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Coi binari fra le nuvole ….. ad incrociare la Pescolanciano-Agnone

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ).

Sergio è sempre la nostra guida nel mare dei particolari. E all’ingresso della stazione di Carovilli ci fa notare gli scambi tallonabili. Un ponte logico fra il passato remoto degli scambi manuali e il presente di congegni comandabili da remoto. Sono scambi attivati automaticamente dal treno al suo passaggio. Un accrocchio pre-elettronico d’importanza fondamentale, perché consente l’incrocio fra convogli anche in stazioni senza più il capostazione. È questo scambio, insomma, che permetteva l’incrocio delle Napoletane anche in anni recenti, quando le stazioni erano già diventate edifici senz’anima: impresenziate, in una parola.

E poi ecco un altro pezzo da modernariato ferroviario. Il RAR, la nicchia di ghisa appesa al muro proprio accanto all’ufficio che fu del dirigente movimento. Il capotreno, una volta che il convoglio entrava in stazione, doveva aprire la nicchia e azionare da lì il segnale di presenza di un treno in stazione.

Quando arriviamo alla galleria del Monte Ferrante ricomincia a piovere. Ormai non se ne può più. Sopra la volta d’accesso è ben visibile un’antenna nera.

«Quelli sono i ripetitori GSM per le gallerie» fa Sergio. «È stato un investimento fatto in anni recentissimi, servono a coprire la rete cellulare delle FS anche qua dentro».

«Ce ne hanno parlato quelli del Tronco Lavori di Castel di Sangro» gli dico mentre mi fermo per tirare fuori dallo zaino la petizione.

«E ti hanno anche detto quanto è stato speso?»

«Solo per i ripetitori, qua c’è scritto un milione e seicentomila euro».

«Già… e aggiungiamoci pure, sempre negli ultimi anni, il sistema SSC, quello per fermare automaticamente il treno in caso di bisogno».

«Anche di quello ci hanno detto: un altro milione e ottocentomila euro dice la petizione».

«Appunto».

«C’è scritto che in tutto, dal 2000, sono stati spesi sulla linea più di ventisette milioni».

«Sì. E poi vogliamo aggiungerci gli investimenti fatti dal Parco della Maiella, che ha acquistato e ristrutturato dei pezzi di stazione a Palena e Cansano? Magari troverà il modo di utilizzarli ugualmente quei locali, però senza un treno che passa credo sarà più difficile».

E allora, mentre proseguiamo la marcia, si finisce inevitabilmente per parlare di politica. E di una regione minuscola come il Molise, in cui, mentre la Sulmona-Carpinone muore, prosperano la bellezza di ventiquattro aziende private di trasporto passeggeri su gomma.

Il sole continua a prenderci per il culo giocando a nascondino. E così, ogni cinque minuti, ci tocca una sosta per cambiare l’assetto dell’abbigliamento. Poncho impermeabile, giacca a vento, felpa, t-shirt: tutti gli strati di una tenuta a cipolla vengono sfogliati a rotazione, mentre camminiamo in una terra di selve e colline, in cui si accavallano torrentelli come capillari di un sistema circolatorio che fluisce senza filo.

Ci appare terra indefinita e multiforme: l’Alto Molise, un interregno di colori e forme capaci di disorientarti. E di stupirti, come quando una masseria che si allunga improvvisa in una radura fra i boschi, riporta indietro le lancette della memoria a una civiltà in cui uomo e animali vivevano in simbiosi, chiusi da un perimetro ai cui lati stava anche la ferrovia. Che quasi ci entra nella vecchia casa colonica.

«Pensate che ci hanno abitato fino a pochissimo tempo fa» dice Sergio.

Oggi a fare presidio sono rimasti solo alcuni pastori abruzzesi. Ci oppongono un’abbaiata d’ordinanza, senza neppure alzarsi dal loro sollazzo. Lo sanno anche loro che il treno non passa più.

Sempre ondeggiando nel passo da papera in cui ormai siamo maestri, imbocchiamo il lungo rettifilo che ci porterà a Pescolanciano.

In prossimità di un passaggio a livello, ci salutano le immagini di Zio Paperone e uno dei tre nipotini, segno di un passato per niente remoto in cui i bambini crescevano a pane, Walt Disney e automotrici.

Sergio si ferma a prende fiato.
«Sapete che incrociava qua?»
«Ma non siamo mica in una stazione…» obietta Stefano.
«Lo so, ma da qui passava un’altra ferrovia: la Pescolanciano-Pietrabbondante-Agnone. Quello sì che era veramente un treno d’altri tempi!»

agnonepescolanciano

Per non accumulare ulteriore ritardo, Sergio ci racconta la storia mentre proseguiamo la marcia. In quella che adesso è solo la sede stradale di una provinciale, che sale da Pescolanciano e attraversa perpendicolarmente la Sulmona-Carpinone, correva un binario a scartamento ridotto su cui avanzava “ru strasciòine”, una specie di tram che si arrampicava per i campi alla vertiginosa velocità di 15 chilometri all’ora e a cui, spesso e volentieri, in inverno, toccava farsi largo fra muraglie di neve. Partiva da Pescolanciano, da una stazioncina piazzata ai piedi del paese, quasi di fronte a quella FS. Nonostante il mezzo al limite del ridicolo (“ru strasciòine” sta a indicare un carro senza ruote trainato dai buoi) la ferrovia ebbe una sua importanza. Intanto per essere stata, nel 1914, una delle prime linee elettrificate dell’Appennino. E, poi per l’assetto proprietario del gestore, la SFAP (Società per la Ferrovia Agnone-Pescolanciano), le cui azioni erano detenute dai residenti locali. Una società in cronico deficit, ma di cui i paesani continuavano a comprare azioni, per garantire la sopravvivenza del treno.

Che però nulla poté contro le mine dei tedeschi, le stesse che fecero saltare in aria la Sulmona-Carpinone. Solo che, nel caso della Pescolanciano-Agnone, nessuno trovò economico, alla fine del conflitto, procedere alla ricostruzione. E così quella ferrovia oggi è rimasta solo un luogo della mente per sognatori nostalgici, che dal casello di Zio Paperone, possono socchiudere gli occhi e immaginarsi quel buffo tram farsi largo fra la neve lungo il corso della provinciale.

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[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (Stefano Cipriani)

[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

2 commenti

  1. Enza Giovannelli

    Leggo, rileggo e rileggo ancora……Con queste musiche poi, è una delizia!

  2. Uno dei primi articoli letti quando sono entrata in fb.- IERI – 5 ANNI…IL CONTO LO PORTANO LORO- Mi piace sempre rileggerlo, mi rimanda indietro di qualche anno e a qualche ENTUSIASMO IN PIU’… NON SONO DIVENTATA MOLTO ESPERTA DI PC ECC MA GLI ARTICOLI, QUELLI Sì LI LEGGO SEMPRE VOLENTIERI E LI RILEGGO CON PIACEVOLE COSCIENZA. QUESTO DEL TRENO DELL’ALTOSANNIO IN PARTICOLARE, COSI RICCO, COSI’ TRASCINANTE, ANTICO E MODERNO INSIEME, IMPORTANTE PER IL NOSTRO TERRITORIO.

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