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Coi binari fra le nuvole.1° Giorno…i piedi sui binari.

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

Inizia l'avventura

È tempo di andare.

Liquido la signora della biglietteria con un «Grazie, ci penserò» e m’incammino sul primo binario, cominciando ad accarezzare, con la suola delle scarpe, la coda dell’animale di ferro, oggi bestia morente.

Prima che Rete Ferroviaria Italiana ufficializzi la chiusura della linea, per il momento ancora attiva nonostante non circolino più convogli, un ultimo saluto volevo darglielo. Con la speranza che ultimo non sia. A Carpinone, punto d’innesto della linea con la Campobasso-Isernia e dunque della via per Napoli, ho deciso che ci arriverò lo stesso. Treno o non treno.

 Non sono solo nel coast to coast. Nell’atrio mi aspetta Stefano, amico d’infanzia. Un sognatore imbrigliato nei fresco-lana con cravatta a tinta unita che si richiedono a un direttore d’albergo che si rispetti. Questa non voleva perdersela per niente al mondo. «Così magari vedrò con occhi diversi il treno che mi porta a lavoro tutti i giorni…» mi aveva detto qualche tempo prima.

Così, eccoci qua. Con noi, per oggi, ci sarà anche Emanuele, istruttore di orienteering, sulmonese, che non ha resistito all’occasione di ripercorrere, almeno per un giorno, i binari che tante volte lo portarono alla sua grande passione: lo sci, verso le piste di Roccaraso.

Il problema è non dare troppo nell’occhio. Perché di ferrovieri, anche a quest’ora del mattino, la stazione è piena. Alcuni lavorano qua. Altri salgono alla spicciolata sui locali diretti a nord, verso l’Aquila, Roma o Pescara per prendere servizio altrove. Sono loro, oggi neppure un paio di centinaia, il retaggio del glorioso passato ferroviario della città di Ovidio: un tempo promettente crocevia ferroviario del Centro Italia, oggi  snodo di linee secondarie continuamente in odore di razionalizzazione. Una posizione baricentrica che ai tempi d’oro, più o meno fino alla metà degli anni Ottanta, giustificava anche duemila ferrovieri, ad ingrossare le già abbondanti fila di un pubblico impiego di una “non provincia” in cui l’impresa privata ha attecchito soltanto fino a che sono durati i soldi della Cassa del Mezzogiorno. Basta andare a farsi un giro nella zona industriale verso l’autostrada, per scoprire un cimitero di dinosauri deprimente, fatto di capannoni abbandonati, o addirittura mai inaugurati, in cui nei decenni sono nati e morti insediamenti anche prestigiosi: Siemens, Tyessen, Crodo, Tonolli, solo per citare alcuni dei colossi industriali che nel corso dei decenni hanno fatto apparizioni più o meno fugaci. Unica presenza industriale importante a resistere è quella del Gruppo Fiat, nonostante nel grande stabilimento ormai lavorino solo poche centinaia di persone.

Sulmona, Stazione Ferroviaria

Ci muoviamo, passeggiando, lungo la banchina del binario uno, sempre più lontano dal centro della stazione. Superiamo i bagni, un piccolo magazzino e quella che fu una fontanella. Mano a mano che ci avviciniamo alla fine del camminamento i passi si fanno sempre più brevi e nervosi: dobbiamo cogliere il momento propizio per svignarcela sui binari senza dare nell’occhio.

L’ultima fabbricato della stazione è una casupola staccata dal resto. L’unica porta è aperta su un ufficetto da cui gracchia una radiolina, a un ritmo decisamente troppo agitato per l’orario e l’atmosfera assonnata di quest’alba fresca e cristallina. Dentro pare non esserci nessuno. Ancora pochi passi e arriviamo alle Colonne d’Ercole del marciapiede. È il momento di tuffarsi.

«Cercate qualcuno?»

La voce è alle nostre spalle. Ci giriamo e sulla porta dell’ufficio della radiolina si materializza un tizio barbuto. È in borghese, ma si muove come chi è del mestiere. Meglio non fare passi falsi.

«Ah, guardi, stavamo cercando i bagni, ci hanno detto che era qua…» È Emanuele a rispondere. Fra barbuti ci si intende.

«Li avete superati. Tornate indietro venti metri, sono lì… lo so, non sono segnati bene. Pensavo voleste scendere sui binari… mi avete fatto prendere un colpo!»

«Binari… potrebbe essere un’idea… coi ritardi che fanno i treni, magari si farebbe prima a piedi…» ironizza Stefano.

Io sudo freddo.

C’incamminiamo. Il tizio indugia un po’ poi ci viene dietro.

«Questo ha mangiato la foglia» penso.

