Chiauci, il nome e lo stemma

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di Adelaide Trabucco [A],
tratto dal suo libro “Memorie Storiche e Artistiche di Chiauci e delle sue Chiese“

Chiauci è un paese di antiche origini ubicato in quella regione dell’antico Sannio o Saphinim i cui abitanti erano i Saphineia o Sanniti, secondo un’appellazione attestata ancora nel II secolo a. C. da un’iscrizione di Pietrabbondante.

Chiauci 2
Chiauci

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Dai toponimi delle carte della Terra Burrellensis, precisamente dai toponimi del Catalogus Baronum, si apprende che Chiauci aveva il prenormanno nome proprio di Clàvicia e allo stesso modo la denominavano i Normanni[1]. Al tempo degli Angioini era nota con il nome di Castella Claviza; nel periodo Aragonese, Clavico o Clavici. Nel corso del 1700 era appellata Terra o Terrae Clavicorum, sia in documenti ufficiali religiosi come i Libri dei Battezzati, Cresimati, Matrimoni e Morti[2], sia in documenti ufficiali civili, come la Causa vertente tra il Barone di Chiauci e l’Università di Chiauci; o anche Terrae Clavicarum[3], oppure Terra delle Chiavi”[4], denominata per la pronuncia dialettale “Terra delli Chiavi”[5], “Terra de’Chiavi” o “Chiavi”[6] e ancor più popolarmente “Terra delli Chiavici”[7], affiancata dalla dicitura abbreviata “Terra delli Chiauci”[8], sebbene già nel corso del Seicento troviamo la scrittura “Terra delli Chiauci”[9]. Infine, Chiauci tout court.

I, 3. 1. Stemma del Comune di Chiauci
I, 3. 1. Stemma del Comune di Chiauci

   È incerto l’etimo del nome: dal latino clava, “bastone”; o da claviger, “portatore di clava”; oppure da Cloacina, uno degli appellativi di Venere; o da clavis, “chiave”.

   Quest’ultima ipotesi ci appare accredita dallo stemma comunale che vede due chiavi d’oro, maschie, incrociate a croce di sant’Andrea, caricate da un’aquila d’argento al volo abbassato, d’azzurro, rivoltata, a becco chiuso, coronata d’oro – ovvero, non usando il linguaggio araldico: un’aquila bianca in campo azzurro, le ali con le penne chiuse e pendenti, il capo rivolto verso il fianco sinistro dello scudo, sormontato da una corona di marchese, e con le zampe coperte di piume fino agli artigli. La corona si presenta come un cerchio d’oro, gemmato al centro e cimato da otto perle, tutte visibili.

   L’aquila, il re degli uccelli, che vola verso il sole e il cui occhio resiste alla luce celeste, che piomba da grandi altitudini e stritola il serpente legato alla terra, è un antichissimo simbolo di luce.

   La Chiesa protocristiana inizialmente assume un atteggiamento cauto verso la raffigurazione dell’aquila, poiché è segno del potere romano che la perseguita. Dopo l’editto costantiniano del 313, l’aquila diventa simbolo della Chiesa di Roma, segno del trionfo della religione cristiana sul paganesimo e simbolo dello stesso Cristo: Aquila Christus, il Redentore il quale, come aquila che vola verso il sole, eleva le anime verso Dio con l’infu-sione della sua Grazia. L’ascesa dell’aquila è parimenti immagine simbolica dell’Ascensione di Cristo. La lotta sempre vittoriosa dell’aquila contro il serpente è remoto simbolo della lotta tra luce e tenebre, ora trasposta a Cristo, “Luce del mondo” che vince il “principe delle tenebre”[10].

I, 3. 2. Cristo contro satana - X sec. - Miniatura dal Commentario di Beatus, Cattedrale di Gerona (Spagna) – elaborazione fotografica A. T.
I, 3. 2. Cristo contro satana – X sec. – Miniatura dal Commentario di Beatus, Cattedrale di Gerona (Spagna) – elaborazione fotografica A. T.

   L’aquila è anche simbolo imperiale. L’insegna dell’aquila e del leone sono le più antiche del mondo. È vero che l’araldica sorge nel XII secolo come disciplina che studia gli stemmi, tuttavia l’uso dello stemma, detto anche insegna o arma, risale al periodo greco e romano. In araldica l’aquila riprodotta frontalmente è tra le figure più superbe. L’aquila d’oro era simbolo dell’Impero Romano da quando gli Etruschi donarono a Roma uno scettro d’oro con un’aquila d’avorio in segno di sottomissione. Caio Mario destinò l’insegna dell’aquila d’argento con la folgore tra gli artigli alle Legioni, e la rappresentavano issata su una picca, segno di coraggio, potere, vittoria, a modello dell’aquila simbolo di Zeus del quale rispecchiava il carattere – l’apoteosi dei Cesari verrà rappresentata con il volo delle aquile. L’aquila sarà adottata da tutti quei poteri che vorranno significare l’immagine di Roma imperiale: per esempio, da Costantino come simbolo del Sacro Romano Impero, a Carlo Magno come simbolo del Sacro Romano Impero Germanico, a Federico Barbarossa che adottò l’aquila nera in campo d’oro, a Napoleone.

