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Ciclo del grano e destino dei morti

di Rita Cerimele [1]

Nella giornata del 2 Novembre, si celebra il giorno dei morti. In Italia non è mai stata istituita ufficialmente come festività civile, anche se la ricorrenza rimane molto sentita dalla popolazione, che spesso viaggia verso i propri luoghi di origine per portare fiori e lumini sulle tombe di parenti e amici deceduti.


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Nel Vecchio Mondo la natura era al centro dell’attenzione dell’uomo con un’intensità di interrogativi e celebrazioni. Nei bassi ceti e soprattutto nelle campagne, i cicli lunari erano di vitale importanza. Il mondo naturale, vegetale e animale era governato dalle stesse leggi. Il sole, la luna, i moti delle costellazioni scandivano il vissuto, fornivano indicazioni, orientavano i comportamenti e le scelte degli individui e delle comunità. Il loro corso regolare era una necessità vitale e il segno di benevolenza del Dio o degli Dei.

Sole e luna erano dunque seguiti con attenzione e celebrati nel loro corso annuale che si accompagnava al ciclo delle messi e al parto delle greggi. In occasione dei solstizi e degli equinozi, del morire e rifiorire della natura, si mettevano in atto complesse strategie rituali che avevano l’obiettivo di proteggersi, ingraziandosi demoni, spiriti, morti e tutte le entità che più facilmente circolavano nei momenti di crisi e di passaggio.

Gli eventi eccezionali, come le eclissi lunari, erano vissuti come un sovvertimento dell’equilibrio del cosmo perciò i contadini, attraverso il suono forte della tromba e dei campanelli aiutavano la luna a riprendersi per far sì che l’astro non morisse, altrimenti la vita vegetale e animale sarebbe morta di conseguenza.

Festeggiavano la notte per esorcizzare il buio accendendo fuochi nel periodo in cui la luna diventava rossa come il sangue, perché si apriva il periodo delle cacce, disponendo lumini o fiaccole fuori da case e stalle. Il popolo avvolto dall’oscurità invernale e dal freddo imminente si riuniva nelle diverse abitazioni recitando cantilene ad invocationem del Dio Luminoso e rimanendo centrati nella Luce iniziavano l’agape lasciando un tavolo apparecchiato con verdura, frutta di stagione, dolciumi e una candela accesa tutta la notte per i defunti, cosicché le anime inquiete, ancora legate al mondo materiale non dovessero patire la fame e il freddo e si dimostrassero grate a coloro che meglio avevano approntato l’accoglienza.

Novembre è il mese della nebbia, del freddo pungente, ci pone di fronte alle nostre insofferenze. Siamo in una fase di quiete dopo il cambiamento radicale che l’Autunno porta con sé. L’umore diviene cupo seguendo il ritmo del tempo affrontando il momento più difficile dell’anno: la Notte Buia. La natura diviene spoglia e anche noi, in un certo senso, ci ritroviamo nudi davanti alle nostre profondità.

Celebrare tra pagani e antichi cristiani

Il culto dei morti è antichissimo.

Nella tradizione popolare è motivo ricorrente la credenza che in questo giorno i cari defunti tornino sulla terra a farci visita. Il viaggio affrontato dalle anime è lungo e faticoso e per renderle benevole verso i giorni a venire viene offerto loro un ristoro. Nasce così la tradizione culinaria della Festa dei Morti che accomuna per significato e finalità tutte le regioni della penisola. Se è vero che oggi il culto commemora i trapassati attraverso il suffragio e la preghiera è altrettanto vero che molte delle antiche usanze continuano a vivere nel comune intento di accogliere, confortare e placare le anime degli avi deceduti. Gli odierni dolci dei morti simboleggiano i doni che essi portano dal cielo e contemporaneamente l’offerta dei vivi per il loro viaggio scacciando in questo modo la paura dell’ignoto e della morte.

Alcune testimonianze storiche attestano l’usanza della commemorazione già in civiltà antichissime distanti per spazio e tempo: dall’antica Roma alle civiltà celtiche, al Messico e alla Cina è un proliferare di riti, dove il comune denominatore è consolare le anime dei defunti perché siano propizie per i vivi.

Certamente origini e riti si ricollegano all’antica usanza del banchetto funebre un tempo comune a tutti i popoli indo-europei.

All’epoca dei primi cristiani queste tradizioni erano ancora molto presenti e la Chiesa Cattolica faticava a sradicarle, così nell’anno 835, Papa Gregorio IV spostò la festa di Tutti i Santi dal 13 Maggio al 1 Novembre pensando di dare un nuovo significato ai culti pagani stessi. L’idea di commemorare i defunti in suffragio nasce su ispirazione di un rito bizantino che celebrava infatti tutti i morti il sabato prima della domenica di Sessagesima, all’incirca in un periodo compreso tra la fine di Gennaio e il mese di Febbraio. Nella Chiesa Latina il rito viene fatto risalire all’abate benedettino S. Odilone di Cluny, quinto abate di Cluny, devoto alle Anime del Purgatorio, il quale, fra il 1028 e il 1030 definì che in tutti i monasteri dipendenti, dopo la solennità di Tutti i Santi venisse celebrata la memoria di tutti i fedeli defunti con Messe, Ufficio dei defunti, elemosine. Il decreto di S. Odilo – Statutum Odilonis de defunctis, oltre alla celebrazione di messe e uffici divini per i defunti, insisteva sulle elemosine: veniva ordinato di offrire cibo a dodici poveri, che venisse dato loro quanto avanzava dalla tavola dei monaci compresa l’elemosina ricevuta per la celebrazione delle messe. Con la riforma cluniacènse si stabilì infatti che le campane dell’abbazia fossero fatte suonare con rintocchi funebri dopo i vespri del 1 Novembre per celebrare i defunti. Il giorno dopo l’eucaristia sarebbe stata offerta pro requie omnium defunctorum. Successivamente il rito venne esteso a tutta la Chiesa Cattolica.

