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Ce n’ema joje (Dobbiamo andare)

Amico mio, ovunque sei, questo racconto è per te

di Manuela Pelle con dipinto di Pietro Mastronardi

Dipinto di Pietro Mastronardi: Agnone, San Pietro visto dalla Ripa. Originariamente era questa la chiesa in cui veniva officiata la Messa con la Pasturella, musica composta nell’ ottocento da Filippo Gamberale e suonata da zampogne o da organo

Parlare dei riti ed anche delle credenze che hanno popolato ed allietato la mia infanzia e la mia adolescenza, non è per me  soltanto un esercizio  propedeutico alla divulgazione  e al racconto della memoria, bensì è il ripercorrere strade conosciute, che mi emozionano ancora adesso  e d’improvviso.  Il tempo per me si annulla. 
La mia fantasia sempre galoppante,  nonostante l’età e  le intemperie da cui  la vita mi ha costretto  a ripararmi,  è ancora intatta  e subentra e rinfocola i ricordi: una parola, un odore, una immagine insignificante, scatenano in me la memoria di giorni considerati perduti perché passati, trascorsi, ma per me non invano. Il ricordo, la memoria, non solo per le cose oggettive ma soprattutto per le emozioni e i sentimenti che le situazioni scatenavano, hanno un posto particolare in me e non solo nel cervello dove pare ci sia una intera sezione dedicata, ma anche e soprattutto nel cuore, nell’anima o dovunque il mio sentire trova spazio.
E’ come una grande ruota di un mulino ad acqua, di quelli antichi fatti di legno e pietra,  che gira molto lentamente grazie all’acqua che, raccolta in una delle scansie delle pale, sosta e bagna lo spazio dove le innumerevole gocce si raccolgono e creano un piccolo un piccolo turbine che “sconvolge” uno spazio fino a poco prima vuoto e quasi asciutto grazie al vento gentile .
La sosta non è molto lunga, a volte consente a qualche uccello di passaggio di bere e fare un veloce tuffo, in estate, e l’acqua che non sempre riesce a ghiacciare in pieno inverno si tuffa nello spazio successivo, qualche goccia si perde e piomba nello specchio d’acqua alla base della ruota,  molto viene raccolto e il movimento prosegue all’infinito, fin quando le gocce, quelle che credevi perdute, sono raccolte ancora una volta e portate in alto, ed esse sono così contente di poter rivedere il cielo, gli alberi e la pietra immobile, eterna  e silenziosa che sorregge la ruota, da esplodere in un pulviscolo iridescente che arriva più lontano della pala stessa.
Il ricordo di cui parlo in questo mio scritto è legato alla Confessione solo apparentemente, perché, invece, racconta di una vita e di una società rurale ed artigiana che faceva del frutto del proprio lavoro non soltanto il mezzo per sostentare la  famiglia ma anche il proprio credo .
Il racconto, pur citando tradizioni e cultura, è costruito con situazioni e personaggi di fantasia. Il personaggio che racconta è Antonio, un ramaio. Il suo è un linguaggio misto di dialetto masticato e italiano arrangiato.

