Home / Cultura / Cultura Popolare / Caro vecchio rifugio

Caro vecchio rifugio

di Ugo del Castello[1]

da: Cinque Miglia di Nostalgia – Nevi e skiatori d’altri tempi – di Ugo Del Castello e Stefano Buccafusca. Ripreso da lamiaroccaraso.it dov’è stato pubblicato il 13 febbraio 2013

.

Lo ricordo adagiato come una quercia secolare su una piccola sommità ai piedi di un colle. Per la precisione, quello che ha ospitato uno dei primi impianti di risalita dell’Aremogna, il Macchione. Una posizione strategica molto simile a quella di una torre saracena. Il “Rifugio Principessa Giovanna”, appollaiato su quello sperone di roccia, sembrava scambiare sguardi d’intesa con un altro rifugio, quello della Selletta. Costruito sul versante est dell’altopiano, era un faticoso passaggio obbligato per gli alpinisti diretti alle Toppe del Tesoro e al Monte Greco. Si saliva da Roccaraso con gli sci e pelli di foca, percorrendo il vallone che porta al Campetto degli Alpini per poi proseguire e raggiungere la Selletta.

Aremogna

Siamo alla fine degli anni ’20. Anni epici, di inverni rigidissimi, di nevicate record e bufere degne della Siberia. In questo clima da esploratori del polo, quei due rifugi si consegnavano ai posteri in un insolito gemellaggio fatto di storie, avventure, ricordi. Di coloro che transitavano alla Selletta e di quelli che sostavano al Principessa Giovanna. Nello zaino ciascuno con il suo bel carico di emozioni. Mentre quelle pareti di pietra erano lì a scambiarsi testimonianze di passione per la montagna, come in un dialogo immaginario. Da un versante all’altro della valle con segnali di fumo, quelli di un camino acceso per riscaldare e rifocillare i temerari delle nevi.

Due rifugi, due storie diverse. Passano decenni. Addio pelli di foca. L’Aremogna si raggiunge grazie a due comodi nastri d’asfalto che evitano il “Selletta”. Ignorato dei turisti ma non dai suoi proprietari che lo difendono dall’avanzata inesorabile di una cava di pietra.

Al rifugio Principessa Giovanna è toccato invece un altro destino che non poteva immaginare il suo fondatore, l’ex colonnello degli alpini Leandro Zamboni che, tornato a Roccaraso al seguito del Giro d’Italia, s’innamorò definitivamente di questi luoghi. All’inizio degli anni ’30 inaugurò il  rifugio rendendo omaggio a Giovanna, la più giovane dei Savoia. Non lo potevano immaginare neanche Evaldo e Giulia Redaelli subentrati ben presto a Zamboni, divenuti col tempo fedeli angeli custodi di quel piccolo avamposto di umanità. Siamo nel terzo millennio. A settant’anni e passa, l’edificio viene buttato giù dalle ruspe. Purtroppo non sarebbe bastato il lifting della ristrutturazione a farlo sopravvivere. Troppo anziano per affrontare iniezioni di cemento ed altre alchimie ingegneristiche. Nell’inverno 2005 per diverse settimane su quella sommità è rimasto solo il fantasma di un rifugio.

Raso al suolo dunque, ma per risorgere adesso sempre lì, ai piedi del Macchione. Forse più bello e molto più confortevole di prima. Niente più incrostature del passato e scomode vetustà tipiche di una montagna d’altri tempi. Ma si sa la nostalgia è canaglia. E così di questo luogo “reinventato” è quasi inevitabile conservare tanti ricordi. Ciascuno fa parte di un racconto infinito su quello che per molti è stato solo e semplicemente il “Vecchio Rifugio”.

Quanto volte fra amici durante le sciate avremo pronunciato frasi del tipo: “a pranzo ci vediamo al vecchio rifugio”, oppure avremo segnalato ad un amico “vuoi andare in un posto un po’ speciale? Ti consiglio il vecchio rifugio dell’Aremogna”. Era questo un modo per ribadire il distacco dal “nuovo che avanza”, il nuovo che ti obbliga a rimuovere ciò che è ed ha rappresentato un luogo della memoria come lo è stato il “Vecchio Rifugio”.

