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Coi binari fra le nuvole, verso Cansano.

Ferrovia Transiberiana d’Italia – Treno dell’Altosannio – Tracciato

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1] di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto da web a cura di  Enzo C. Delli Quadri)

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Bisogna proseguire. Il cammino per Campo di Giove è ancora lungo. Il sole torna ad uscire, sembra con decisione. E adesso che attacca la salita, il caldo si fa sentire, scatenando fragranze mediterranee di rosmarino e mirto. La rotaie scoprono qua la propria dimensione aeronautica, guadagnando quota velocemente fra gli uliveti e i prati spelacchiati del Colle Mitra. Sotto, molto più in basso ormai, si aprono Sulmona e la piana circostante, chiuse a settentrione dalla mole del Gran Sasso.  

A un certo punto, la ferrovia s’infila in una trincea spaccata nella roccia, un canyon in cui il vento s’imbottiglia furioso e ci soffia in faccia la sua potenza libera. Proseguiamo per qualche centinaio di metri piegati in avanti col capo chino, aspettando da un momento all’altro la comparsa di Willy Coyote e Road Runner.

E invece, all’improvviso, da un avvallamento sbuca una volpe, inseguita da due grossi cani indemoniati, che le abbaiano dietro, accecati dal suo odore. Si mettono a correrci incontro lungo i binari. Ci sfiorano senza praticamente accorgersi di noi, presi come sono dalla loro corsa disperata. La volpe, con un guizzo sinuoso, s’infila nel ginepraio offerto da un casello abbandonato e per i cani non c’è storia. Rimangono lì come due ebeti ad abbaiare a salve, mentre la loro preda prende il largo fra edere e razze, per la loro taglia, decisamente impenetrabili.

Quando ormai la massima quota sul lungo versante del Colle Mitra è stata conquistata, facciamo un rapido esame di coscienza collettivo ed Emanuele decreta che possiamo fermarci per il pranzo. 

Per consumare pizza rossa e succo di frutta ci capitano due grossi massi in quello che fu il giardino della casa cantoniera del chilometro diciassette. Una casa degli spiriti sospesa sul vuoto e irraggiungibile da qualsiasi strada, dove tutto ci parla di umanità perduta. Catini, tinozze e utensili da cucina in rame sono sparsi sul prato. Appoggiate alla casupola del forno a legna, una pala per pizza e una scopa di saggina che sembra siano state usate da dieci minuti. 

Stefano vorrebbe entrare per un’ispezione, ma si blocca quando il vento inizia a sconquassare i muri facendo sbattere porte cigolanti e imposte a penzoloni, con una metrica che mette i brividi. Un lamento sinistro di tonfi sordi, sibili e impatti secchi come schioccare di frusta, che ci mette una certa fretta nel trangugiare il resto del pasto e riprendere il cammino. 

Si alza in volo un falco. Pigro e maestoso, gioca con il vento e poi si butta giù verso la piana.

Appena riprendiamo la marcia, Stefano fa una scoperta rivoluzionaria per l’economia della giornata. Ondeggiando d’anca fra un passo e l’altro è possibile accorciare la falcata quel tanto che basta per pestare con la suola sulle traversine. L’importante (e il difficile) è evitare di battere troppo avanti o troppo indietro, altrimenti lo spigolo fende ogni volta la pianta del piede.

 Provo subito anch’io e in effetti funziona. Dopo sei ore passate a farci maciullare i piedi da sassi e pietrisco, è davvero una bella scoperta.

Macinando a questo passo da papero, arriviamo sul viadotto che immette nella galleria Mitra, mentre alle nostre spalle la cima immacolata di neve del Monte Rotella brilla contro un cielo senza nuvole.

Guardando in basso, l’effetto vertigine è inevitabile. E lo doveva essere anche per i ragazzi di Cansano che immediatamente dopo la Seconda Guerra ricominciarono ad utilizzare il treno per andare a scuola a Sulmona. Nonostante la linea ferroviaria nel tratto Cansano-Sulmona fosse stata riattivata immediatamente dopo il conflitto, nel 1945, in virtù di danni bellici tuttosommato contenuti, l’ultima arcata di questo viadotto per diversi anni rimase pericolante, puntellata da un ponteggio in legno che traballava paurosamente ad ogni passaggio di treno.

