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Coi binari fra le nuvole – A Carovilli con Claudio, l’uomo che viveva sul treno

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). 

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Ci ‘sta ‘nu paesuotto de muntagna,
‘na chiesa quattro case e ‘na campagna.
Lu trene ce passava ogni jorn’
la gente s’affullava tutt’attuorn’
Mò nu trene nun ce passa chiu,
La ferruvia è tutt’abbandunata
ca sembra dalla guerra mutilata….
…… ………. ………….. …….

Carovilli La chiesa
Carovilli La chiesa

«Ricordo che da ragazzina, soprattutto la domenica pomeriggio, si andava alla stazione con il mangiadischi, assieme alle amiche» interviene Giuliana. «Erano gli anni di Caterina Caselli e Lucio Battisti. Ascoltavamo musica, chiacchieravamo e aspettavamo i treni. Perché soprattutto attorno alle Napoletane, c’era sempre qualcosa da vedere: gente che saliva o scendeva, passeggeri che scendevano per sgranchirsi le gambe o bere, magari qualche sconosciuto che arrivava in paese, qualche bel ragazzo sul treno da adocchiare: insomma era un momento di civetteria, di socializzazione direi. Col bel tempo capitava anche che andassimo a piedi sopra la prima galleria artificiale che s’incontra in direzione Pescolanciano per qualche pic-nic e, ovviamente, per salutare la gente del treno».

E così la stazione diventava la vera piazza del paese, quella che in realtà starebbe un chilometro abbondante più su, fra le case di un centro storico barricato in mezzo a roccia viva e bosco.

Quella che ha negli occhi Giuliana è la stazione marziana di un’Italia da Carosello, con le pezze al culo, ma dignitosa e ancora con qualche certezza in tasca. Come quella di Casale, il vecchio capostazione, ad esempio: piazzare ogni anno Carovilli fra le stazioni più curate dello Stivale, all’apposito concorso indetto dalle Ferrovie dello Stato. Una rassegna neppure immaginabile oggi, andata avanti fino all’inizio degli anni Ottanta, che per centinaia e centinaia di stazioni sperdute lungo lo stivale rappresentava il momento del riscatto e dell’orgoglio.

E allora, fra un treno e l’altro, c’era da pulire con unto di gomito, scrostare, verniciare, tagliare erba ed erbacce, annaffiare i fiori e disporre le fioriere. E addirittura sconfinare nella pratica veterinaria quel tanto che bastava per controllare lo stato di salute dei pesci rossi che immancabilmente popolavano la fontanella. Poi, un bel giorno, quando quel focolare domestico allargato poteva considerarsi al massimo splendore… click: una foto da spedire a Roma alle Ferrovie, per la commissione valutatrice. E Carovilli in quegli anni non sbagliava un colpo.

«Sempre noi vincevamo» dice Giuliana. «Persino i bagni erano sempre puliti».

 .

È ora di riprendere il cammino, Carpinone è ancora lontana.

Facciamo per rimetterci gli zaini, ma Paolo ci chiede di aspettare ancora un attimo.

«Ma voi l’avete conosciuto Claudio?»

«Claudio chi?»

«Ma Paolucci, no? Claudio Paolucci, quello che praticamente viveva sul treno. Se avete altri cinque minuti ve lo chiamo… abita a due case da qua…»

«L’ometto con la valigetta, perdinci! » sobbalza Stefano. «Quello di cui ci aveva parlato Liborio dentro la galleria!»

Detto fatto. Giusto il tempo di uscire in giardino cinque minuti per osservare muti i binari che s’infilano nell’orizzonte di una galleria, che Paolo è di ritorno con Claudio.

Torniamo dentro, di nuovo attorno allo stesso tavolo. Questa volta con gli occhi dentro al sorriso di un uomo minuto, che muore dalla voglia di raccontarci la “sua” ferrovia. La ferrovia di uno che non si è mai considerato cliente delle FS.

«Macché cliente, semmai lo erano gli altri passeggeri» attacca. «Io ero un viaggiatore, finché mi hanno fatto viaggiare».

Era appena un bambino Claudio quando salì sul treno per la prima volta. Fu coi genitori, nel 1934, per andare a trovare una zia a San Pietro Avellana. Pochi chilometri, due fermate in tutto, ma sufficienti a piazzare la ferrovia per sempre in cima alle sue simpatie. Forse la magia di potersi spostare senza dovere camminare, o lo stupore per quelle cento, mille, porte che si succedevano nei vagoni, o la sinistra attrazione per quel drago d’acciaio che urlava con cigolii stridenti e sputava fumo e lava. O, ancora, il vertiginoso succedersi di panorami e situazioni appena oltre il finestrino. Tante cose quel giorno lasciarono a bocca aperta il piccolo Claudio, rinnovando all’infinito la meraviglia nel salire sul treno. Anche molti anni dopo, quando iniziò a fare ogni giorno il pendolare verso Castel di Sangro, per lavorare in una falegnameria. Fino a non sapere se era il treno il mezzo che gli serviva per andar a lavorare, o piuttosto il lavoro il pretesto per quelle due ore quotidiane da passare con la faccia contro il finestrino a vedere il mondo scorrere davanti agli occhi.

