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Coi binari fra le nuvole ….. Monte Porrara, il satanasso di tutte le slavine

Riccarado-Finelli-38-anni-emilianoil-suo-amico-Stefano-e-per-una-tappa-suo-suocero
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Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

Poco dopo, proprio all’ingresso di un tunnel, Liborio raccoglie da terra un ramo di faggio lungo e sottile.

«Questo non l’ha mica portato il vento sapete? È un attrezzo del mestiere» ci dice. «Gli operai ne lasciavano sempre uno all’imbocco e uno all’uscita di ogni galleria: serviva per abbattere le colonne di ghiaccio a penzoloni sulla volta. Quelle, in inverno, se si staccano, possono veramente spaccare vetri e ammazzare qualcuno».

Afferra il bastone con due mani, lo fa roteare nell’aria e ci mima il gesto compiuto pressoché per un secolo, all’alba di ogni mattina d’inverno, da tre generazioni di manutentori. Una mossa goffa, al limite del ridicolo, ma il grande freddo si combatteva anche così: a mani nude e con i bastoni. O con personaggi dal nome che sembra uscito da una favola dei fratelli Grimm: paravalanghe. Quella che fu la loro casa per anni, durante i lunghi mesi invernali, la incontriamo al chilometro trentasette. Una casa cantoniera come le altre, solo al diretto cospetto del satanasso di tutte le slavine: il Monte Porrara, continuazione della Maiella verso meridione.

A differenza della montagna madre però, il Porrara è un’enorme lama rocciosa, che la neve se la scrolla di dosso nel tempo di uno starnuto, scatarrandola verticalmente mille metri sotto, alla cieca, con violenta indifferenza. E così la ferrovia dei molti uomini, spediva per tutto l’inverno, quassù, sul confine estremo del servizio pubblico, due cristi con il compito di scrutare col binocolo gli umori delle cime e ispezionare continuamente il tratto di ferrovia che costeggia la base della montagna maledetta, per segnalare la caduta di valanghe. Perché con il Porrara non si scherza.

Lo sapevano bene i progettisti, che lungo tutto il tratto della Valle del Cerreto, quella che da Campo di Giove risale fino alla Galleria Maiella e dunque costeggia anche il Porrara, concepirono una ferrovia a prova di valanga, un’opera in grado di convivere, grazie all’astuzia, con i rabbiosi metri cubi di materia gelata che i capricci di quel Golia appenninico ti rovesciano sulla testa. Cominciarono dall’alto, cercando di prendere davvero il toro per le corna.

«Vedete là in alto?» Liborio indica un punto che a noi pare indefinito sotto la cresta.

«Là piantarono pezzi di rotaia in verticale per rompere le masse di neve appena staccate e depotenziarle prima della corsa verso il basso» ci spiega. «E quello che superava la prima barriera si raccoglieva in una serie di vasche di raccolta, da cui poi, con un sistema di canali e vallette artificiali, veniva imbrigliato e portato per mano a valle. Avete visto quant’è grande la ferrovia?»
«Eh? Che vuoi dire?» chiedo io.
«Proprio questo: che la ferrovia è più grande, molto più grande di ciò che sembra..
«Cioè… che lassù…»
«… lassù è già ferrovia, caro mio! E sono ferrovia le vasche di raccolta e i canali. Ed è ferrovia la pineta enorme di Campo di Giove. Così come lo è la ragnatela di acquedotti che abbiamo sotto i piedi, che dalle sorgenti portano acqua alle case cantoniere e alle stazioni. Gli acquedotti sono stati fondamentali sai? Altrimenti come avrebbero fatto le locomotive a rifornirsi d’acqua ad ogni stazione? Gli acquedotti di questa ferrovia sono qualcosa di colossale, anche se non si vedono».

Mentre Stefano e Liborio ripartono, rimango per un po’ immobile, in silenzio, a scrutare la vetta e a metabolizzare la notizia. O meglio la rivelazione. Perché per un profano, scoprire che non basta una retta fra due punti per disegnare una strada ferrata è una rivoluzione copernicana. E ora sento improvvisamente fortissimo il bisogno di vedere quelle rotaie piantate contro il cielo come megaliti, a invocare la protezione di lari ferrovieri. È da lì che forse devo ripartire per disegnare nella mente i confini di un’opera che credevo bastassero due dimensioni cartesiane a rappresentare. E invece occorre anche la terza, quel fattore “z” che ti dà l’idea della profondità. Della vastità.

Solo adesso comincio a realizzare con che razza di animale abbiamo a che fare. Non è bestia di terra, ma anfibia. E noi stiamo camminando su una piccola porzione di schiena emersa.

Ma in realtà la ferrovia è sotto e sopra di noi. Ci avvolge.

 


[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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