Home / Cultura / Cultura Popolare / Cap’abball p’ l’Annunziéata – Giù per l’Annunziata

Cap’abball p’ l’Annunziéata – Giù per l’Annunziata

di Esther Delli Quadri

Mi capita a  volte di tornare col pensiero all’ Agnone della mia infanzia.

Agnone-Annunziata
Agnone Chiesa dell’Annunziata

Da bambini nelle mattinate di prima estate e nei pomeriggi, dopo il rituale riposino avevamo il permesso di scendere in strada a giocare con i bambini del vicinato. Allora non passavano tutte le auto che circolano oggi ed era ancora possibile giocare in strada. I  nostri giochi erano

nascondino”, “ tana libera tutti” “ susicchia”.

 Spesso andavo a  giocare con la mia cara amica  A . in salita Tamburi.

nascondino1
nascondino

Lei aveva molte bambine nel suo vicinato, al contrario di me,  circondata di maschi. Sotto lo sguardo vigile di suo nonno, già avanti negli anni, seduto nel negozio e di sua zia seduta sulla soglia dello stesso  a lavorare all’uncinetto giocavamo a “saltare la corda o ad  “acchiapparella”.

Tana Liberi tutti
Tana Liberi tutti

C’era tanta gente allora , tutte le case intorno erano popolate, pochissime erano chiuse. Nella farmacia di fronte a casa sua c’era allora il dott. S. , burbero e pronto a rimproverare noi bambini se eccedevamo in chiasso, ma molto simpatico, con la battuta sempre pronta. Spesso andavamo a giocare “ sopra arru centralino”, ora ufficio postale perché li eravamo al riparo dalle auto .

Salto della corda
Salto della corda

A volte invece, quando non trovavo altri bambini e mio fratello non c’era  giocavo vicino casa. Saltavo alternativamente su un piede e sull’altro sul gradino del marciapiede rispondendo di tanto in tanto alle domande che mi faceva la signora E. , proprietaria di un negozio che vendeva un po’ di tutto . Fu lei ad insegnarmi a lavorare ai ferri i primi vestitini per il mio bambolotto.

A quell’epoca anche quella parte di “ corso “ era molto abitata. Un po’ più avanti c’era la bottega del signor D. negozio di generi alimentari ma anche una “ cantina” quello che oggi si chiama “ wine bar”dove qualche avventore ogni tanto si fermava a bere un bicchiere di vino e a scambiare quattro chiacchiere.

Mi rivedo ancora oggi entrare nel grande negozio a fare delle commissioni per mia madre ed andare all’alto bancone dietro il quale era il sig. D cominciando ogni richiesta con

Bottega del sig. De Ciocchis
Bottega del sig. D.

“ Ha detto mamma……………”. Era un bancone veramente alto ed il sig D torreggiava sui suoi clienti perché sotto i suoi piedi aveva una pedana. Il bancone aveva un ripiano di marmo ingombro di oggetti: una grande grattugia rossa che faceva un rumore assordante quando era in movimento, una bilancia pure rossa . Alle sue spalle, al murale erano varie scatole di biscotti o altro.

Quello che mi incuriosiva erano gli oggetti disposti sul lato destro del negozio .A volte quando il sig. D andava a prendere qualche prodotto nel retrobottega mi soffermavo a guardare la grande bilancia a pedana per pesare merci molto ingombranti e , stando attenta a fare in fretta prima che lui tornasse, salivo sulla pedana, oppure la bilancia con da una parte un piatto sospeso e dall’altra un grande peso di ottone.

E poi ,variamente disposti, c’erano vari sacchi pieni di merci.

