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Coi binari fra le nuvole ….. La Galleria Majella e i ricordi di Liborio

Cronache dalla Transiberiana d’Italia, Tratte da libro COI  BINARI  FRA  LE  NUVOLE[1]  di Riccardo Finelli, edito dalla Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ). (Le foto sono state selezionate e aggiunte da Enzo C. Delli Quadri)

Riccardo Finelli
Riccardo Finelli

Stefano dà uno sguardo all’orologio: siamo già in ritardo. Proviamo a riprendere un ritmo di marcia accettabile, con il solito passo del papero, ormai entrato negli automatismi fisici. Si procede solo così. Però rispetto a ieri fa decisamente più freddo. Un freddo da Tramontana, che più saliamo, più s’infila furibonda su per la valle del Cerreto, tirando col pennello le nuvole bianchissime sempre più fitte sulle nostre teste.

Poi, davanti alla bocca della galleria Maiella, per un misterioso punto di rottura nella grammatica dei venti, tutto si zittisce.

Galleria Majella

Stiamo di nuovo per entrare nelle viscere della terra. Questa volta per sconfinare oltre il crinale che chiude l’Abruzzo degli altopiani. Una terra quadrupede di mandrie immobili e cani pastore incattiviti. Canada in sedicesimo, con i suoi grandi spazi, le masserie in mezzo a deserti di neve e le strade in linea retta per chilometri. Le stesse che prima della ferrovia erano battute ogni giorno dalle diligenze a cavalli della ditta Fiocca. Convogli su cui viaggiavano passeggeri che prima di affrontare la traversata avevano fatto appositamente testamento, per timore delle imboscate dei briganti.

Appena prima dell’imbocco ci prepariamo per i quasi tre chilometri di buio assoluto, sfoderando il cento per cento della nostra illuminazione da viaggio: torce, frontalini, catarifrangenti, led assortiti. Due chilometri e otto, alla nostra andatura, significa almeno tre quarti d’ora di marcia nelle tenebre: un’esperienza decisamente speleologica a cui nessuno si sente davvero pronto. Però chi non ha voglia di tornare a toccare con mano la metà oscura della ferrovia, dopo l’assaggio di ieri mattina, sotto Pettorano?

L’oscurità torna a risucchiarci e, a suo modo, a coccolarci con tutta quell’ovatta nera che ci mette attorno. Da solo probabilmente sarebbe stato terribile, ma in tre risulta perfino divertente. Come ascoltare i ricordi a cui s’abbandona Liborio. Di quando, appena assunto, all’inizio degli anni Settanta, era fuochista sulla Novara-Domodossola e imparò a lavorare bene “di pala e di gancio”, per disporre in pochi decimi di secondo il carbone a raggiera nella caldaia (con la pala) e, altrettanto velocemente, raschiar via quello solidificato (con il gancio). Di come seppe presto conoscere ogni minimo rilievo, ogni sfumatura cromatica del carbone, perché mica tutto brucia allo stesso modo. Di come un fuochista dovesse avere stampato in testa ogni metro della linea, per sapere esattamente dove buttar dentro carbone o fare una tirata d’acqua. Di quella volta che, nel luglio di un’estate caldissima, rimase bloccato per ore proprio al centro di questa galleria, perché il locomotore che trainava un carico di sedime ferroviario si spense per l’eccessivo surriscaldamento. Di come, in certe mattine d’inverno, l’imbocco della Maiella fosse del tutto ostruito da un muro di neve che occorreva sfondare con l’automotrice a tutta velocità, chiudendo gli occhi e pregando il Signore. Di un ometto di Carovilli che per decenni passò ogni sua giornata sul treno, sempre col naso incollato al finestrino, in compagnia di una valigetta da commesso viaggiatore.

E del fantasma di una ragazza dal volto dolcissimo di cui non conobbe mai il nome, che se ne partiva tutte le mattine da Castel di Sangro col treno delle sei e venti e tornava con l’ultimo di mezzanotte.

«Credo lavorasse al CERN, sotto il Gran Sasso, e non volle mai trasferirsi. Purtroppo morì giovanissima di un brutto male».

La montagna ascolta questo accavallarsi di ricordi nel centro esatto del suo cuore, in rispettoso silenzio. Ma ad un certo punto accade l’incredibile. Nel volgere di pochi passi la Sfinge invisibile che ci avvolge si fa cosa viva. Dapprima con qualche sussurro, poi mormorando sempre più forte, fino ad ammutolirci con la sua voce sorda. Ancora una volta l’acqua si fa forza ventriloqua, animando la materia con mani da alchimista. In un attimo, oltrepassata un’invisibile linea orografica, è la montagna a parlarci. Abbiamo un imbuto sulla testa. L’acqua del disgelo, quella raccolta a catino dagli altopiani ormai un centimetro sopra di noi, penetra ovunque nei pori di una terra permeabilissima. E ci precipita attorno con musicalità dura, ma ben in rima. Perché nel buio ogni suono ha un senso figurato, definisce ciò che sta attorno molto più nitidamente delle nostre lampadine. Ogni scrosciare diventa il filo di una tela tessuta con ordine preciso.

«Vedrete che là fuori troveremo il lago!» esclama Liborio.

«Cioè?» domanda Stefano.

Quarto di Santa Chiara

«La galleria sbuca sul Quarto di Santa Chiara… quello è un altopiano speciale. Ogni anno al disgelo, per alcune settimane, si trasforma in un vero e proprio lago, perché le acque impiegano un po’ a penetrare nel terreno. Credetemi, è uno spettacolo straordinario».

A un certo punto dobbiamo fermarci. Facendoci luce a vicenda, mettiamo qualcosa d’impermeabile addosso, altrimenti ne usciremmo fradici. A essere davvero malconcia però è la livrea interna della galleria. L’acqua sa essere più potente di mille picconi e stacca pietre a decine al minuto. Per terra ci sono calcinacci dappertutto: sia in mezzo alle rotaie che nei camminamenti esterni. Per la prima volta da quando siamo partiti il decadimento della linea si tocca veramente con mano.

Un bagliore di luce, per alcuni minuti ci dà l’illusione di essere vicini all’uscita. In realtà scopriamo in fretta che si tratta solo di un segnale chilometrico catarifrangente, illuminato a distanza dai nostri frontalini.

Il bagliore vero, arriva solo molto dopo, quando è passata un’ora dal nostro ingresso nel tunnel.


Coi binari Copertina-libro[1] 320.000. Tante sono state le traversine che abbiamo calpestato durante il tragitto (per un totale di 120 km percorsi con 10 ore di camminata al giorno). Le ho contate con una buona approssimazione. Traversine di legno o, peggio, di cemento. Spesso, spessissimo, annegate in mezzo a sassi spigolosi da massicciata, distribuiti irregolarmente. Un massacro per i piedi, che si è aggiunto alla fatica muscolare e zuccherina della marcia………..
… … … leggendo le pagine che seguono mi sono reso conto che questo libro di fatica è pesantemente intriso. È stata la fatica da trekker della rotaia a cubare pensieri, tagliare parole e incastrare frasi a colpi di martello e flessibile. Una compagna di viaggio dunque che, sempre paradossalmente, si è rivelata musa per narrare di altre fatiche ben più pesanti delle nostre. Quelle degli uomini e delle donne che la Sulmona-Carpinone l’hanno costruita e fatta vivere con il proprio lavoro. (
Stefano Cipriani)
[2] I edizione: luglio 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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