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Coi binari fra le nuvole ….. Palena

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

Palena
Palena

All’uscita ci accoglie lo scampanellio di un gregge invisibile e il vento potente degli altopiani. Ci sono almeno sette cieli sopra di noi, ognuno in guerra con l’altro per la supremazia meteorologica. Vorrebbe piovere ma non ci riesce.

Ma Liborio si è sbagliato: del lago già non c’è più traccia, nonostante sulle cime attorno ci siano ancora lunghe lingue di neve. Davanti a noi abbiamo una distesa erbosa verde scuro di terra bagnata, solcata da fiumiciattoli improvvisati, in cui sopravvive qualche pozzanghera sparsa qua e là. Ma il lago non c’è. L’abbiamo mancato per un’incollatura, magari solo quarantotto ore. L’inghiottitoio, lo spaventoso buco nero poco fuori la galleria Maiella, ha già compiuto il suo dovere, risucchiando in un gigantesco gorgo l’acqua accumulata nel quarto. Un’acqua senza patria, data in pasto alla montagna che se la digerisce e la fa sbucar fuori chissà dove, dopo una lunga gimcana carsica, senza nessuna logica orografica.

Anche se il lago se l’è già svignata, l’effetto Highlands è però ugualmente intatto: valli nude, dai colori severi, che si affacciano su un mare verde inesistente. Tutto è grande e arioso.

Quando inizia a venir giù una debole pioggerella atlantica su questa frontiera sterminata è come se il cielo si volesse togliere un peso. Ma sopra di noi c’è ancora un giro di roulette, dove le nubi si rincorrono impazzite e le loro ombre sfrecciano sull’erba ondivaga del lago immaginario.

Le rotaie, con un ampio semicerchio, perimetrano esattamente l’area del Quarto.

Avanziamo a testa bassa, controvento, ammutoliti dai continui giochi di luce dell’incredibile spettacolo d’arte varia che la natura ha deciso di offrirci e di cui la ferrovia, senza imbarazzi, è parte integrante. Sono solo i tralicci dell’alta tensione, alfieri algidi, a ricordarci che siamo in qualche punto del ventunesimo secolo. Altrimenti tempo e spazio potrebbero non esistere. Rimango volutamente indietro di qualche centinaio di metri per godermi in solitudine lo show fino alla fine.

Affrontiamo così sfilacciati un’ultima galleria, poi finalmente appare la stazione di Palena e ci si può riposare. Ha forse il record di distanza dal paese la stazione di Palena, l’unica della linea in territorio chietino. Il centro abitato infatti si trova lontano una decina di chilometri, lungo la valle dell’Aventino. Eppure questo gruppo di edifici ferroviari di sproporzionata dimensione per essere in mezzo al nulla, ha avuto la sua importanza. Soprattutto per essere l’ombelico dell’Abruzzo meridionale. Esattamente davanti al piazzale della stazione incrociano le tre strade che dagli altopiani scendono verso Sulmona, valle dell’Aventino e valle del Sangro. È il Valico della Forchetta, un baricentro geografico e mentale da cui, con balze di rocce frastagliate come scogli, inizia il Porrara, dunque la Maiella. È a Palena che tutto ha un prima e un dopo.

A raccontarci cosa fosse la stazione è Antonio, che troviamo dietro al banco del bar (il Bar Stazione, chiaramente) ancora aperto, nonostante i treni non passino più.

«Se avessimo dovuto vivere solo del movimento passeggeri avremmo chiuso da un pezzo» ci dice questo ometto minuto dagli occhi chiari, che gestisce il locale assieme al fratello Mariano da decenni. «Per fortuna siamo un posto di passaggio e vengono a mangiare in tanti, da tutto l’Abruzzo. Facciamo anche ristorante, sa?»

Visto che siamo senza provviste per il pranzo, non ci facciamo scappare l’occasione di farci preparare qualche panino. E già che ci siamo, saturiamo con i nostri caricatori di accrocchi elettronici tutte le spine disponibili nella piccola sala.

Fuori il tempo peggiora. È un rifugio il Bar Stazione, con quel tepore mangereccio che velocemente diventa condensa sui vetri dell’ingresso.