   La figura dell’aquila è effigiata in non pochi stemmi e insegne civiche, dal Friuli: la città di Aquileia presenta un’aquila d’oro coronata in campo d’azzurro; alla Sicilia: lo stemma di Siracusa reca un’aquila ‘turrita’, caricata sul petto di un castello d’oro torricellato; allo stesso Abruzzo: lo stemma della città dell’Aquila aveva un’aquila al volo abbassato di nero, coronata, rostrata, linguata e armata d’oro. Nel periodo svevo lo stemma di Agnone recava un’aquila con il cimiero, a lato sinistro le lettere “S. P.”, a lato destro, “Q.R.”, “SENATUSPOPOLUSQUEROMANUS”, la prestigiosa sigla della civiltà romana.

   L’aquila alata e coronata nel medioevo è insegna delle città imperiali. Con Federico II l’aquila nera divenne segno di appartenenza ai ghibellini, cosicché osservando lo stemma di una città se ne poteva conoscere l’orientamento politico: se l’aquila era rossa, era una città guelfa, se nera, ghibellina. In quel tempo solo l’imperatore poteva concedere ornamenti per abbellire gli stemmi o per crearne ex novo: come premio per l’aiuto fornitogli dai Forlivesi, Federico II concesse alla ghibellina Forlì di fregiarsi con l’aquila Sveva. L’imperatore Carlo V accordò a Catanzaro l’onore dell’aquila imperiale per premiare la strenua resistenza dei Catanzaresi nel 1528 contro i francesi fedeli ai Valois.

   Per la nostra storia locale in oggetto è significativo che lo stemma di Berteraino Bucca, sebbene avesse ricevuto Chiauci come feudo in dono da Carlo I d’Angiò nel 1269[11], recasse un’aquila imperiale nera. Il linguaggio araldico descrive lo stemma Bucca come “Partito: nel 1° d’argento con 5 fasce ondate di nero; nel 2° palato di 4 pezzi di rosso e d’oro col capo d’oro caricato da un’aquila nera al volo spiegato”[12]. Nell’araldica civica italiana l’aquila completamente nera – ‘cucita’ – indica l’obbedienza e la riconoscenza verso il Sacro Romano Impero. Alla fine del XIII secolo l’aquila sveva è l’emblema della nazione italiana, in opposizione ai gigli di Carlo d’Angiò che rappresentava il partito straniero. Lo stemma dei Bucca rivela il suo preesistente legame con la casata imperiale sveva, spiegabile tenendo presente che la famiglia de Bucchis o Bucca venne nel reame con Carlo I d’Angiò, ma era un’antica stirpe italica avendo posseduto feudi in Lombardia[13].

   Nel territorio corrispondente all’attuale Molise, dall’epoca normanna all’eversione delle feudalità la famiglia Bucca possedette i feudi di Colli al Volturno e Longano, ricevuti da Carlo I d’Angiò nel 1269 concomitantemente al feudo di Chiauci, il feudo di Cerro al Volturno (1525-1530), il feudo di Montenero Valcocchiara (1536) e di Pizzone (1536-1566)[14]. Nella persona di Manfredino Bucca, Signore di Torre Annunziata, il quale nel 1536 fu il primo titolare della famiglia per Montenero e Pizzone, la famiglia Bucca si imparentò con la prestigiosa casata d’Aragona, poiché Manfredino sposò Margherita Quezalt d’Aragona: suo figlio ed erede è Antonio Bucca d’Aragona.

   Allo stato attuale delle ricerche ignoriamo se l’aquila dell’arme del Casato medievale Bucca abbia accompagnato nel corso dei secoli lo stemma municipale delle Terrae Clavicorum, ‘caricando’ le chiavi decussate. La figura dell’aquila è ancora presente nell’attuale stemma civico di Chiauci, tuttavia dobbiamo sottolineare che si configura con significato di segno diverso dall’aquila imperiale, nera e al volo spiegato. L’aquila di Chiauci, difatti, è a volo abbassato, a simboleggiare riflessione e prudenza – mentre a volo spiegato indica slancio, desiderio di gloria. I colori accentuano il significato della posizione delle ali: l’aquila è d’argento (bianca) in campo d’azzurro, a indicare in araldica animo candido proclive alla clemenza.

