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Basta poco … sempre!

Ricordi dell’ex ragazzo Agnonese, Emidio Patriarca [*]

Per un lungo periodo della mia esistenza ho sempre pensato che la società agnonese fosse di tipo patriarcale. Questo mio pensiero non aveva una giustificazione reale ma scaturiva dal niente. Era così. Con il trascorrere degli anni, ma principalmente con il contatto con altre realtà, il modo di guardare alla società del mio paese è cambiato radicalmente. Oggi penso che tutto, o quasi tutto, dipendeva dalle donne, in particolare dalle mamme, almeno per quelli della mia generazione. Erano donne belle, silenziose, tenaci programmatrici del futuro dei loro figli, che sapevano, ma principalmente erano capaci di fare tantissime cose.

Un giorno, tornato a casa da scuola, entrai casualmente nella camera dei miei genitori e con grande meraviglia notai accatastati su una parete tanti pezzi di legno, brunito dalla lunga esposizione ai fumi dei caminetti. Pensai: mamma e papà sono fuori di testa. Nei giorni successivi, il mattino presto e la sera tardi, sentii che i miei trafficavano, per questo spesso sbirciavo nella loro camera. Alla fine la mia curiosità venne ripagata: i pezzi di legno avevano assunto una strana struttura.

Solo allora chiesi: cos’è? La mamma rispose con naturalezza: è un telaio, devo tessere delle lenzuola misto lino.

Pensai: – la mia mamma sa tessere!
– I tessuti devono essere fabbricati!
– … non avevo mai riflettuto su quest’aspetto.

telaioLa tessitura con un telaio simile a quello della foto è molto semplice. L’operatrice, seduta davanti al subbio del tessuto, con i piedi sposta uno dei due pedali verso il basso. Il pedale trascina con il suo movimento verso il basso il liccio collegato e tutti i fili inseriti in esso.

Contemporaneamente, il secondo liccio, collegato al primo tramite una cordicella a cavallo di una carrucola sospesa, si solleva trascinando con se i fili inseriti. Si crea, davanti al pettine un’apertura, simile ad una bocca di lupo, entro la quale si spinge la navetta(1). Nel suo movimento la navetta trascina, da destra a sinistra, o viceversa, il filo. Inserita la trama(2) si procede a compattarla mediante il pettine facendolo battere una o due volte sulla stessa. Questa operazione, anche nei telai moderni, deve essere ripetuta migliaia di volte per completare la tessitura di un telo lungo qualche metro.

Più complesso risultò l’assemblaggio dei vari componenti e la preparazione del corredo da inserire nella struttura affinché potesse iniziare la tessitura vera e propria.

Il telaio (vedi foto) aveva uno scheletro in legno molto semplice formato da due cavalletti, bassi e robusti, collegati tra loro da due traversine che avevano la funzione di irrigidire la struttura. Su ogni cavalletto erano montati due blocchetti con asole a bocca di lupo per disporvi i subbi dell’ordito e del tessuto e due montanti a “T“ per sostenere i licci e il pettine.

Il pettine era inserito, in un riquadro, nella parte inferiore di un quadro oscillante che a sua volta era sostenuto da un’asse, a sezione circolare (diam 4/5 cm), le cui estremità poggiavano sulla testa del montante a T tra perni in legno per evitare movimenti non voluti o caduta degli stessi.

Il pettine, anch’ esso in legno, era formato da una cornice, alta 14/ 15 cm e lunga 200/210 cm, all’interno della quale erano state inserite, distanziate tra loro da uno spago sottile avvolto ad elica, delle lamine (spes. 1,5 mm) di legno di canna(3). Sullo spago e sull’estremità delle lamine era stata cosparsa della pece(4).