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E’ ancora notte fonda, patrem è già venuto a svegliarmi: moina arrizzat ca è tard, mameta ha già appecciet ru fuoc, spicciat ca ce n’ema joje e ru preut n’aspetta
Re uard stupetoit, dapuò m’arcord: cen’ema joje! uasc ca me voje da chiegne, ma nziamia patrem me vaid, m’azzeccapiur nu leccamuss.
Andò te muov o no? allucca mamma d’abball a la cucioina, mi vesto in fretta, mamma mi ha preparato pannoima pulite e profumate del suo sapone speciale, maglia e mutande de lana de pequera, siuwe gnà pizzecan, camicia de fustaggena, maglione di un colore che  definisco cupo chiaro fatto con lana sfilata da altri maglioni e mescolata ad altri gomitoli di risulta, lavorati vecin a ru fuoc da mamma, la saira. La giacchetta e re calziun, riadattati da un abito di mio padre, sono pesanti, di stoffa quattre detera massiccie, che ormai l’inverno è incipiente e  la strada che dobbiamo percorrere è lunga e sicuramente farà freddo.
All’usem già si sente odore di neve, le scarpe sono pesanti, adatte a un lungo cammino e mamma mi ha fatto portare anche lunghe pezze che, in caso di molto freddo e clima avverso, posso avvolgere intorno ai pantaloni tra la caviglia e il polpaccio così non solo sto più caldo ma i pantaloni non si rovinano. Sono contento, mi è stata comprata una coppola nuova, ma la cosa cchiù bbella è che indosserò è : ru tabbean de tateun Ndogn, ca auann nen po’ menoje che niu, ca nen tand stà vuon.
Andò!!!!, cala abball ca ce n’ema joje (dobbiamo andare), mio padre urla dalla tromba delle scale.
Mi precipito di sotto, prima di partire, dobbiamo andare in Chiesa, a san Pietro, oggi è il 21 novembre ed è la festa della Madonna delle Grazie, scibbendetta, io e mio padre andiamo ad ascoltare la messa e la Pasturella e a prenderci la benedizione della Madonna, un lungo viaggio ci aspetta: andiamo  verso Foggia. Stamattina non potrò bere neanche un sorso d’acqua perché devo fare la comunione, poi mamma ci aspetta a casa per salutarci con dolci e merende e pane e formaggio da portare via con noi .
Sono pronto, fuori è buio e fa le fridd, mio padre alza gli occhi al cielo e mi dice: mbè auann la Madonna se fa ru mand, piccolissime gocce di acqua gelata  e cristalizzata  scendono dal cielo, sono i primi fiocchi di neve, sono talmente tanto sottili e all’apparenza innocui di una neve neonata che può trasformarsi in un batter d’occhio in larghe falde e crearci problemi nella prima parte del viaggio, ma mio padre addòra l’aria e guarda nel buio le nuvole cariche e dice: ru tiemb è a mellaure, significa che è umido e dunque i piccoli fiocchi non devono impensierirci.
E’ tardi, la chiesa che vediamo in lontananza è già aperta e illuminata e le campane suonano a raccolta, dalle strade limitrofe, altre persone arrivano, mio padre saluta tante persone, e si ferma un attimo a chiacchierare : gnà stiè?, scì prond? Scioine piur niu! Auann Tata è armasct alla cheasa m’accumbagna Ndogne… e cert!  quanda enne tiè Andò, rispondo a bassa voce per vergogna ed anche per educazione, ci si rivolge agli adulti con umiltà e rispetto, : 18 enn….ma alleura tìa accaséa, ce veue na bella speusa, ca te currigge e aiuta mameta.
Il mio cuore ha un balzo e per un attimo il mio sguardo incrocia quello di Maria.
La speusa, jj già  la tieng: se chiema Maria , penso tra me e me.
Maria è la figlia dei nostri vicini, ha 15 anni oggi sta accompagnando suo padre e i suoi fratelli alla messa, ha ottenuto il permesso di venire a messa, così presto, con la promessa e la scusa che dopo ha molte cosa da fare in casa, per aiutare la mamma e quindi non ha tempo per andare in chiesa e fare la comunione
Maria, Maia,Maria è venuta a salutarmi come promesso; ho il cuore che mi scoppia per la gioia di vederla. Non posso guardarla a lungo, sarebbe irrispettoso non solo verso Maria, ma anche verso mio padre e i suoi interlocutori.
Maria: capelli castani raccolti in una treccia arrotolata alla base della nuca, occhi scuri, dolci e profondi, ha una espressione seria nel volto e sembra già una donna anche nel corpo, la conosco da sempre i nostri genitori si “rispettano” e ce sta piur nu sangiuenn.
