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Coi binari fra le nuvole – Verso Montenero Valcocchiara

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

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Scontrone

Quando usciamo dall’albergo sta già iniziando a piovigginare. Dall’alto, Scontrone ci osserva avvolto in una nebbia autunnale, arroccato alla roccia calcarea che chiude la forra del Sangro.

Una gola pazzesca in cui il fiume si fa largo a testate, forte dello sbalzo altimetrico compiuto per scendere da Pescasseroli.  È qui che perde all’improvviso la sua vocazione montana e si distende a formare un largo alveo di canali intrecciati, nella piana argillosa dell’Alto Sangro. O meglio, come ci ha spiegato Ileana, formava. Quello che infatti, fino a trent’anni fa, era un letto larghissimo è diventato un budello di cemento di pochi metri. Ai cui margini si è, manco a dirlo, costruito copiosamente.

Alla stazione di Alfedena-Scontrone ci salutano due randagi, incuriositi per l’inaspettato affollamento di viaggiatori. A mezza costa, su un declivio che arriva sulla ferrovia, quattro cavalli bradi smettono per un attimo di ruminare e studiano le nostre mosse. Per il resto non c’è un’anima.

Stazione di Alfedena-Scontrone

La sala d’aspetto è regolarmente aperta. La macchina obliteratrice all’interno, anche  se con l’ora tarata sul fuso di Tokyo, sembrerebbe perfettamente funzionante. Sulla porta a vetri, affiancati, due aggiornatissimi tabelloni con gli orari delle corse. Come in qualsiasi altra stazione, su carta gialla con scritta blu, quello delle partenze e su carta bianca con scritta nera, quello gli arrivi. Due i servizi per Castel di Sangro-Sulmona: ore 5:53 e ore 17:00. Come ricorda la piccola icona accanto all’orario, si tratta delle corse del servizio bus sostitutivo, però anche questo contribuisce alla triste illusione ottica di una linea ancora attiva.

La pioggia aumenta proprio nel momento psicologicamente più difficile della mattinata. Quando cioè la sagoma della stazione di Alfedena-Scontrone, scompare definitivamente alle nostre spalle e perdiamo la possibilità, effimera e virtuale, di rientrare alla base in caso di necessità. Adesso si può andare solo avanti.

Torniamo a bardarci con k-way, poncho e sovrapantalone. E come ridicoli marziani da avanspettacolo proseguiamo la marcia. Solo che il tempo sul rettilineo infinito che solca la piana alluvionale (oggi soprattutto!) del Sangro sembra non passare mai. Perché mentre tutto attorno a noi fluisce, picchietta e gocciola, siamo costretti ad avanzare con la testa china per evitare di farci prendere a schiaffi dalla pioggia.  Ma in questo modo il nostro unico orizzonte paesaggistico sono solo traversine su traversine, che si succedono ogni mezzo metro con progressione ipnotica.

Cane Pastore Abruzzese

Ad un certo punto qualcuno si mette ad ansimare dietro di noi. Spuntato da chissà dove, si materializza un cane, un pastore abruzzese, apparentemente allegro e scodinzolante, nonostante la taglia minacciosa. Forse ha fiutato i panini del sindaco, che chiaramente siamo pronti a difendere a costo della vita. Lo salutiamo con il minimo sindacale dell’affetto dovuto ai migliori amici dell’uomo e riprendiamo il cammino indifferenti. Ma lui dietro. Dopo un po’ cerco di essere ancora più esplicito, facendogli chiaramente segno con le mano che può andare a battere altrove. Come parlare al muro. Anzi sembra quasi che mi voglia sorridere. Così, tanto per abituarmi all’idea di avere un nuovo compagno di viaggio, provo a pensare anche a un nome d’arte per il nostro amico. Legato alla ferrovia, s’intende. Ma a parte treno e binario, decisamente inadatti, mi saltano in mente solo nomi al femminile: rotaia, littorina, motrice, locomotiva, caldaia, carrozza. Non c’è che dire, la ferrovia è decisamente donna. Che, come da copione, si fa desiderare. La fedeltà canina del nostro amico si sgretola però al chilometro settantuno, sotto quello che ormai è un vero e proprio diluvio. Improvvisamente rimane immobile in mezzo ai binari a guardare incredulo il nostro procedere ondeggiante sotto quest’acqua a catinelle. Ci fissa per un bel po’, poi si scrolla di dosso qualche litro di bagnato, gira il culo e se ne va. Siamo di nuovo soli.

Stazione di Montenero-Valcocchiara

Arriviamo alla Stazione di Montenero Val Cocchiara al ritmo del ciaff-ciaff dei nostri piedi, ormai galleggianti nelle scarpe. Il tempo da lupi rende, se possibile, ancora più tetro il casermone completamente in rovina accanto alla stazione. Un castello da Innominato alto quattro piani, tana di pipistrelli, vipere e animali selvatici. Oltre la recinzione, avvolta dai rovi, ringhia ferocemente un branco di cani. Lo splendore di questo relitto industriale si perde nella notte dei tempi, ma ci fu. Ormai un secolo fa, nel 1921, questi muri vennero tirati su per produrre birra, Birra d’Abruzzo per la precisione. Così si chiamavano società ed etichetta. Con tutta probabilità la scelta della posizione fu dettata proprio dalla presenza della ferrovia, ottima per spedire la bevanda in giro per l’Italia, come testimoniano le tracce ancora visibili del binario che collegava la fabbrica alla linea. L’azienda partì alla grande, tanto da fare concorrenza, almeno a livello locale, alla già blasonata Peroni. Ma si vede che gli abruzzesi anche allora non erano bravi a far fruttare le cose di valore. Così fu proprio la Peroni, per eliminare un concorrente, nel 1930, a comprare il piccolo birrificio per chiuderlo poco dopo, spostando i macchinari in altri stabilimenti.

La stazione è completamente sbarrata. Per concederci due minuti di tregua dalla pioggia ci sistemiamo sotto quello che fu il portico d’accesso all’appartamento del capostazione. Troviamo, appoggiata al muro, una brandina di tela, di quelle da spiaggia romagnola, inspiegabilmente in trasferta da queste parti. La arruoliamo come attaccapanni di fortuna per fare sgocciolare un po’ i nostri cenci. Ci starebbe bene qualcosa di caldo, ma la stazione è in mezzo al niente. Come tante sulla linea, è senza paese, perché il borgo di Montenero se ne sta parecchi chilometri più su, arroccato già dall’altra parte della montagna, in territorio molisano addirittura.

Montenero Valcocchiara

[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)

[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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