Trascorsa qualche settimana comparvero in casa alcuni pacchi contenenti matasse di filo, gomitoli di spago e della paraffina solida. La mamma, suddivise le matasse di filo in cotone per ordito e lino(5) per la trama. Mentre i gomitoli di spago li immerse, per qualche ora, nella paraffina che aveva fatto sciogliere in un recipiente.

partic-di-telaioNon ricordo come furono costruiti i licci e il subbio di ordito perché queste due operazioni vennero fatte con l’aiuto e nelle abitazioni di altre donne. Posso solo dire, con certezza, che i licci erano un capolavoro dell’ingegno umano. Quelli moderni sono costituiti da una cornice rettangolare con due sottili tiranti su cui vengono impilati aghi o lamine con tre asole due alle estremità e la terza al centro dove si inserisce il filo di ordito. Invece, quelli montati sul telaio (vedi foto) che descrivo erano formati da due cilindretti di legno (diam.1,5/ 2 cm e lunghi 110/120 cm) e da spago cerato. Assomigliavano a due pertiche di salsiccia intrecciate in opposizione ma, con annodature in prossimità dei legni per bloccarne la posizione. Per un corretto funzionamento del telaio devono esserci minimo due licci, se utilizziamo aghi o lamine a tre asole, oppure uno se si impiegano licci fatti con lo spago. Geniale!

La preparazione del subbio dell’ordito non è molto difficoltosa se fatta con attrezzature industriali, orditoio, perché i fili vengono avvolti su un tubo flangiato a forma di rocchetto. Invece, quello che preparò la mamma, in collaborazione con altre donne, era formato da un cilindro in legno (diam. 10 cm, lungo 220 cm) sul quale erano stati avvolti qualche migliaio di fili, tutti con la stessa tensione di avvolgimento. Ogni filo occupava un piccolo spazio e non si sovrapponeva a nessun’altro. I fili avvolti formavano un rocchetto che terminava con due tronchi di cono. Questo per evitare che si disfacesse “s’ schercugliéava. La tensione dell’ordito sia di avvolgimento che di lavoro è fondamentale nella tessitura perché influenza la mano(6) dei tessuti.

Alla collocazione sul telaio del subbio segui la messa in liccio o rimettaggio. L’operazione consiste nell’inserire i fili di ordito uno ad uno nei licci e successivamente nel pettine. Come prima operazione si dispongono i fili su un supporto e si controlla che non ci siano sovrapposizioni. Segue l’inserimento di un ago da materassaia, dalla parte della cruna, attraverso le maglie dei licci.

Fatto questo, si infila nella cruna il capo di un filo di ordito che veniva attorcigliato su se stesso in modo che lo sfilamento dell’ago lo trascinava attraverso le maglie dei licci e gli spazi del pettine.

Il filo uno (vedi foto) passa nell’asola intera del primo liccio e nell’asola inferiore in quella doppia del secondo liccio, mentre il filo due passa nell’asola superiore in quella doppia del primo liccio e nell’asola singola del secondo liccio. Da quanto detto si comprende che tutti i fili di ordito che occupano una posizione dispari devono essere inseriti come il filo uno e quelli che occupano la posizione pari come il filo due. Con questa preparazione il telaio realizza l’intreccio più semplice in assoluto chiamato “tela”(7) . Nel pettine non è necessario rispettare rigidamente questa procedura perché possono essere inseriti anche più elementi nello stesso spazio vuoto. Infine, vennero annodati, in gruppi da venti/trenta, tutti i fili dell’ordito e ogni gruppo a sua volta venne collegato con uno spago al sostegno in legno del subbio dell’ordito. Facendo funzionare, mediante leve, i subbi come due verricelli, la mamma conferì la giusta tensione di lavorazione all’ordito ed inizio la tessitura vera e proprio del telo che si protrasse per più di un anno. Durante il lungo periodo della tessitura, qualche volta, venivo coinvolto dalla mamma per la preparazione dei rocchetti o per la regolazione della tensione. Quest’ultima operazione andava ripetuta ogni 10/15 cm altrimenti l’ordito subiva l’effetto molla e la parte di tessuto lavorato era più rigida e ruvida (una brutta mano). Per la regolazione si srotolava l’ordito e contemporaneamente si arrotolava il tessuto sul subbio, i valori della tensione dipendevano dall’abilità dell’operatrice.