Ricordo molto bene la carta con la quale venivano incartati alcuni prodotti, di un azzurro non troppo omogeneo, mentre per altri prodotti si usava lo stesso tipo di carta ma di colore giallo quasi ocra

Ma soprattutto  in quel negozio noi bambini andavamo a volte, quando avevamo dei soldini, in genere 10 lire.  Entravamo allora nel negozio e chiedevamo al  sig D “ 10 lire di nutella” e lo guardavamo con l’acquolina in bocca andare verso la parte di murale dove era un grande barattolo pieno di quella bontà, prenderne un po’ con una paletta e spalmarla su un pezzo di carta oleata , infilzare poi una piccola palettina di plastica nella cioccolata e porgercela in cambio delle 10 lire.

Che io ricordi i barattoli di nutella sono venuti un po’ dopo.

 In alternativa sempre per 10 lire potevamo avere un “ formaggino”di cioccolata e nocciole a forma di triangolo che aveva anche il vantaggio di procurarci un piccola figurina in genere rappresentante uno dei personaggi della favola dei tre porcellini , figurine che potevamo anche scambiare tra noi.

Più avanti nella nostra strada  c’erano anche una stamperia, dove si stampava la famosa  “ Fucina” , un negozio di latticini e un bar. Il nostro raggio d’azione in pratica comprendeva il pezzo di corso dall’Annunziata a Sant’Emidio. Non avevamo il permesso di allontanarci oltre quei limiti.

Agnone Chiesa di S. Emidio
Agnone Chiesa di S. Emidio

A volte, quando sono in quella parte di corso ,oggi così silenziosa se non fosse per il traffico dovuto alla vicinanza della posta e degli uffici comunali, ricordo l’animazione che lo caratterizzava in passato.

Mi ricordo in particolare di una estate.

D’improvviso, come se fosse ancora lì, sento l’abbaiare di Bobby, il cane della signora Maria che abitava dall’altra parte della strada qualche casa più in giù,e sento la  voce un po’ cupa e profonda della sua padrona che lo chiamava a sé mentre cercava di infilare la chiave nella serratura reggendo nell’altra mano una borsa della spesa.

Rivedo il vecchio “ stampatore” e suo figlio che avevano la loro “ stamperia” , verso la chiesa di Sant’Emidio quando andavano ad aprire il loro negozio, il padre con passo più incerto, il figlio più saldo sulle sue gambe. Li rivedo con in mano un chiavone  di ferro che apriva le grandi porte di legno e poi, la porta a vetri interna, per me come il coperchio di un forziere pieno di tesori, perché quella non era solo una stamperia, ma anche una libreria con dentro la vetrina libri di favole , alcune già lette, altre ancora sconosciute. Ed inoltre era lì che andavo a comprare spesso carta copiativa,  matite colorate, cartoncino Bristol e colla.

Soldatini
Soldatini

Era questa la mia attrezzatura invernale quando a causa del freddo si passavano molti mesi a casa ed io alternavo ai giochi con le bambole, ai libri di favole, ai “ soldatini” di mio fratello , rigorosamente indiani, cow boys e rangers, “alla costruzione di ferro” e ai mattoncini di “ plastic city”  un’altra attività alquanto particolare. Mi piaceva ricalcare con carta copiativa  i personaggi dei miei libri preferiti, dopo li coloravo ed infine li incollavo su cartoncino bristol messo doppio perchè non si piegasse. Per ultimo li ritagliavo e  incollavo  dietro un’asticella anch’essa di cartone in modo che si tenessero in piedi. Poi immaginavo che si animassero e giocavo costruendo storie nuove con una grande mescolanza di personaggi.

Avevo un intero cassetto ricolmo di quelle figurine!

plastic-citySono finite in una grande fiammata nella stufa in un piovoso pomeriggio d’autunno quando più o meno ero  nell’età in cui al mattino ci si sentiva bambini, al pomeriggio si era quasi adolescenti ed alla sera ci si sentiva “ grandi” solo perchè si aveva il permesso di fare una passeggiata con le amiche per il corso. Si contorcevano un po’,le povere figurine della mia infanzia tra le fiamme della stufa, prima di diventare un mucchietto di scura cenere. Ma io imperterrita in quelle ore del pomeriggio in cui mi sentivo adolescente , continuavo a bruciarne fino all’esaurimento ritenendo che mi facessero sembrare troppo piccola.