Entriamo in chiesa,  io e mio padre ci avviamo ai banchi posizionati a sinistra, Maria con la sua famiglia in quelli di destra, molte candele brillano vicino all’altare principale e riscaldano l’aria gelida all’interno della navata,  il ricordo di quella luce soffusa, l’odore delle candele che bruciano frammisto a quello dell’incenso, la musica dell’organo e del concertino improvvisato, ci accompagnerà nel viaggio in maniera beneaugurante. Abbiamo necessità di vendere, nei paesi dove ci fermeremo,  quello che abbiamo lavorato e preparato nelle lunghe giornate estive, lavorando ininterrottamente sin dalle prime ore del mattino: niuue saim callariere di Agnone e insieme ad altre persone che lavorano per noi e con noi, abbiamo preparato pentole, padelle, pelzenétte, manier, cacciacarn, cuppénera, scallacafè, coperchi, cuttrelluccie, tine vrasciere, e tutto ciò che possa servire ad una casa .Tutto lavorato con pazienza e soprattutto stanneiét per le pentole, tutt arracamat che ru martellucce.
La nostra attività ci porta spesso a fare i mercati e le fiere, nei paesi limitrofi, anche se lavoriamo molto  per il paese, anche soltanto per riaggiustare buchi e rinsaldare manici. Il nostro è un mestiere antico che si tramanda di padre in figlio e i miei figli impareranno da me a fondere il rame, a preparare i piatti che, materia grezza, diventeranno poi oggetti.
Ho trovato il coraggio di parlare a Maria, che guardavo tutti i giorni, andare a prendere l’acqua alla fond con la tina sulla testa, aiutata da una spara che le permetteva di sopportare il peso del recipiente pieno di acqua, un giorno che era venuta a far aggiustare il manico della tina che si era staccato.
Sono uscito dalla fucina ed ero coperto dal nero della combustione e Maria mia ha guardato come se avess visct nu papeun, poi rinfrancata, con tono vergognoso, ma deciso,  mi ha detto:
Ha ditt mamma se re può arraccungià, ma subbete, ca l’acqua ce serv!
Così ho iniziato ad aspettarla per vederla uscire di casa ed  andare alla messa, oppure a sbrigare cacche mmasciata .
Un giorno l’ ho aspettata a la fond, dove sono andato con una scusa, e le ho parlato, un rossore diffuso sulle sue guance mi ha confermato che non le ero indifferente e le ho chiesto con una voce molto flebile ed irriconoscibile, se fosse già fidanzata, al suo no, l’alma m’è arrijuta abball e le ho chiesto se qualche volta mi pensava.
Maria è arrossita violentemente e senza prendere l’acqua è scappata via, lasciandomi il cuore in subbuglio.
Ci siamo rivisti in occasione della festa della Madonna del Carmine, perché suo padre, Carmenuccie, e sua madre hanno invitato la mia famiglia pe nù cumblemiend; mentre ci servivano dolci e nu becchier de voin, ecc Maria che la uandiera che re beccaroin, e na buttiglia de  dequor.
Era bellissima, e in cuor mio ho deciso che dovesse essere la mia sposa.
Avevo necessità di una sua conferma e durante l’estate je so fatt le poscte  pur soltand per guardarla.
Finalmente in occasione, ad ottobre, del matrimonio di certi amici di famiglia in comune, le ho parlato esprimendole il mio amore e chiedendole se ero corrisposto; Maria, bellissima, in un abito nuovo, mi ha rivelato ca me penzava notte e jurne, così le ho detto che quando sarei partito con mio padre il 21 novembre per andare ai mercati lontani gli avrei parlato e che di ritorno a Natale sechiur se putaiva féa la Parendezza.
….mi sono distratto, Gesùmmaria proteggete il cuore e l’anima mia. La messa ormai sta proseguendo  ed io ogni tanto guardo di lato per vedere se anche Maria mi guarda.
La messa è quella cantata, dunque il rito è più lungo…. Benedetto colui che viene nel nome del Signore!….Signore  ti prego, abbi pietà di me e proteggi la mia famiglia e me e mio padre  nel viaggio che andiamo  ad affrontare e proteggi Maria, fa che mi aspetti.
Ecco il sacro rito è arrivato all’omelia,  ru preit, non soltando predeca ngioima all’aldar de Domineddio, ma benedice tutti i presenti agitando l’aspersorio pieno di acqua santa, augurando una continua salute di anima e di corpo e un felice ritorno a chi sta per partire per paesi lontani, augurando buoni affari sempre con l’aiuto di Nostro Signore.
