto frequente».

Giuseppe mi aveva anche raccontato di che cosa fosse quella stazione campestre negli anni di massimo splendore della ferrovia, dalla riapertura post-bellica agli anni Settanta, quando davvero era un presidio indispensabile al traffico. E proprio per questo diventava anche luogo di aggregazione per ferrovieri, che la domenica salivano da Castel di Sangro o raggiungevano la stazione dalle case cantoniere della linea per venire a giocare a bocce nei due campi ricavati di fronte al piccoli deposito merci. E mi aveva raccontato di come in quegli anni ognuno dei suoi predecessori, avesse trovato modi originali e proficui per impiegare i tempi morti fra un treno e l’altro. C’era Egidio, ad esempio, che si era ricavato accanto alla stazione un piccolo pollaio e riforniva di galline il ristorante della sorella. Oppure Tommaso, che in stazione si era fatto praticamente una bottega da falegname, in cui lavorava attaccapanni ricavati con i rami degli alberi.

Anche Giuseppe, oltre alla tv in bianco e nero con un solo canale, aveva il suo passatempo: scriveva. Qualche diario personale, ma soprattutto la storia della sua squadra di calcio del cuore: il Castel di Sangro. Che proprio all’inizio degli anni Ottanta iniziava la parabola che nel 1996 lo avrebbe portato addirittura in serie B. A Giuseppe interessavano però soprattutto le origini, gli anni Quaranta, quando la squadra, subito dopo la Guerra, era già una piccola potenza calcistica dell’Italia centrale.

Alla stazione ci fermiamo il minimo indispensabile. Giusto il tempo di farci una foto, accanto al cartello con il nome Sant’Ilario Sangro, precipitato a terra dal muro della stazione, chissà da quando.

 _________________________________
Coi binari Copertina-libro[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.