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C’era una volta Castel di Sangro. I giochi

Tratto dal Libro di Carlo Fiocca[1] edito da Neo Edizioni[2] di Castel di Sangro (AQ).

A Mazza Cuzz

A Mazza Cuzz

Ci si forniva di un bastone della lunghezza di circa 60 cm e di un altro pezzo di bastone lungo 10 cm ed appuntito per due o tre centimetri ai due lati.

Il gioco consisteva nel colpire una delle due estremità del pezzo piccolo (ru cuzz) e, mentre questo si sollevava e roteava in aria, bisognava colpirlo con la (mazza) e spedirlo il più lontano possibile.

A Mazza ‘Mbossa

I partecipanti al gioco erano tre.

Si scavavano due fossetti nel terreno, distanti fra loro una settantina di metri. Due ragazzi affondavano ognuno nel proprio fossetto la mazza ed il terzo restava vicino a quello che doveva colpire (ru cuzz) da lui lanciato in aria e spedirlo lontano. Appena partito il pezzetto di legno, il terzo ragazzo correva a riprenderlo, per riportarlo nel fossetto, mentre gli altri due si scambiavano di posto. Vinceva quello che per primo raggiungeva la piccola buca. A volte i partecipanti erano quattro e si disponevano a cerchio.

Cic Cecchill

Si tracciava col gesso su un pavimento un grossissimo rettangolo, diviso longitudinalmente in due parti, ognuna della quali era poi ripartita in tre spazi (le caselle).

Il rettangolo era chiuso in cima da un semicerchio. Il gioco consisteva nello spingere con un piede e saltellando su di esso, una piastrellina, che doveva passare da uno spazio all’altro, senza rimanere sui segni tracciati.

A Pitt e Pott

A Pitt e Pott

Due squadre di quattro o cinque ragazzi tiravano alla conta per chi doveva stare sopra e chi sotto.

Quelli che stavano sotto facevano una specie di cavallina: il primo attaccato al muro e gli altri curvati ad angolo retto ed attaccati l’uno ai fianchi di quello che gli stava davanti. Sulla cavallina uno per volta dovevano saltare e rimanere quelli dell’altra squadra. Aveva perso chi cadeva per primo.

A proposito di questo gioco mi raccontò la felice memoria di mio Padre che, d’estate, una sera erano seduti fuori del Caffè Porta Pia alcuni signori. Fra questi il prof. Corrado Scarpitti, ginecologo illustre residente a Milano e figlio dell’ex medico condotto don Girolamo. Ultrasettantenne quel signore era tornato dopo svariate decine di anni nel paese natio. All’improvviso gli altri lo videro alzarsi ed attraversare la piazza. Aveva visto un gruppo di ragazzi, che faceva quel gioco. Papà lo seguì e lo vide commosso a gustarsi la scena ed a ricordare la spensieratezza di quella bella età.

A vriccia

 .

A Vriccia

Bisognava disporre di oltre dieci sassolini, più o meno della stessa dimensione. Se ne lanciava uno per aria e prima che ricadesse nella mano, bisognava con la stessa averne raccolto una volta due e poi all’altro lancio tre e così via.

L’avversario, durante il gioco, recitava la cantilena: “Malocchio sotto terra fa’ cade’ la vriccia in terra”.

Ru Muscon

Ru Muscon

Era il classico gioco, definito poi “lo schiaffo del soldato

Partecipanti cinque o sei ragazzi. Si tirava alla conta e lo sfortunato si poneva di spalle agli altri, con un braccio flesso al davanti e la mano esposta al di fuori dell’altra ascella, mentre l’altra mano aperta davanti alla tempia copriva la vista. Il poverino doveva individuare chi lo aveva colpito alla mano con uno schiaffo. Se ne prendevano di sberle!!!!.

Ru Strumb’l

Ru Strumb’l

O la trottola: un pezzo di legno a forma di tronco di cono con il vertice di metallo. Lo si avvolgeva con uno spago piuttosto doppio, di cui si manteneva una estremità e lo si lanciava in modo da farlo cadere con la punta in basso e farlo girare.

Una variante era “a pepezzat o a spacca”.

Nel lanciare la propria trottola si cercava di colpire quella dell’avversario, per spaccarla. Quando questo riusciva erano ovviamente lacrime, perchè non era facile farne un altro.

 

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[1] Sono di puro sangue castellano ed ho sempre amato il mio paese di origine. Ho vissuto in esso, affascinato dalla intelligenza e dalla mentalità  aperta dei miei concittadini. Possiamo dirci orgogliosi che i nomi di tanti castellani hanno travalicato i confini nazionali. Oggi Castel di Sangro è una bella cittadina ed io ne ricordo gli aspetti caratteristici di quando era solo paese. Scomparsa la mia generazione, non rimarrà più nulla delle tantissime cose, che avvenivano allora e che ogni giorno costituivano la vita di tutti. A mio avviso la storia di una comunità deve essere conosciuta dai suoi figli. Ho scritto queste pagine unicamente perché rimanga una traccia di come vivevano i nostri padri, perché le future generazioni siano edotte circa le loro origini e ne traggano semmai insegnamento (Carlo Fiocca)

[2] I edizione: agosto 2012 – Neo Edizioni Via Volturno, 2 – 67031 – Castel di Sangro (AQ) – info@neoedizioni.it – ww.neoedizioni.it 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

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About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Antonia Anna Pinna

    A vriccia, ci giocavo anch’io pero noi lo chiamavamo z’pret, ci passavamo pomeriggi interi.

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