Invece non ce l’ha con noi. Quando scartiamo per i gabinetti, lui tranquillo prosegue oltre e va ad infilarsi dentro alla porta del bar. Dopo un attimo siamo di nuovo sul binario. Ad ampie falcate arriviamo di nuovo fino in fondo. Questa volta non c’è spazio per i dubbi. Con disinvolta risolutezza compiamo il balzo che in mezzo metro ci traghetta dal cemento al ferro. Veloci e furtivi come ladri d’appartamento scivoliamo ai bordi della massicciata e cominciamo ad accarezzare la coda dell’animale.

Il viaggio comincia qui.     

valle peligna
valle peligna

Bastano pochi metri e la Sulmona-Carpinone trova immediatamente la sua identità di strada ferrata solitaria e montanara, con una virata a sud-ovest improvvisa e abbagliante, che apre le porte del cucchiaio meridionale della Valle Peligna. Un’identità che purtroppo fa il pari con quella di braccio trasportistico ormai in odore di abbandono, come raccontano le erbacce che fra le traversine tentano di riprendersi ciò che la pietra gli ha tolto.

Eppure quel binarietto buffo che, come un satiro goffo nel paese delle Freccerosse, si prende la briga di avanzare tutto solo fra orti e campagne malmesse, porta con sé richiami potenti e ancestrali. Come le voci dell’esercito di Annibale, che nel 216 a.C. risalì lo stesso percorso per raggiungere Canne, dove avrebbe sconfitto inutilmente i romani. Fu quello il primo passaggio di prestigio (che tra l’altro valse a Sulmona la prima menzione scritta a opera di Tito Livio) su quella che un millennio più tardi sarebbe diventata la Gran Via degli Abruzzi, segmento appenninico di una direttrice ben più ampia, che da Napoli risaliva la schiena d’asino dello Stivale fino a Firenze, per poi congiungersi verso nord alla via Francigena. Una strada di commercianti, operai, pellegrini, avventurieri e banditi, che per tutto il Medioevo internazionalizzò, a suo modo, le terre a cavallo di Tirreno e Adriatico.

E così ci mettiamo a marciare di buona lena, nell’illusione di camminare in fila dietro altri milioni, miliardi, di spiriti viaggiatori che prima di noi hanno battuto, più o meno, la stessa pista. La ferrovia ci risponde subito con un’altra illusione, ottica questa volta. Quella di un segnale di protezione, una specie di semaforo di forma triangolare, acceso e perfettamente funzionante che, in prossimità di un passaggio a livello, compie impassibile il proprio dovere, attizzando una sgargiante luce arancione. Una necessaria presa in giro per una linea su cui non passano treni ma, formalmente, ancora attiva.

capannoni abbandonati

Per noi invece, pellegrini in ritardo, romantici e nostalgici, quella è la voce dell’animale. Una bestia ferita, ma ancora ansimante, che cerca a tutti i costi di dirci qualcosa.

 Le rotaie avanzano fra orti e campi incolti, pollai improvvisati, ricoveri di attrezzi, ingressi secondari difesi da cagnetti col mal di gola. Un punto di vista obliquo sulla città, che di solito si vive dal suo lato A: il passeggio per il corso, i palazzi, le chiese, i portoni. Oggi invece ci godiamo il retrobottega di Sulmona, pigra e nobilmente provinciale: un po’ per condanna, un po’ per  vocazione.

…. verso i monti

Del resto, abbiamo già capito che niente è come appare guardandolo dai binari: attorno a noi, da una macchia inselvatichita di cerri e ginepri s’intrecciano disordinati i versi di una fauna pluviale da massicciata che fa chicchirichì, mugula, abbaia, cinguetta, gracida, trasformando il placido Gizio in Rio delle Amazzoni. Inizia già al chilometro due l’attitudine animale della linea, bestia fra le bestie. Madre protettrice, come per gli uccelli che qua vengono a spaccare le noci e a mangiarsene in pace il mallo, o angelo della morte come per le pecore, i cervi, i cinghiali o, addirittura, gli orsi, spediti all’altro mondo da qualche frontale con il treno in corsa. Sempre però parte del tutto, animale al vertice della catena alimentare, ma sottoposto per primo alle regole della natura. Quella delle bufere di neve che ti travolgono, dei terremoti che ti squassano, delle acque che s’infiltrano. Un equilibrio rotto solo dalle dimenticanze e dall’ottusità dell’uomo.

Succede sempre così quando si tratta di specie rare.

Ma noi avanziamo senza malinconia, sorvegliati alle spalle dalla presenza rassicurante del Monte Morrone, un pandorone ruvido appena spruzzato di neve, sulla cui sommità questa mattina indugia uno strato sottile di nubi, indecise se incazzarsi oppure no.

Monte Morrone
Monte Morrone


         

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Coi binari Copertina-libro[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

editing: Enzo C. Delli Quadri

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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