In qualità di ex docente, presso l’ITIS “P. Paleocapa” di Bergamo per l’insegnamento di Tecnologia Tessile – Analisi e Composizione dei tessuti, posso dire che la mia mamma e le donne che l’aiutarono per la qualità del lavoro fatto meritavano un ottimo voto .

La classe dirigente dei primi anni ‘60 commise un grave errore a non guardare a quelle donne piene di voglia di fare, di conoscenze e competenze. Bastava poco: qualche corso di formazione, piccoli finanziamenti, forme di organizzazione del lavoro diverse dal fai da te (tipo cooperative), ecc. Ma principalmente bastava procurare loro commesse di fornitura per l’esercito, la marina, ecc. e si sarebbe potuto innescare un ciclo virtuoso di sviluppo industriale con notevoli ricadute occupazionali. Un errore simile, a mio giudizio,è stato commesso dalla classe dirigente dei primi anni 90, che non ha cercato un confronto con tutti quegli agnonesi emigrati che potevano, con le loro esperienze fatte a contatto con realtà diverse, fornire qualche idea per nuove o vecchie attività produttive.

Uno spot di Giobbe Covatta diceva: “Basta poco, ch c’ vo’“.   A mio giudizio basta poco … in ogni epoca. Sempre!

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[*]Emidio Patriarca, Molisano di Agnone, Ingegnere Meccanico

Note:

1)   La navetta, costruita in legno duro, somiglia ad una piccola canoa con un forellino sul fianco e un ago (tipo spilla da balia) all’interno per sostenere il rocchetto. Tutto è predisposto per facilitare lo srotolamento del filo di trama.

2)   Rocchetto. Per la preparazione del rocchetto veniva utilizzata una piccola e primitiva roccatrice manuale (vedi foto). Il supporto (tubetto) era in legno di canna, mentre la tensione di avvolgimento come pure la  distribuzione delle gugliate dipendevano dall’abilità e dalla sensibilità dei polpastrelli delle dita dell’operatrice.

(3)  Il legno di canna quando è verde si fende molto bene,  è facile da lavorare e levigare. Invece, se essiccato diventa: duro, resistente all’usura, alle sollecitazioni di flessione e si lavora  con difficoltà.

(4)  La pece è una resina naturale che, riscaldata, assume una  notevole plasticità mente se raffreddata all’aria vetrifica.  Per queste sue caratteristiche, in passato, è stata utilizzata  come stucco, e/o sigillante (tipo silicone).

(5)  l filati sono caratterizzati dai parametri seguenti:

  • Titolo: il titolo è definito da un numero uguale al peso in grammi di una
    matassina di lunghezza standard;
  • Torsione: la torsione è definita dal numero delle eliche cilindriche per centimetro conferite alle fibre mediante la rotazione di un anellino intorno al fuso nel filatoio.

Il titolo rappresenta il diametro dei filati mentre la torsione è un indicatore della resistenza a trazione degli stessi. L’ordito deve essere più resistente perché molto sollecitato durante la lavorazione, la trama deve essere più doppia per concludere in meno tempo la tessitura.

(6)  Per mano si intende la sensazione di morbidezza che un operatore specializzato avverte quando stringe il tessuto nel palmo della mano.

(7)  I licci provocano, con il loro movimento contemporaneo verso il basso e verso l’alto, l’apertura a bocca di lupo dei fili di ordito in cui si inserisce mediante una navetta il filo di trama. Dal numero dei licci montati su un telaio e dalla movimentazione degli stessi in modo indipendente dipende la complessità dell’intreccio ( tela, raso, ecc.).


Copyright  Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. “BASTA POCO CHE CE VO’…” In questo articolo così particolareggiato e preciso…è stata necesaria invece una bella dose di pazienza/competenza -descrittiva-ma anche la conoscenza personale, basata su benefiche memorie….NON SEMPRE “BASTA POCO!!!!

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