Antonio affetta spesse fette di prosciutto nostrano e ricorda un’altra stazione.

«Qua di passeggeri ce n’erano, altroché! Soprattutto in estate» ci dice. «I ragazzi della casa vacanze della parrocchia di Cepagatti, che sta proprio dall’altra parte della strada, ad esempio, si muovevano ogni giorno in treno. In cinquanta, sessanta, alla volta, salivano a Roccaraso o scendevano a Campo di Giove. E poi diversi turisti, anche stranieri».

«Peccato davvero, questa chiusura» fa Stefano.

«A noi, al bar intendo, non ha cambiato la vita, però è il segno che tutto va più veloce. Che nessuno batte più i tempi di un treno così. E dire che fino ad un certo punto era il treno che andava più veloce degli altri, anche quello che passava di qua sembrava così veloce…»

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In effetti sono lontani i tempi della gloria per Palena Stazione. Però una gloria, gloria campestre se vogliamo, ci fu. Erano i tempi della transumanza, quando proprio davanti alle finestre del Bar Stazione, si radunavano a inizio autunno pecore o mucche per essere caricate sui carri. E lentamente affluivano a imbuto verso il “tronchino”, un binario tronco affiancato da una piattaforma di carico, su cui erano fermi i carri bestiame. Centinaia, a volte migliaia, erano i capi che scendevano dai pascoli e si radunavano attorno alla stazione, dove era già pronto un “Bombardone”, la motrice diesel destinata per lo più ai merci, con i carri bestiame al seguito. Andavano a svernare in Puglia, spesso nella zona di San Severo. E a fine primavera compivano il viaggio opposto, con la salita difficilissima da Sulmona fino a qua.

«Giornate interminabili» ci aveva raccontato Romeo Colangelo, capotreno sulmonese, in servizio fino al 2010, spesso arruolato anche per le transumanze, fino alla fine degli anni Ottanta. «Le passavamo al bar o a mangiare formaggio assieme ai pastori. Occorrevano ore perché radunassero tutti gli animali e li facessero salire sui carri. Quelle giornate diventavano una specie di picnic. L’unico problema era che i pastori cercavano sempre di stipare all’inverosimile le bestie sui carri, ovviamente per risparmiare qualcosa. Un po’ di tolleranza c’era, ma a un certo punto bisognava dire basta: la discesa verso Sulmona con un carico troppo oltre il limite poteva compromettere la frenatura e poi capitava che gli animali morissero schiacciati».

Ma l’antica gloria di Palena, era legata anche ad altri tipi di traffico merci.

«Tante volte» dice Liborio, «mi è capitato di guidare treni caricati a Palena con le casse dei pastifici di Fara San Martino, che usavano questa stazione come punto di spedizione dei loro prodotti. E c’erano spesso anche le mozzarelle di Rivisondoli. Da tempo è stato demolito, ma qui accanto al bar esisteva un deposito con piattaforma girevole per le locomotive, che così potevano cambiare direzione di marcia. Solo Castel di Sangro ne aveva uno, oltre a Palena, fra Sulmona e Isernia. E poi qui c’erano anche il dormitorio e il refettorio per i ferrovieri».

Antonio infila negli sfilatini anche un paio di robuste fette di caciocavallo. Mandiamo giù un caffè macchiato e poi è ora di partire di nuovo. Anche se il tempaccio che intanto si scatena fuori è tutt’altro che invitante.

Prima di ricominciare la marcia indugiamo sul restauratissimo magazzino merci della stazione, rimesso a nuovo dal Parco della Maiella per essere adibito a maneggio. Tutto dà l’idea di essere terminato, i box hanno una pavimentazione nuova di zecca e sono pronti persino i piccoli abbeveratoi. Antonio però ci ha detto che, terminati i lavori almeno un paio d’anni fa, di cavalli qua non s’è mai vista l’ombra. Un vero peccato considerando che l’uso a fini turistici potrebbe essere la vera chiave per il rilancio di questa straordinaria strada ferrata.

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Coi binari Copertina-libro[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)

[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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