I, 3. 4. Consegna delle chiavi della città alla Madonna della Scala - 6 maggio 2007 – Massafra – elaborazione fotografica A. T.
I, 3. 4. Consegna delle chiavi della città alla Madonna della Scala – 6 maggio 2007 – Massafra – elaborazione fotografica A. T.

Per quanto riguarda il significato delle chiavi, queste sono segno di potenza e alludono alla carica di Castellano o Capitano di Castello, Governatore o Comandante di luoghi fortificati. Le chiavi delle porte della città vengono inviate dalla Cittadinanza al conquistatore che l’ha espugnata, come segno dell’avvenuto assoggettamento. In campo spirituale, una Cittadinanza nell’invocare il patrocinio della Beata Vergine Maria le dona, insieme con il cuore, le chiavi delle porte della città – secondo una tradizione che continua anche ai giorni nostri.

   L’araldista Giorgio Aldrighetti attesta come sono molto diffuse le ‘chiavi di San Pietro’, una d’oro e una d’argento, decussate[15], come emblema del Pontefice Romano e dello Stato Pontificio. Nella simbologia araldica la prima chiave, a destra, d’oro, allude al potere che si estende al regno dei cieli; la seconda, a sinistra, d’argento, simboleggia l’autorità spirituale del papato sulla terra. Hanno sempre gli ‘ingegni’[16] rivolti verso l’alto ad indicare il Cielo e di sovente traforati a forma di croce a indicare che il Papa ha il potere di legare e di sciogliere[17] in virtù della morte di Gesù Cristo. Le chiavi sono legate tra loro da una corda a nappa che indica il legame tra i due poteri. Il colore del cordone è in genere d’azzurro, ma si trovano anche cordoni di colore rosso o d’oro. I legati pontifici, i quali in passato esercitavano pienamente l’autorità del governo papale presso i regnanti, portavano la propria insegna accollata alle chiavi pontificie incrociate, ma con gli ingegni in basso, ad indicare che esercitavano soltanto potere temporale[18].

I, 3. 5. Sigillo apposto nel 1766 dall’Università delle Terrae Clavicorum ai suoi documenti ufficiali - Chiauci, Archivio Parrocchiale Chiesa Madre di San Giovanni Apostolo ed Evangelista [d’ora in poi A. P. S. G. A. E.]
I, 3. 5. Sigillo apposto nel 1766 dall’Università delle Terrae Clavicorum ai suoi documenti ufficiali – Chiauci, Archivio Parrocchiale Chiesa Madre di San Giovanni Apostolo ed Evangelista [d’ora in poi A. P. S. G. A. E.]

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Nell’Archivio Parrocchiale è custodito un significativo documento del 1766, la Supplica dei Governanti di Chiauci rivolta al Vescovo di Trivento S. E. Giuseppe Pitocco per ottenere il permesso di pubblicare in Chiesa la nota delle carte scomparse di notevole importanza per il paese, pena l’invocata scomunica da parte di Sua Eccellenza[19].

   Nel suddetto documento si trova impresso ben in evidenza, sotto le firme dei quattro Governanti o “Sindaci” – Benigno Giancola, Stefano di Lonardo, Sabatino Colabuono, Felice di Salvo – il sigillo che nel 1766 l’Università delle Terrae Clavicorum apponeva ai suoi documenti ufficiali: due chiavi decussate, con gli ingegni verso l’alto, circondate da un fregio a guisa di ghirlanda. Ai piedi del sigillo vi è la firma del Cancelliere Pietro Sciarra e la dichiarazione del “Regio Notaio Celestino Ciarlanti d’Isernia richiesto e signato”, corredata dal sigillo personale del Notaio e dalla sua firma, attestante che la Supplica è stata scritta “per volontà delli attuali Governanti della Terra delli Chiavi, e di loro proprio pugno sottoscritta e sottocroce signata (firmata), […] e che sia stata monita col solito suggello d’essa Università”[20].

   Il settecentesco Inventario seu Platea redatto dall’Abate Arciprete d. Matteo de’ Cepollino riporta la descrizione della Chiesa Matrice di S. Giovanni Apostolo ed Evangelista in Chiauci, nonché l’inventario e relativa descrizione dei suoi beni. La Platea non è lavoro arbitrario di un solo uomo: venne realizzata con la collaborazione di qualificati testimoni, ed alla presenza del Consiglio dei cittadini.