«Eravamo in tanti ragazzi ad andare a lavorare a Castel di Sangro» racconta Claudio, fra le pieghe di un accento scivoloso e ricurvo come le dita delle sue mani, massacrate da anni di segheria. «E sul treno ogni giorno s’incontravano anche tante ragazze. Sono nati amori, lo sa, su quei sedili?»

Non per Claudio però, che non si è mai sposato e, dice lui, l’unico vero grande amore se l’è tenuto per la ferrovia. O, almeno, la vita ha voluto così.

«Certi panorami» aggiunge, «come la Maiella vista dalla stazione di Campo di Giove, ti entrano dentro e te ne puoi innamorare, proprio come di una bella donna».

 .

Da tempo ormai Claudio non lavora più. Ma non è mai stato un solo giorno senza salire su quel treno. Anzi, una volta andato in pensione ha iniziato un pendolarismo con Sulmona, addirittura bigiornaliero. Partenza alle 7:15 da Carovilli, dopo avere raggiunto la stazione camminando sui binari. Arrivo a Sulmona alle 9:40. Il tempo di raggiungere l’edicola sul piazzale dello scalo, comprare il giornale e risalire sul treno in direzione opposta. Arrivo a Carovilli alle 13:10, pranzo, ripartenza per Sulmona alle 15:00 e rientro al paese in tempo per la cena. Non c’era domenica che tenesse. E non c’erano pioggia o neve. Claudio partiva. Lui e la sua borsa. Anche con il rischio di bloccarsi in mezzo alla tormenta, come successe, ad esempio, quella volta al chilometro ventitré, fra Cansano e Campo di Giove (tanto per cambiare, epicentro di ogni tempesta perfetta), quando il treno rimase bloccato nella neve in trincea e lo spartineve chiamato a tirarlo fuori dai guai, fuse il motore. Così, assieme agli altri passeggeri, dovette farsela a piedi fino a Campo di Giove.

Ci tira fuori anche il suo motto, quasi una filosofia di vita.

«I miei amici si bevevano la pensione all’osteria. Io invece facevo l’abbonamento ferroviario e giravo il mondo».

Un mondo finito e determinato, chiuso dai confini possenti di montagne domestiche, ma pur sempre un universo personale.

Poi, l’11 dicembre 2011, fu fra quelli che parteciparono al mestissimo ultimo viaggio e da quel giorno più nulla. Nell’ultimo anno saliva a Castel di Sangro con il bus sostitutivo. Poi neanche più il Castel di Sangro-Sulmona: un mondo che improvvisamente si sgretola. Una vera e propria tragedia, tanto che un giorno di alcuni anni fa, quando già era nell’aria la chiusura, scese persino a sbattere i pugni sul tavolo della direzione Fs di Pescara, per gridare la sua rabbia di formichina incazzata a cui stavano piastrellando il prato. Ovviamente tutto inutile.

Nella testa di Claudio forse tutto questo è anche peggio delle mine e degli erpici tedeschi del 1943. Almeno allora la gente, ancora molto dipendente dal treno per muoversi, si strinse attorno alla ferrovia e, seppur con tempi lunghissimi, i soldi e la volontà per ricostruire la linea martoriata dalle mine si trovarono. Oggi invece sembra che la cosa interessi solo a un manipolo di nostalgici. Del resto ci sono le auto, le corriere. Una camicia, se vuoi, puoi comprartela su internet. Tempi duri per la ferrovia, almeno, forse, finché la benzina non arriverà a tre euro al litro.

«Com’è che faceva quella canzone?» chiede improvvisamente Giuliana a Claudio, mentre, questa volta per davvero, ci carichiamo gli zaini in spalla.
«Aspetta, sì…»

E sulla soglia del casello l’improvvisato duo si esibisce in un altrettanto improvvisato saluto musicale alla nostra comitiva.

È una canzone, ci dicono, scritta subito dopo la guerra dal carovillese Umberto Putaturo, ingegnere del Genio Civile a Isernia, che lamentava il dolore nel vedere il paese privato della ferrovia. Per anni finì nel dimenticatoio, ma adesso, giurano Paolo, Giuliana e Claudio, è tornata di gran moda, visto quello che sta succedendo. La prima strofa, una cantilena piuttosto briosa, nonostante il tema, fa così:

Ci ‘sta ‘nu paesuotto de muntagna,
‘na chiesa quattro case e ‘na campagna.
Lu trene ce passava ogni jorn’
la gente s’affullava tutt’attuorn’
Mò nu trene nun ce passa chiu,
La ferruvia è tutt’abbandunata
ca sembra dalla guerra mutilata….
…………………….

 

 


[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. ALFONSO PAOLUCCI

    RINGRAZIO PER IL RICORDO DI MIO FRATELLO. Alfonso PAOLUCCI

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