Per alcuni la data del 2 Novembre aggiunta al calendario cristiano per commemorare i defunti sembrava riferirsi al periodo del grande Diluvio di cui parla la Genesi, quello per cui Noè costruì l’arca che cadde nel diciassettesimo giorno del secondo mese corrispondente al nostro Novembre. Una storia sospesa tra religione e leggenda che attribuisce la vera origine della Festa dei Morti in onore delle persone che Dio stesso aveva condannato al fine di scongiurare eventi simili.

Chiesa Latina e celebrazione

La commemorazione di tutti i fedeli defunti Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum è una ricorrenza della Chiesa Latina celebrata il 2 Novembre di ogni anno, il giorno successivo alla solennità di Tutti i Santi. La ricorrenza è preceduta da un tempo di preparazione e preghiera in suffragio dei morti della durata di nove giorni: la cosiddetta novena dei morti che inizia il 24 Ottobre. Alla commemorazione dei defunti è connessa la possibilità di acquistare un’indulgenza, parziale o plenaria, secondo le indicazioni della Chiesa Cattolica.

Le comunità parrocchiali, forse ancora oggi, esprimono questo senso della speranza cristiana recandosi in processione al cimitero a benedire le tombe.

Il colore liturgico della commemorazione è il nero o il viola, colore della penitenza, dell’attesa e del dolore utilizzato anche nei funerali.

Celebrando nei cicli della natura con pane e vino

Nelle culture euro-mediterranee antiche e recenti è ampiamente diffusa la relazione tra mondo ctonio e prosperità di uomini e natura. A partire almeno dal neolitico, nel vicino Oriente e in area egea dove il culto dei morti appare in tutta evidenza collegato con i riti stagionali della fertilità, nei quali il rifiorire della vita in primavera era messo in relazione con la resurrezione dalla tomba, la commemorazione dei defunti è uno degli elementi costanti delle feste rituali agrarie.

È noto che il pane e il vino rappresentano due pilastri centrali delle basi alimentari dei popoli del Mediterraneo essendo entrambi i frutti fecondi e millenari di due fondamentali piante di civiltà: il grano e la vite.

Il paesaggio agrario ha plasmato quello culturale, ne ha connotato e permeato tradizioni e linguaggi, valori e simboli. Modellate dai cicli vegetativi di queste coltivazioni, le campagne hanno conosciuto le plurisecolari vicende tessute dalla geometria di spighe e tralci, non meno che dalle mitologie, dalle filosofie e dalle religioni nate e innestate sul complesso ordito di questi segni umani della terra. È appena il caso di precisare che il pane e il vino non esistono in natura, ma sono prodigiose invenzioni dell’uomo, travagliati esiti del suo dominio sulla natura, formidabili e preziosi capitali di un lento e lungo processo di evoluzione tecnologica e di elaborazione culturale.

Negli aggrovigliati percorsi di produzione e trasformazione del grano e della vite è possibile leggere come in un palinsesto, tutta la storia delle genti del Mediterraneo: economie e strutture sociali, saperi e poteri, ideologie e simbologie.

Per il loro carattere pervasivo e totalizzante al grano e alla vite sono da sempre associati elementi e dati costitutivi dell’identità, della memoria collettiva, dell’appartenenza alla comunità, della comunione del senso profondo della vita e della morte.


Bibliografia: I. BUTTITTA, I morti e il grano, Melteni 2006; MOZZI, Il culto dei morti, Einaudi 2000.
[1]  Rita Cerimele è nativa di Agnone (IS). Scrive libri di favole e poesie. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: “Lascia che il Tempo Corra” Ed. Mondi Velati; “La Bambina con la Valigia Rossa”, “Abbiamo Tanto da Dire” e “Haiku” tutto di Etica Edizioni. È coautrice, per Fefè Editore, nell’Antologia narrativa “Streghe d’Italia reali o presunte” IV volume; e per la collana poetica “Ispirazioni” ed. Pagine.

 

 

About Rita Cerimele

Rita Cerimele è nativa di Agnone (IS). Scrive libri di favole e poesie. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo: “Lascia che il Tempo Corra” Ed. Mondi Velati; “La Bambina con la Valigia Rossa”, “Abbiamo Tanto da Dire” e “Haiku” tutto di Etica Edizioni.

Un commento

  1. Bellissimo Articolo: assolutamente interessante,documentato e completo sulla ricorrenza ieri celebrata!
    Pur l’uomo moderno, che va sempre di fretta, trova cmq un momento per riflettere e ricordare gli avi e in genere i cari che ci hanno lasciati e preceduto nell’ALDILA’…
    E l’uomo in vita è sempre attratto dal mistero e cerca di sapere, di penetrare ciò che si nasconde oltre la terra e sottoterra, da dove si trae nutrimento coi frutti d’ogni genere, specie grano e…vino!

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