Home / Cultura / Cultura Popolare / Coi binari fra le nuvole – Verso Castel di Sangro, ricordando e fantasticando con Walter Buzzelli

Coi binari fra le nuvole – Verso Castel di Sangro, ricordando e fantasticando con Walter Buzzelli

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ).


Controvoglia torniamo sotto la doccia e ci rimettiamo a cavallo del drittone che taglia in due l’unica vera pianura abruzzese, stravolgendoci ogni prospettiva.

Come già il primo giorno, per seguire la via del Grande Sud, siamo costretti a marciare seguendo il nord. In direzione della rupe di Castel di Sangro, verso cui puntano i binari, che, visti da qui, sembrano incrociarsi all’orizzonte proprio là contro. Dopo la grande “U” compiuta poco prima della stazione di Alfedena ieri sera, stiamo infatti percorrendo al contrario una buona metà del tragitto fatto ieri pomeriggio, appena più in quota. E sotto questa scrosciata d’acqua, non è un pensiero che mette esattamente allegria. Ma è la legge della linea, ormai la conosciamo bene. Una linea che, per necessità e virtù, circumnaviga anziché scavare canali di Suez.

Nonostante le quasi tre ore di marcia, Castel di Sangro rimane fisso sulla linea dell’orizzonte come una fata morgana: ho la sensazione netta di camminare su un enorme tapis roulant. Stefano ormai vedo che non fa più caso a dove siamo. Si è sistemato le cuffiette alle orecchie e procede come automa alimentato dalle note degli U2. Dopo un poco faccio anch’io lo stesso, nella speranza che a qualcosa possa servire. Parte la versione acustica di “6th Avenue Heartache”, dei Wallflower, un pezzo da coast to coast, capace di sollevarti sulle ali e cullarti in un country-rock che ben si adatta alla frontiera ideale e fisica che stiamo percorrendo.

Quando, dopo una buona mezz’ora, rialzo la testa, Castel di Sangro si sta materializzando davvero. Finalmente si vede la fine del rettilineo e cominciano le prime case.

«Ehi! Ehi! Ma che fate?» Dalla finestra di un casello, proprio all’imbocco del paese, si affaccia un uomo corpulento, visibilmente allibito per la nostra apparizione.

«Andiamo a Carpinone» fa Stefano con la faccia rigata dalla pioggia, usando volutamente, il tono più consueto possibile.

«Eeeeehh? A Carpinone? Ma siete pazzi? Il treno non ci sta più…»

«Sì, sì, lo sappiamo, ce l’hanno già detto… ma guardi, noi andiamo a piedi… è che avevamo un’urgenza, si doveva proprio partire…»

«Pazzi, siete pazzi… Ma guardate che ci sono ancora gli operai del Tronco Lavori, perché la linea è ancora attiva. Quelli escono a lavorare con i loro mezzi. Vi fanno secchi se arrivano mentre siete in galleria».

«Grazie, faremo attenzione» diciamo e facciamo per riprendere il cammino.

Ma il casellante non resiste. In un attimo esce in cortile e viene sui binari anche lui.

«Aspettate! Entrate in casa un minuto, vi faccio un caffè… Tanto dove andate con ‘sta pioggia? A proposito, io sono Walter, Walter Buzzelli. Sono ferroviere anch’io, sapete?»

A quell’anch’io con Stefano ci guardiamo negli occhi, compiaciuti per  l’inaspettata promozione sul campo a macchinisti di una littorina invisibile che avanza sotto il diluvio. Comunque nelle nostre condizioni, un invito così è di quelli che non si possono rifiutare. Prima di entrare, sulla soglia, ci togliamo qualche strato di vestiti e cerchiamo di sgocciolare il più possibile. Avvolti da un improvviso tepore domestico, odoroso di fumi stantii di cucina, osserviamo le rotaie dalla finestra del tinello. È esattamente un quadro la ferrovia vista da qui. Niente a che fare con la ferocia con cui ci ha trattato fino a un secondo fa.