Oggi in chiesa si celebra, per tutti noi, una specie di piccolo o primo Natale , ci si allontana da casa per molti giorni  e si farà ritorno solo a ridosso del Natale, perdendo tutti i riti dell’avvento …..
Santus, Santus, Santus la messa volge al termine, ed ancora una volta risuonano le note della Pasturella de Gamberale….. la musica si spande nell’aria insieme al fumo dell’incenso che fuoriesce dal turibolo, che un chierichetto fa ondeggiare, e ci accostiamo alla comunione, vicino a mio padre cammino lungo la navata e guardo Maria e già immagino di percorrerla con lei al braccio, quella navata. 
Madonna delle Grazie, famm la grazia, famme armenoje subbet e famm artruvà Maria .
La messa è finita le ultime note della Pastorale si spengono, un’ultima benedizione  e i cristiani si salutano per andare a casa a fare colazione, che il viaggio è lungo. Chi non deve partire, è invitato da parenti e amici a sorbire una tazza di cioccolato caldo, dove intingere nù raffaiuol per rinfrancarsi, dalla levataccia e dal freddo pungente, vijet a lleur!
Io con mio padre rifiuto qualche invito che mi avrebbe fatto piacere accettare, specialmente quello de Carmenuccie, padre di Maria, ma mio padre stregn la mian a tutt quend e dice: ce n’ema joje, grazie, ma ce n’ema joje.
Il sacro rito è terminato, chi resta inizierà i preparativi per il Natale, lancio un ultimo sguardo a Maria che si è avvicinata alla statua della Madonna e con gli occhi le dico, aspettami, torno presto, ci sposeremo, ti voglio bene, lei mi risponde alzando, appena, gli occhi un po’ appannati, credo le stia venendo da piangere, e mi fa un cenno impercettibile per dirmi, sono qua e ti giuro, vicino alla Madonna, che ti aspetterò …ti voglio tanto bene anche io.
Corriamo a casa, io e mio padre, è tutto pronto per la partenza, mamma ha preparato già tutto, il latte caldo mi rinfranca un poco, ma scende giù con difficoltà,  ho un nodo alla gola e penso ancora a Maria, ma non ho tempo di pensare perché mio padre mi sollecita: jamm!, muovete! ca se sta facenn jurn!
Sono pronto, Tateun Ndogn, mi si avvicina e mi abbraccia. Figlie moja, mi dice, fa ru brav e ascolda patrete, e nen de fa frecà a ru pois de la robba, mbarat vuon!,  non soltand a fa ru callarar, ma piur a cundrattéa. La fatoja nosctra è toscta,  ru fuoc, ru maglie, re martéllera, ma è na fatoja nobbele, sol coir d’agneun puon fèa re callarier. Và, ca la Madonna v’accumbagna.
Io dò un ultimo sguardo alla cucina, alla cemmenoira, addò mamma eva già miss ru cuttriell  pè l’acqua calla,  e a ru treppied che ru pelzenett ngioima pe coce nanzè de sìuc.
Mamma me vascia e me doicie zitt zitt, fa ru bonefiglie, ca quand’arviè jem alla casa de Carmenuccie addumannà pe Maria,è na bella ggiovena.
Io guardo mia madre e rimango colpito dal fatto che aveva capito tutto e l’abbraccio e la bacio con forza, da fuori mio padre allucca…

Jamm Andò ca ce n’ema joje!

Manuela Pelle

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Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

About Manuela Pelle

Manuela Pelle, molisana di Agnone, il paese dei campanili e delle campane forgiate lì, sul posto. Ci si immerge tutte le volte che ci torna, or che ne vive lontana per motivi di lavoro, esule, da 50 anni. Riporta con sé l’atmosfera che vi aleggia, la sua dimensione irreale, le sue contraddizioni che riversa in ogni suo scritto, in ogni sua impresa.

Un commento

  1. Bel racconto in lingua e dialetto, efficace e piacevole, che commuove e informa, con un misto di stupore e nostalgia.
    Quando il lavoro costringeva a lasciare il proprio paese si aspettava una festa sentita e cara agli agnonesi: la PASTURELLA de Gamberale. Dopo quel rito si doveva e si poteva partire … col cuore in subbuglio e con la promessa/ speranza di tornare…
    E forse ancora oggi è così…
    Complimenti all’autrice.

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