Il Treno si arrampica sul Colle Mitra

«Quando il treno arrivava nelle vicinanze di questo ponte doveva rallentare quasi a passo d`uomo, e per noi che eravamo dentro era il momento di raccomandarci alla Madonna dell`Incoronata, la cui chiesa si trova quasi in diretta perpendicolare nella valle di quel famigerato ponte». Ricorda così quegli anni, Donato D’Orazio, sul sito www.cansanonelmondo.it,una piazza di ricordi e abbracci virtuali, frequentatissima da figli e nipoti di chi prese il treno per emigrare in qualche angolo del pianeta. «Tra l’altro» continua D’Orazio, «in quel periodo i vagoni passeggeri non erano ancora stati ripristinati e quindi eravamo costretti a viaggiare ammassati come animali su carri merci. E spesso, in caso di maltempo o forte vento, la partenza delle due da Sulmona verso Cansano veniva cancellata, proprio per l’inagibilità del ponte. A noi toccava aspettare l’ultimo treno, quello delle dieci di sera, senza peraltro avere nessuna garanzia che anche quella partenza sarebbe avvenuta. Così, spesso e volentieri ci toccava ritornare a piedi a casa: interi pomeriggi di marcia col tempo sempre avverso, che iniziavano con la snervante salita che dalla stazione centrale ci portava a Sulmona. E da lì, altri dodici chilometri almeno, prima di raggiungere casa».

Il mezzo chilometro della galleria Mitra scombussola le prospettive. Quando usciamo, abbiamo già aggirato la base del Colle Mitra. La valle del Gizio scompare, mentre la ferrovia si arrampica su praterie a balzi, solcate da fiumiciattoli indefiniti che risalgono verso Cansano. La Maiella torna a mostrarsi maestosa in tutta la sua mole, da Guado di Coccia a Passo San Leonardo, alle spalle delle torri di Pacentro, il paese della Corsa degli Zingari. Una competizione folle a piedi nudi, a metà strada fra sacro e profano, giù per i boschi del Colle Ardingo, di fronte al paese, fino all’attraversamento del torrente Vella e alla risalita in paese, con piedi sanguinanti e un fazzoletto fra i denti per strozzare il dolore inaudito delle ferite.

La Maiella

E seppur i nostri piedi non siano ancora sanguinanti, quando Emanuele ci parla della corsa, tratteggiando con il dito il precorso di quei pazzi scatenati lungo il profilo della montagna, mi sento particolarmente vicino a loro. O almeno lo sono i miei piedi, ormai seriamente provati da sassi, traversine e saliscendi della massicciata.

Infiliamo una serie di viadotti e piccole gallerie che danno bene la misura di quanto la ferrovia sia plasticamente integrata nel territorio. A vedere quella sequenza impressionante di opere d’arte in pietra a vista che si flettono e si distendono seguendo il profilo arido della montagna, viene da pensare che prima sia venuto il treno. Poi tutto il resto: uomini, lupi, genziane, caprioli, montagne, pietraie, torrenti e boschi. Persino le nuvole di cartone che ci passeggiano sulla testa come tessere smarrite di un puzzle gigantesco. 

Per un bel tratto, camminiamo accompagnati dai versi balcanici di un pastore che guida lo scampanellio di un piccolo gregge lungo la strada provinciale appena sotto di noi. È tutta qua ormai quella che fu la potenza armentizia abruzzese: un’attività marginale e folcloristica, peraltro quasi mai svolta da italiani. Ma a noi bastano pochi belati rincorsi da grida antiche per chiudere gli occhi e immaginare la ferrovia di un altro tempo, quando, in estate, sui pascoli che stiamo attraversando adesso, era più il bianco delle pecore che il verde dei campi. Erano i tempi di una ferrovia che viveva in simbiosi non solo con il paesaggio, ma anche con uomini e animali. E, come ogni Grande Madre, talvolta sapeva essere crudele. Succedeva spesso con le pecore, falciate a decine alla volta, proprio fra i pascoli che stiamo attraversando ora. Bastava una distrazione dell’uomo perché gli animali si trovassero in mezzo alle rotaie: una mattanza assicurata. 

«E tante volte i pastori, se si accorgevano troppo tardi che le pecore erano finite sui binari, mica le andavano a cacciare… anzi se ne scappavano a gambe levate» ci racconta Emanuele. «Se qualcuno li avesse identificati come responsabili del gregge, le Ferrovie avrebbero potuto chiedergli i danni. Era tanta la paura che, spesso, non si andava neppure a recuperare le carcasse. Tanto a loro che gliene importava? Il più delle volte non erano i proprietari del gregge e comunque era gente con pochi scrupoli, qualcuno girava con la pistola come nel vero West». 

In quel caso, però, era una festa per i paesani. La voce dell’incidente si spargeva in fretta e nessuno si faceva scappare l’occasione per farsi qualche provvista di carne. 

Superiamo la piana dell’Ocriticum, costeggiando i resti della città neolitica che aveva in sé gli embrioni della futura Sulmo, sotto occhi fruscianti e certamente ungulati, che ci seguono dalla macchia attorno alla massicciata. Dopo un centinaio di metri, chiunque sia, decide che tre pellegrini ormai claudicanti non meritano oltre la sua attenzione e fila via.

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[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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