Personalmente è anche qualcosa di più. Lo definirei un “luogo del cuore e dell’anima” grazie ai racconti di mio padre Emilio. Sembravano romanzi d’appendice. Lui pioniere dello sci degli anni trenta ripeteva ed alternava storie di salite con le pelli di foca in mezzo alle bufere di neve; di notti trascorse nel rifugio dell’Aremogna davanti ad un camino acceso mentre fuori, madre natura incuteva timore agli uomini con le sue tormente invernali. Ci raccontava di nevicate misurate in metri e non in centimetri. Storie di alpinisti e di skiatori, con il “k”, amava ripetere, per sottolineare la frase quanto meno “preistorica” di uno sport importato dalle terre scandinave.

Emilio Buccafusca a sx e un amico napoletano sulla terrazza del rifugio

I ricordi sono delle istantanee di un luogo che a volte faceva sembrare l’Aremogna come una base strategica ai piedi del Monte Bianco. Un luogo che dimostrava di proteggere i suoi “eroi” della domenica proprio nei momenti più difficili. Il ricordo è nitido e torna indietro alla fine degli anno ’70. Dopo un autunno mite e un dicembre freddo ma avaro di neve, arriva poco prima dell’Epifania l’attesa (soprattutto dagli sciatori) bassa pressione. I prati quasi verdi si imbiancano in poche ore. Ma con la neve arriva anche il vento gelido dei Balcani. Le temperature scendono in picchiata e di molto sotto lo zero. Quasi tutti gli impianti di risalita sono fermi a causa delle raffiche di vento. Fa eccezione l’allora skilift del Macchione, con la sua forte pendenza in salita e la pista tutte gobbe. Sono davvero pochi ad affrontare la bufera di neve ai meno 10. Ma il desiderio di sciare è così forte ed intenso soprattutto ora che l’attesa, amata neve è finalmente arrivata. Solo poche discese però mi convincono che è il caso di rientrare. Mi rendo contro di non avere sensibilità alle estremità di mani e piedi. Dopo aver raggiunto a fatica l’ingresso del “Vecchio Rifugio” ho appena il tempo di avvertire un calore avvolgente e poi svenire sul pavimento di legno. Del risveglio ricordo soprattutto il forte odore di aceto, utile in questi casi a riprendere i sensi, e il volto preoccupato di mia madre. Fuori aveva rincominciato a buferare e la mente tornava indietro nel tempo scovando altri frammenti di quel luogo. D’estate si arrivava dopo le passeggiate sulla terrazza che affacciava verso sud, per rifocillarsi e prendere il sole comodamente seduti. Ma con i miei fratelli, allora bambini, era impossibile stare fermi e giocare  intorno al vecchio rifugio era un rito irrinunciabile. Un altro flash back invernale: giocavamo a palle di neve sulla grande terrazza e poi un po’ bagnati ed affannati correvamo a consumare il pranzo al tavolo della piccola veranda esagonale, un delizioso angolo di architettura alpina.

Passano gli anni, ma del “Vecchio Rifugio” c’è stato sempre qualcosa che è rimasto immutato nel tempo. E’ una dedica scritta da mio padre in occasione di una delle prime gare internazionali svoltesi a Roccaraso nel dopoguerra. Chissà da quanto tempo era stata incorniciata ed appesa ad una colonna del ristorante. Spesso sono tornato a controllare che fosse sempre al suo posto. Una domenica trovai due persone che leggendo quel testo capirono, sorpresi, di trovarsi in un luogo impregnato di storia e di sport, di coraggio e di passione. E mi fu tutto chiaro. A suo modo quella dedica aveva reso immortale questo “luogo del cuore”.

Tanti auguri “Vecchio Rifugio”.

Stefano Buccafusca, 2007

Il rifugio è rinato, bello, accogliente e col suo immutato calore della nuova proprietaria Federica Cipriani continua ad accogliere gli skiatori.

_____________________________
[1] Ugo Del Castello, Abruzzese di Roccaraso (AQ), dirigente amministrativo-finanziario, da sempre ha avuto due passioni, la scrittura e la ricerca sulla storia del suo paese. 

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. La bella ed elegante scrittura di questo racconto sul Vecchio Rifugio ha appassionato anche me, che non amo particolarmente la neve per atavico ricordo infantile dei disagi e del freddo che “buferava” nel mio natio paese di montagna … Tanto meno amante dello sci -o ski – mai praticato, perché esso è stato sempre uno sport per…ricchi o per lo meno di persone che lo prediligevano ad altri sport…anche con grandi offerte sacrificali di piedi avvolti in PELLI di FOCA e dure, faticose salite, prima del meritato riposo nel VECCHIO RIFUGIO dell’AREMOGNA.
    Ma i ricordi sono sempre belli e sacrosanti da salvaguardare man mano che invecchiano…da skiatori o non .

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.