E non sapevo quel pomeriggio d’autunno di stare bruciando per sempre la mia infanzia!

Certamente ne sentii la mancanza per qualche giorno, soprattutto nelle ore della giornata in cui ero bambina, ma pian piano le dimenticai.

Un po’ più su, verso l’Annunziata c’era una merceria la cui gestrice si chiamava P.

Una merceria
Una merceria

Era anche quello un negozio molto vecchio con un robusto bancone di legno ed una porta a vetri per accedervi.

Ma soprattutto quel negozio ricorre nei miei ricordi perché una volta scendendo da salita Tamburi a cavallo della mia bicicletta nuova fiammante saltarono all’improvviso prima il freno della ruota posteriore, poi in successione quello della ruota anteriore, ed io , in preda al panico mentre scendevo in volata finii con l’entrare proprio nella merceria della sig.ra. P  che, per fortuna aveva lasciato la porta a vetri aperta.

Ho ancora davanti agli occhi il suo viso sconcertato e la sua posa mentre teneva tra le braccia il vecchio metro di legno sul quale stava misurando un nastro  vedendomi atterrare sul suo bancone in un rumore di ferraglia e scricchiolio di legno nonché delle mie povere ossa. Fui fortunata a non riportare seri danni ma lo spavento fu grande e le “ sbucciature” e i lividi innumerevoli tanto che la poverina dovette accompagnarmi a casa mentre la mia malconcia bici rimase lì in attesa di mio padre che al pomeriggio la portò a riparare.

E poi c’era Vico Polito! Molto spesso andavamo a giocare lì. Il vico veniva chiamato “Ru spuort”. Lì eravamo più tranquilli perché non circolavano auto.

Agnone Vico Polito
Agnone Vico Polito

Anche quel vicolo era molto popolato ai tempi della mia infanzia. Era abbastanza ampio con una  larga e ripida scalinata che portava in zona Sant’Antonio.

Nel mio vicinato più prossimo c’erano più bambini maschi che femmine, tra cui A. e R che erano i beniamini di mio fratello ed anche i miei, soprattutto A per il suo carattere irruente e trasgressivo. Siccome i miei volevano che giocassi insieme a mio fratello più piccolo di me di due anni per tenerlo d’occhio spesso mi univo ai loro giochi. “ Unire” è una parola grossa perché i loro giochi in strada consistevano in continue guerre tra cow boys e indiani per cui a volte cercavano , per non a vermi tra i piedi di continuo, di relegarmi al ruolo di “giovane squaw”.Mi sembra ancora di sentire il grido di A  “ Amici alla carica , lì in fondo c’è un bufalo. Prendiamolo col lazo!” E mentre roteava in aria un pezzo di corda inseguiva imitando il galoppo di un cavallo il povero Bobby che aveva avuto la sventurata idea di uscire di casa da solo. Il povero cagnolino correva velocissimo abbaiando per richiamare l’attenzione della sua padrona che prontamente compariva e metteva in salvo il

Giovane squaw
Giovane squaw

malcapitato  “ bufalo”. La “ vecchia squaw” era invece la povera signora O. , vecchia contadina che camminava tutta curva in avanti col viso cotto dal sole per gli anni passati a lavorare nei campi. In testa portava di solito un foulard  ed un po’ tutto l’insieme in lei poteva far pensare davvero ad una “squaw”. Abitava appunto in Vico Polito, e non appena capitava di vederla arrivare  A cominciava a gridare “ Attenzione gli indiani sono vicini, guardate lì la vecchia “ squaw” . Ovviamente la signora O non si rendeva neanche conto di essere lei l’oggetto di tanta animazione.