   A proposito del Campanile della Chiesa Matrice, il documento attesta che la campana maggiore, fusa nel 1720, recava impresso “l’harme dell’Un.ità” (università), lo stemma della Universitas di Chiauci, la Comunità organizzata dei Cittadini chiaucesi o “abitatori delle Terrae Clavicorum”. L’arme dell’Università delle Terrae Clavicorum impresse sulla campana erano, è scritto nella Platea, “due Chiavi a modo di Sigillo”[21]. La fusione originaria della Campana grande era però ben antecedente al 1720, poiché essa esisteva già nel 1689, quando si ruppe una prima volta per essere poi rifatta dopo qualche anno nel 1692. Una seconda volta si ruppe nel 1719 per essere ricolata subito, nel 1720: si tratta della campana descritta nella Platea[22]. È legittimo supporre che, poiché raffigurava lo stemma dell’Università, la decorazione impressa sulla campana non era solita subire variazioni quando la campana veniva riparata o ricolata: le “due Chiavi a modo di Sigillo” saranno state presenti anche nella decorazione antecedente il 1689, anno in cui la campana maggiore si ruppe per la prima volta.

   Lo stemma civico con le “due Chiavi a modo di Sigillo” è tuttora ben visibile nella Chiesa Matrice: l’Altare di S. Giorgio Martire reca lo stemma delle Terrae Clavicorum – le due chiavi maschie incrociate a croce di sant’Andrea sormontate da una corona. Nello spazio tra la corona e le chiavi spiccano le lettere “S. G.”, ovvero San Giorgio. La presenza dello stemma civico è in relazione con il carattere della Cappella di S. Giorgio, la quale storicamente era una Cappella laicale “di jus patronatus dell’Università[23].

   Le chiavi, come l’aquila, sono simboli sia della Chiesa di Roma sia del potere laico. Dall’odierna situazione degli studi non risulta che Chiauci sia appartenuta alla S. Sede né che sia stata feudo ecclesiastico. È doveroso tuttavia fare un rilievo: mentre nell’attuale stemma comunale le chiavi hanno gli ingegni rivolti verso il basso a indicare senz’ombra di dubbio un potere di carattere temporale, invece nel Settecento, probabilmente anche nel Seicento, le chiavi usate per segnare il “suggello dell’Università” delle Terrae Clavicorum presentano gli ingegni rivolti verso l’alto, circostanza che conferisce ulteriori motivazioni alla prosecuzione dell’analisi.

   Il motivo delle “due Chiavi a modo di Sigillo” era dunque presente nel secolo XVIII, presumibilmente nel secolo XVII, e compariva da solo: forse a privilegiare una remota e originaria figurazione dello stemma?

   Di certo la presenza delle chiavi nell’arme dell’Università non può non far propendere verso l’ipotesi che collega l’etimologia di Chiauci con la parola latina clavis “chiave”. Senz’ombra di dubbio nei manoscritti del 1700, sia in latino sia in volgare, Chiauci viene inequivocabilmente denominata Terra o Terrae Clavicorum[24], Terra o Terre delle Chiavi[25]: si tratti della chiave del Sannio Pentro limitrofo al Sannio Caraceno, o si tratti della “chiave” fra la contea longobarda di Trivento e la contea longobarda di Petrahabundans, prima che entrambe divenissero Terra Burrellensis.

[divider]Copyright Adelaide Trabucco
Editing: Enzo C. Delli Quadri [divider]

 

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[A] Adelaide Trabuccosannita, procede sulle orme culturali e artistiche dei genitori, Erminio Trabucco e Mattea Messina, svolgendo la sua attività di docente, iconografa, ricercatrice ed autrice nella  consapevolezza che la coscienza delle proprie radici dona le ali per l’armoniosa realizzazione del proprio futuro. info@adelaidetrabucco.it www.adelaidetrabucco.it