«Allora raccontatemi un po’ cosa state facendo…» fa Walter «tanto lo so che non andate a Carpinone…»

Mentre la moka gorgheggia come una locomotiva in miniatura, gli raccontiamo del nostro viaggio.

«Bella idea ragazzi, gran bella idea, sarebbe piaciuto farlo anche a me».

Improvvisamente un lampo di passione gli attraversa lo sguardo.

«Io c’ho lavorato vent’anni su questa linea, sono stato il dirigente unico. Adesso sono in pensione, come tanti qua in paese, ma tutti continuiamo a vivere per la ferrovia. Quando ci si trova in piazza, sempre della nostra Sulmona-Isernia parliamo. Che ci volete fare… è stata la nostra vita».

«Da questa finestra li vedeva passare tutti i treni, eh?» gli chiedo.

«Tutti, certo! Mi faceva sentire sempre e comunque ferroviere, ma diamoci del tu, dai…»

«E adesso più niente…»

«Vuoi sapere se mi dispiace?»

«Credo dispiaccia».

«Certamente, adesso sembra di vivere davanti a un cimitero. Ma non è che negli ultimi anni ci fosse tutto questo passaggio. Uno, due al giorno, più qualche mezzo di servizio, non te ne accorgevi neppure».

«Beh, almeno sapere che la linea era aperta…»

«Sììì, d’accordo, ma così ormai non aveva più senso, e te lo dico con dispiacere. Avranno anche inciso gli orari sempre più sballati e le corriere che partivano per Napoli o Pescara alla stessa ora dei treni, però quel treno negli ultimi anni era poco frequentato, i tempi sono cambiati. Per andare a Sulmona in macchina, da Castel di Sangro impieghi mezz’ora, con il treno un’ora e venti e arrivi alla stazione che è un chilometro lontano dal centro. C’è poco da fare, non era affatto competitivo».

«Però il Pescara-Napoli, su quella distanza, forse un senso ce l’aveva. E poi recuperava tempo entrando direttamente nel centro delle città».

«Quello era un’altra cosa! Era tutta un’altra cosa! Ma l’hanno boicottato, porca miseria. Me le ricordo bene le corriere dell’Arpa che partivano per Napoli o Pescara esattamente agli stessi orari dei treni».

«Ed erano piene le Napoletane?»

«Fino a quel momento erano stracolme. Alle cinque del pomeriggio qui a Castel di Sangro c’era anche l’incrocio fra quella che saliva verso Pescara e quella che scendeva a Napoli. Ti giuro che tante volte la gente non riusciva neppure a salire. Questa coppia aveva la priorità su tutti gli altri treni, perché sapevamo che quando si fermava un minuto di più, i passeggeri scendevano subito in massa sul binario e il ritardo, a quel punto, era assicurato».

«Chi lo prendeva quel treno?»

«Molti avevano l’abbonamento, come i pendolari o i ragazzi che studiavano a Roccaraso o a Isernia. Ma c’erano anche i carabinieri che andavano alla caserma di Chieti. E poi tantissima gente dai paesi dell’Alto Molise, come Vastogirardi o San Pietro Avellana. Il giovedì soprattutto, visto che a Castello abbiamo il mercato».

«Credi che tornerai a vedere qualche treno da quella finestra?»

«Mah, chi lo sa… sinceramente credo di no. L’unica sarebbe ripristinare il Pescara-Napoli, ma la vedo dura. Parlano di treni turistici: forse potrebbe essere una strada. Prima di fare il ferroviere ho lavorato tanti anni in Germania, dalle parti di Stoccarda. C’era un trenino in mezzo alla foresta, che mi ricordava tanto questo. Lo chiamavano treno di Mussolini, credo perché lo fece costruire il Duce. Dopo qualche anno andò in disuso, ma negli ultimi tempi è stato riattivato soprattutto per i turisti. Accanto ci hanno fatto una pista ciclabile. Ci vado spesso anche adesso lassù e sia il treno che la ciclabile sono sempre pieni. All’estero hanno una sensibilità diversa per queste cose, non c’è niente da fare. Quando ero ancora in servizio, soprattutto d’estate, capitava spessissimo che arrivassero in stazione turisti inglesi o tedeschi, che cominciavano a chiedere un sacco di notizie sulla ferrovia. E mi chiedevano il perché di questo abbandono: erano più preoccupati loro di noi per il destino del treno!»

