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Coi binari fra le nuvole ….. Tra Palena e Pescocostanzo

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). Allegato a fondo pagina: filmino sulla Transiberiana di Enzo C. Delli Quadri.

Riprendiamo la marcia lungo l’altopiano, sempre accompagnati da un vento incessante.

«È normale quaaaaa» ci urla Liborio mentre io e Stefano procediamo con la testa sempre più incassata nelle spalle. «Vento e altopiani, sono una cosa sola…»

La sua voce si perde fra le urla di Eolo, ma lui ha tanto da raccontarci sulle bufere.

«Era questo, fra Palena e Pescocostanzo, il tratto in assoluto più difficile da percorrere in inverno» assicura mentre ci stringiamo a lui per ascoltarlo. «Qua il vento tira davvero, mica come oggi. E con la neve, lungo tutto questo tratto, si formavano cumuli enormi, anche in pochi minuti, che era difficile vedere. Dovevamo sfondare aumentando la velocità, ma per farlo serviva sapere esattamente dove si formavano».

È la metrica delle bufere quella di cui Liborio ci sta parlando. Lo spartito musicale preparato per la sinfonia di ogni nevicata, in cui ogni cristallo, ogni cumulo, ha una sua precisa collocazione e, mi piace credere, un suo senso profondo nella grande macchina della natura. Il macchinista quello spartito doveva suonarlo bene, perché steccare una nota poteva significare fermare il treno anche tutta una notte sotto metri di neve.

«Quante volte è successo che al passaggio a livello del chilometro quarantacinque, ci si piantasse» riprende. «Lì poteva esservi anche un metro e mezzo di neve sui binari. Succedeva soprattutto con le littorine, che avevano il motore diesel. Per sfondare, serve una velocità elastica, che si può cioè regolare in modo molto fine, progressivamente. Il diesel strappa, non ha mezze misure. Invece con le locomotive andava meglio, perché il vapore ti consente una regolazione molto più precisa della velocità».

E quando “sfondavi” era come spaccare le palle sul tavolo da biliardo. Un colpo secco alla cieca. Spaventoso e deciso da lasciare senza fiato.

«Una sera d’inverno, dove nevicava di brutto e non si vedeva un accidente» ci racconta ancora Liborio, «un ragazzo di Bologna che era sul treno, un’ALn 668, mi chiese di poter venire in cabina con me. All’uscita della galleria Maiella trovammo un muro di neve: ricordo ancora il suo urlo quando diedi gas ed entrammo in quella nuvola bianca. Poi tornò al suo posto continuando a tremare e per il resto del viaggio non disse una parola».

Pescocostanzo

Piano piano, da dietro il profilo del Monte Pizzalto, che si appoggia al Quarto di Santa Chiara con la forma della proboscide di un elefante, sbucano le case in pietra di Pescocostanzo: il paese dei “pesavento”, ti diceva poco prima Antonio. Gente testarda e permalosa, così pignola da riuscire addirittura a pesare il vento. A proposito di bufere.

I binari fendono per chilometri praterie fangose di sterco e acqua, chiazzate da pozzanghere ampie anche decine di metri, dove l’ondeggiare dell’acqua disegna geometrie marine. Così procediamo fra tanti piccoli mari, chiusi nell’Oceano di questa pianura infinita, che profuma di erba e letame. Ci accostiamo a una placida mandria di mucche. Le bestie a un certo punto smettono di ruminare e iniziano a inseguirsi in una spastica corsa, come impazzite per il vento che ti spacca la testa. A meridione, di fronte a noi, le nuvole si alzano dalla terra a strisce sottili come segnali di fumo Sioux.

Siamo davvero sulla frontiera. Non solo immaginaria, ma anche altimetrica, visto che la stazione di Pescocostanzo-Rivisondoli, a cui arriviamo dopo mezz’ora abbondante di marcia, è la seconda più alta d’Italia, dopo il Brennero, con i suoi 1268 metri sul livello del madre. Lo dice anche la targa apposta in bella mostra alla colonna centrale del porticato. E per ventuno anni, fino all’annessione del Trentino Alto Adige nel 1918, addirittura la più elevata in assoluto.

Quella targa è però l’unico vezzo di una stazione abbandonata a se stessa, esattamente come tutte le altre della linea, nonostante la medaglia di cui può fregiarsi. E per di più lontana un paio di chilometri dai due paesi.

Transiberiana d’ Italia Rivisondoli-Pescocostanzo – Targa

Girano voci curiose sulla sua collocazione a Pescocostanzo. Si dice, per tradizione orale, che originariamente la stazione fosse prevista a ridosso del centro del paese, in una località chiamata Albero dei Cocco. Ma i pescolani pesavento e l’ingegnere responsabile della costruzione della linea, bisticciarono per qualche motivo non meglio precisato e il costruttore, per dispetto, decise di costruire la stazione dove si trova ora. Storie di paese. Come quelle che vorrebbero la costruzione di un’unica stazione per i due paesi, Pescocostanzo e Rivisondoli, tra l’altro così decentrata, a causa della guerra al tracciato che fecero gli allevatori dei due comuni, timorosi che il treno avrebbe spaventato le loro bestie.

Ma un altro motivo, questa volta accertato, che certamente influì sulla collocazione della stazione, fu la presenza di giacimenti di gas metano in zona. Sul sito www.rivisondoliantiqua.it, una bacheca della memoria di questi luoghi, continuamente aggiornata da Nicola Giovannelli, si trovano diverse notizie interessanti a riguardo. Ad esempio, che l’ipotetica stazione di Rivisondoli non venne realizzata nella zona di Piè Lucente anche perché si sarebbe dovuto scavare la galleria sotto Monte Gatto, proprio dove si trovava uno dei giacimenti. Giacimenti peraltro mai entrati davvero in attività, nonostante alcune trivellazioni fatte a cavallo della seconda guerra mondiale. Ed è un fatto che a metà della galleria Macello, quella che incontriamo appena usciti dalla seconda stazione più alta d’Italia, dall’apertura della linea e per molti decenni, rimase costantemente accesa una fiamma, proprio per dare modo al gas di sfogare e non riempire la galleria, rendendola una bomba.

«Anche se i pozzi non furono mai sfruttati, a me hanno sempre raccontato che la gente del posto veniva qua a riempire le bombole domestiche» ci dice Liborio. «Chissà se è vero o era solo leggenda. Quando iniziai a lavorare io certamente la fiamma si era già esaurita».

 


[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Carmine Antonelli

    La transiberiana d’Abruzzo, meraviglia di paesaggi ed opera di grande comunicazione tran2 mari, Napoli-Pescara

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