[1] A. FERRARI, op. cit., p. 244.
[2] A. P. S. G. A. E., Chiauci, AA. VV., Libro dei Battezzati, Cresimati, Matrimoni e Morti 1727-1832, n.° o. 3, p. 265r.
[3] A. P. S. G. A. E., Chiauci, AA. VV., Cappella SS..mo Sacramento, b. 2, fasc. 8, p. 17v.
[4] A. P. S. G. A. E., Chiauci, M. DE’ CEPOLLINO, Libro quarto del Stato dell’Anime, in AA. VV., Libro de’Battezzati, […] 1684-1736, op. cit., p. 1065v.
[5] A. P. S. G. A. E., Chiauci, Supplica dei Governanti di Chiauci al Vescovo per ottenere il permesso di pubblicare in Chiesa la nota delle carte scomparse, di notevole importanza per il paese,Chiauci, 1766, b. 3, fasc. 1; M. CIPOLLINO, Inventario seu Platea, § II, Della Discrezione della Chiesa, in AA. VV., Volume Miscellaneo 1726-1767, b. 1, fasc. 1, p. 89r
[6] A. P. S. G. A. E., Chiauci, N. MASCIA, Libro quarto de’ Morti, in AA. VV., Libro dei Battezzati, […] 1727-1832, op. cit., pp.65v.-66r
[7] A. P. S. G. A. E., Chiauci, M. DE’ CEPOLLINO, Libro quinto de’ Morti, in AA.VV., Libro dei Battezzati, Cresimati, Matrimoni e Morti 1648-1683, n.° o. 1, p.1094r.
[8] A. P. S. G. A. E., Chiauci, D. SFERRA, Libro quinto de’ Morti, in AA. VV., Libro de’Battezzati, […] 1684-1736 , op. cit., p. 1008r.
[9] A. P. S. G. A. E., Chiauci, G. DE’ CEPOLLINO, Libro dei Battezzati, in AA. VV, Libro dei Battezzati, […] 1648-1683, op. cit., p. 9v.: anno 1664; Ivi, rescripta, p. 28r.: anno 1667.
[10] Cfr. H. e M. SCHMIDT, Il linguaggio delle immagini. Iconografia cristiana, Città Nuova Editrice, Roma 1988; G. CAIRO, Dizionario ragionato dei simboli, Milano 1922; L. BARTOLI, La chiave per la comprensione del simbolismo e dei segni nel sacro,Trieste 1982.
[11] G. V. CIARLANTI, op. cit.
[12] Cfr. Elenco delle famiglie che possedettero feudi urbani e rustici nel territorio corrispondente all’attuale Molise, dall’epoca normanna all’eversione delle feudalità,in Storia e genealogia della Famiglia di Alena e delle famiglie feudali del Molise, <www.disanzad’alena.it> (13/06/2007).
[13] Cfr. <www.mundunur.com.montenero valcocchiara/storia> (23/09/2008).
[14] Cfr. Elenco delle famiglie che possedettero feudi urbani e rustici nel territorio corrispondente all’attuale Molise, dall’epoca normanna all’eversione delle feudalità, op. cit.                                                                                                                                                                                                      [15] “Decussato”: incrociato, disposto ad X; dal decussis, il “decusse”, moneta romana dal valore di 10 assi, che aveva su ambedue le facce il segno di valore X (10) [n. d. a.].
[16] “Ingegno”o “mappa”è l’elemento della chiave perpendicolare al fusto, cioè la parte con gli “scontri”, che viene introdotta nella toppa della serratura; gli “scontri”sono le parti intagliate di una chiave che, combaciando con i “riscontri”della serratura, ne permettono l’apertura [n. d. a.].
[17] Cfr. Mt 16, 19
[18] Cfr. G. ALDRIGHETTI, Araldica Ecclesiastica, Realizzazioni html a cura di C. R.
[19] A. P. S. G. A. E., Chiauci, Supplica dei governanti di Chiauci al vescovo per ottenere il permesso di pubblicare in chiesa la nota delle carte scomparse, di notevole importanza per il paese , Chiauci 1766, b. 3, fasc. 1.
[20] A. P. S. G. A. E., Chiauci, Supplica dei Governanti di Chiauci al Vescovo, op. cit..
[21] A. P. S. G. A. E., Chiauci, M. DE’ CEPOLLINO, Inventario seu Platea, § II, Della Discrezione della Chiesa, op. cit., p. 81v.
[22] Ivi, p. 82r.-v.
[23] A. P. S. G. A. E., Chiauci, Libro in cui si descrivono i conti delle Cappelle Laicali, cioè del Glorioso S. Giorgio e S. Vincenzo,quanto le cautele di socite d’animali, 1798-1805, b. 2, fasc. 10; Bilancio dell’introito ed esito che ritrae e disperde il Procuratore Serafino di Matteo per l’amministrazione delle due Cappelle laicali di S. Vincenzo e di S. Giorgio, di jus patronatus dell’università, 1807, b. 11, fasc. 155; AA. VV., Volume Miscellaneo 1727- 1767, b. 1, fasc. 1, p. 83r.
[24] A. P. S. G. A. E., Chiauci, AA. VV., Libro dei Battezzati, […] 1727-1832, op. cit., p.265r.
[25] A. P. S. G. A. E., Chiauci, M. DE’ CEPOLLINO, Libro quarto del Stato dell’Anime, in AA. VV., Libro de’Battezzati, […] 1684-1736, op. cit., p.1065v.

 

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