«E i merci? Potrebbe funzionare come linea merci?»

«Nooo, a questo punto non credo. C’è quel progetto, vabbé… ma personalmente ci credo pochissimo».

“Quel progetto”, a cui si riferisce Walter, è l’unificazione delle due stazioni di Castel di Sangro. La stazione FS, quella sulla Sulmona-Isernia, e la stazione FAS, Ferrovia Adriatico Sangritana, società della Regione Abruzzo, distanti appena centocinquanta metri. Un progetto da dieci milioni di euro, mica noccioline, finanziato dal CIPE nel 1997 che dopo quindici anni di ricorsi e carte bollate ha consentito a Sangritana l’appalto dei lavori nel 2010, con inizio della progettazione esecutiva a fine 2011. Ma in quindici anni il mondo cambia in fretta, si sa. Così può succedere, ad esempio, che nel frattempo le due linee vengano chiuse al traffico. La Sulmona-Carpinone da qualche mese. La Sangritana, linea elettrificata che collega l’Adriatico a Castel di Sangro, addirittura dal 2003 e oggi si presenta in totale disarmo in più punti. Dunque dieci milioni di euro per un “hub ferroviario” in cui non circola neppure un treno. Una cifra stratosferica, già di per sé scandalosa, ma che si carica involontariamente di valore simbolico pensando che i detrattori della Sulmona-Carpinone, negli ultimi anni di esercizio, sostenevano che quel treno costava circa un milione di euro l’anno, per poche decine di viaggiatori. La solita storia dello “spenderemmo meno a comprare a ognuno una Ferrari”. Dunque quei dieci milioni di finanziamento, anziché collegare due stazioni inesistenti, sarebbero stati sufficienti, ad esempio, per garantire l’esercizio gratuito della linea per un decennio. Ad esempio.

La storia di questa specie di seggiovia nel Sahara ha fatto il giro d’Italia, anche grazie a un’inchiesta del Sole 24 Ore del marzo 2012, a sua volta ispirata dal dossier sul progetto, pubblicato dal solito Giorgio Stagni sul suo sito. E ha consegnato alla cittadina abruzzese il paradosso di avere accolto l’ultimo vero treno passato sulla linea, a parte un paio di lodevoli convogli turistici. Era il 21 dicembre 2011, dieci giorni dopo la soppressione del traffico passeggeri, e con un treno merci di lunghezza interminabile, facevano il loro trionfante ingresso in stazione alcune decine di tonnellate di rotaie nuove di zecca, destinate proprio alla futura stazione. Un paradosso che si va ad aggiungere a quello di un comune, Castel di Sangro, sul cui territorio sono presenti ben cinque stazioni (o ex tali, visto che alcune sono state soppresse) senza che in nessuna passi un treno: le due di Castel di Sangro centro, Montenero Val Cocchiara, Montalto di Rionero Sannitico (anche in questo caso il paese si trova in territorio molisano) e Sant’Ilario Sangro.

A non credere in “quel progetto” in realtà sono tanti da queste parti. Anche perché, fatta eventualmente la nuova stazione, per fare arrivare qualche convoglio dall’Adriatico quassù occorrerebbe mettere pesantemente mano ai novanta chilometri di linea Sangritana in grave abbandono. Una cosuccia da circa 25 milioni di euro, secondo una stima di Sangritana stessa, questi però in alcun modo finanziati.

Fra i benefici dell’intervento potrebbe esserci, l’eventuale interesse di Sevel, la società mista fra Fiat e Gruppo PSA (Peugeot-Citröen) per la produzione di furgoni con stabilimento lungo la bassa valle del Sangro, ad Atessa.

