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Chi sì tù? A chi sì figlie?

di Antonia Anna Pinna [1]

busta-per-la-lettera-7562212Quante volte, tornando a Villalago Aq dopo una lunga assenza, mi sono sentita porre questa domanda! Chi sì tù? A chi sì figlie? E quante volte ci siamo accorti che, in paese, presentarsi semplicemente con il nome ed il cognome serve a poco? Basta però pronunciare il soprannome della famiglia cui si appartiene perché il nostro interlocutore capisca subito chi siamo. “So’ la figlia d’Rosa d’ Saracone! ” <<A, scine la figlia d’ l’ sardegnul’ , mo’ so’ capit’.>>

Come in quasi tutti i paesi dell’Altosannio, infatti, anche a Villalago, i soprannomi sono senz’altro quanto di più diretto ci possa essere per identificare una persona. È un segno distintivo tramandato di generazione in generazione. Molti sono strani, altri, apparentemente incomprensibili, serbano delle sorprese, ma, tutti, stimolano curiosità e, così come accade per i cognomi, se ne vorrebbe conoscere l’origine. Spesso era legato ai mestieri o a qualche particolarità fisica: per esempio c’era un signore che affittava le biciclette. Lo chiamavano ”l’ surd’” perché aveva l’apparecchio acustico. Teneva le bici in perfette condizioni e per poche lire le affittava a ore. Naturalmente tornavano sempre mezze rotte; gliele appoggiavano al muro senza nemmeno farsi vedere, compreso mio fratello.

I soprannomi avevano un ruolo vitale nel distinguere una famiglia da un’altra. Molte famiglie con lo stesso cognome vivevano in prossimità per molti anni. Tradizionalmente, ai bambini veniva dato il nome degli antenati. Di solito, il primogenito riceveva il nome del nonno paterno, il secondo figlio quello del nonno materno. Allo stesso modo, le figlie ricevevano il nome della nonna paterna e materna. Di conseguenza, molti cittadini avevano lo stesso nome. I soprannomi in dialetto, molti dei quali con significati persi ormai da tempo, facilitavano l’identificazione della persona o famiglia riferita. Il soprannome aveva la prefazione ‘chis di‘ ovvero ‘quella persona di’. Ora vorrei ricordare alcuni soprannomi e abbinarli al nome vero.

Nonna Maria (la natecuta) Zio donato ( gnocchetto)   Zia Luisa (la canzoniera)   Celeste   (pietterusce) la crapa—magnasale–terzo, piano—trentatre e via discorrendo. Tutti divertentissimi e legati a fatti che non posso conoscere se non quando parlano gli anziani che fanno i dovuti collegamenti.

La cosa molto carina, che mi ha ricordato mia madre, è che sulla posta mettevano solo il soprannome perché temevano che si potessero sbagliare. Io sono sempre stata chiamata con il nome e cognome tutto attaccato perché c’ero solo io a chiamarmi Pinna.

 


[1] Antonia Anna PinnaAbruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

About Antonia Anna Pinna

Antonia Anna Pinna, Abruzzese di Villalago (AQ), lavora in Banca d’Italia. Ama la scrittura e, in particolare, la poesia che nasce dal suo profondo amore per ogni forma di vita, dal suo essere donna, madre e moglie.

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