Il ruolo di “giovane squaw” di primo acchitto mi piacque per l’esoticità del suono, ma quando scoprii che quel ruolo consisteva nello stare seduta sulle scale di vico Polito a fare la guardia ad un “ bisonte bianco”, che altri non era che un maiale maleodorante rinchiuso in una stalla su per le scale del vico, aspettando non si sa bene cosa, mi ribellai. Minacciai che non sarei più scesa a giocare con loro se non mi avessero fatto partecipare attivamente ai loro giochi. Mio fratello , allora, non so se mosso a pietà o per convenienza , già immaginandosi  magari costretto a seguirmi con delle bambine a giocare alle bambole, intercesse per me dicendo che in effetti c’era un “ cow boy “donna ed era Calamity Jane. Agli altri due dovetti sembrare un po’ improbabile per quel ruolo perché mi guardavano perplessi. Infine però, armata anch’io di una vecchia pistola di mio fratello, con i miei pantaloncini “ da mare” correvo anch’io sparando all’impazzata e non c’era niente che loro facevano che non facessi anch’io. Tranne saltare il muro di confine tra il giardino di R e vico Polito, un muro di pietre sporgenti dove loro riuscivano ad arrampicarsi .Io non ci riuscii mai!

Intanto le mie gambe e ginocchia si riempivano di lividi, graffi e ferite che contraddistinguevano i piccoli “ cow boys” e di cui ero molto orgogliosa nei giorni feriali come fossero medaglie al valore, ma di cui mi vergognavo alla domenica quando con i vestitini buoni , le calzette corte e le scarpe di vernice andavo a spasso con la mia famiglia.

Calze Corte
Calze Corte

I miei dopo un po’ cominciarono ad insistere che quei giochi poco si adattavano ad una bambina e si decisero a lasciarmi andare più spesso a giocare con A e le bambine del suo vicinato, segnando così la separazione tra me e mio fratello in fatto di amici e giochi. Ma per quasi tutta quella estate fui Calamity Jane, felice di esserlo.

Mi capita qualche volta quando sono alla finestra nel primo pomeriggio a casa mia in Agnone di guardare verso l’Annunziata.

Nel pulviscolo luminoso della luce dorata del pomeriggio vedo in lontananza un gruppetto di persone che vengono avanti. Mio padre con altri suoi due colleghi di lavoro tra cui il padre di A. ,tutti e tre con aria molto seria che, parlando tra loro, segnavano con il loro arrivo la fine dei nostri giochi perché significava che l’ora di pranzo era arrivata.

Non appena il padre di A lo vedeva da lontano portava alla bocca il palmo aperto della mano e affrettava il passo nella sua direzione a segnalare che era al corrente della sua ultima marachella  e che gliela avrebbe fatta pagare. Perché A poteva essere a corto di tutto , ma non di marachelle!

Bambino sgridato
Bambino sgridato

Tutto questo succedeva capabball’ p’ l’ Annunzieta. Erano i magici anni ’60.

___________________________

Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

 

About Esther Delli Quadri

Esther Delli Quadri, molisana di Agnone, ex-insegnante, ha conservato intatto l'amore per il suo paese d'origine. Si occupa, amabilmente, di cultura e al suo territorio nativo dedica molte delle sue espressioni emotive.

Un commento

  1. DOVIZIA DI PARTICOLARI : buona INTELLIGENZA e grande MEMORIA dell’infanzia , la più bella “bella stagione, i cui ricordi si sono persi un giorno nella cenere insieme alla figurine bruciate!… TUTTI abbiamo lenito le sbucciature delle ginocchia soffocando il dolore, altrimenti a casa avremmo preso “il resto”per la mancata attenzione nei giochi , inevitabilmente per strada.
    Ma fortunato/a chi avendo i propri genitori, ha potuto giocare e immaginare d’essere al mattino bambino/a, al pomeriggio adolescente e alla sera grande…Bella e piacevole METAFORA!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.