«Qualcuno dice che se si ripristinasse il collegamento ferroviario, Sevel potrebbe usare la linea per trasportare gli Scudo e i Ducato a Pomigliano d’Arco, per l’assemblaggio finale» riprende il discorso Walter. «Ma per me è impossibile. Anche se riattivassero la linea verso Castel di Sangro, non credo che con le curve e la pendenza di quel tracciato sarebbe possibile fare salire treni così pesanti e lunghi. Lì, al massimo, porti su convogli da trecento tonnellate. Occorrerebbe intervenire anche con modifiche al tracciato. Ma già non si sa se ci sono i soldi per ripristinare i binari e la linea elettrica, figuriamoci intervenire sul percorso».

Walter il traffico merci vero sulla linea, non quello immaginario, l’ha vissuto in prima persona, almeno fino alla metà degli anni Ottanta. E ci racconta del magazzino merci della stazione sempre pieno di pacchi. Collettame da corrispondenza fra privati, ai tempi in cui per questo servizio le poste si appoggiavano ancora alle FS, ma anche tanta merce per gli artigiani locali.

 «I pezzi di ricambio delle auto, ad esempio venivano tutti spediti alle officine della zona via treno» ricorda Walter, «ma girava anche parecchio materiale edile e legno per le tante falegnamerie della zona».

«Quando ha chiuso al traffico merci?» chiede Stefano.

«Prima venne chiusa al collettame e ai colli espressi, poi, a inizio degli anni Novanta, fu soppresso il servizio di carro completo, vale a dire la possibilità per un’azienda di affittare carri interi per le spedizioni. Tra l’altro proprio in occasione della chiusura successe una cosa che mi fece un gran dispiacere».

«Cioè?»

«Un mobilificio della zona, che realizzava arredi per caserme, venne a propormi un contratto per spedire via treno mille mobili a settimana, garantiti per un lungo periodo. La linea era stata disabilitata ai merci da poche settimane: facemmo di tutto, qua a Castel di Sangro, per riuscire comunque a fare quei treni, che ci avrebbero fatto guadagnare parecchio, ma a Roma nessuno ci stette a sentire. Le FS non tornarono sulla loro decisione e certamente persero un sacco di soldi».

Walter, aperto lo scatolone dei ricordi è più torrenziale della pioggia che scende oltre la finestra. Ci parla delle fatiche del piano neve, la strategia d’attacco preparata ogni anno contro il Generale Inverno, in cui ognuno aveva un suo compito preciso: ad esempio pulire gli scambi dal ghiaccio, spalare la neve dagli stradelli laterali, tagliare i rami a penzoloni.

«A fare il ferroviere d’estate sono capaci tutti… ma d’inverno, da queste parti, è sempre stata un’altra cosa. Lo sapete cos’era straordinario? Che in quel piano eravamo tutti concatenati gli uni agli altri. Il mio lavoro serviva al tuo, che a sua volta era indispensabile per quello di tizio e così via: questo creava uno spirito di squadra indescrivibile».

Uno spirito, ci racconta ancora Walter, identico a quello che animava i castellani negli anni Sessanta, quando c’era da scendere in piazza per difendere ferrovia, poste, ospedale o sede Enel, ma di cui oggi non c’è più traccia.

Alla pentola dei ricordi è assolutamente necessario rimettere il coperchio. L’Alto Molise ci aspetta ad almeno venti chilometri di distanza.

«Ma siete sicuri?» chiede Walter sulla porta, mentre ci infiliamo gli zaini. «Piove ancora a dirotto…»

Sono certo che Stefano stia scorrendo nella sua memoria filmografica una bella citazione ad effetto da lasciargli lì, sospesa a mezz’aria. Invece non gli viene niente di niente. E io di film ne guardo pochi. Così lo rassicuriamo semplicemente sulle miracolose qualità impermeabili dei nostri teli gommati, gli diamo la mano e in silenzio ci rimettiamo in cammino sotto l’innaffiatoio gigantesco che è oggi il cielo d’Abruzzo. E visto che è ora di pranzo da un pezzo, mi prendo fra le mani anche la gavetta del sindaco. Pazienza se la pioggia si mischia al grasso della salsiccia e scende lungo le dita fino al polso e poi giù a rigagnoli in picchiata fino al gomito. È squisita.

 

 

_______________________________
[1] i martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (Stefano Cipriani)320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi.
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.