Agnone ….. Perché? … ma vale per tutti i comuni dell’Altosannio

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Riflessioni dell’ex ragazzo di Agnone Emidio Patriarca [1]

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Agnone e la Valle del Verrino (foto di E.C. Delli Quadri)

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Ho vissuto molti anni della mia vita lontano da Agnone. Iniziai ad allontanarmi all’età di diciotto o diciannove anni per motivi di studio, non avrei mai immaginato che il poco tempo trascorso al paese avrebbe condizionato tanto il mio modo di essere. Ho conosciuto molte realtà diverse sia culturali sia produttive e molte persone diverse sia per provenienza (crucchi, napoletani) sia per formazione (imprenditori, professionisti, …), da tutti ho imparato, a molti ho insegnato qualcosa. Ho avuto poco tempo per soffermarmi a pensare cosa sarebbe stata la mia vita professionale e non se fossi rimasto al paese perché distratto da altre priorità: famiglia, lavoro, ecc. Purtroppo, a un mio perché non sono ancora riuscito a dare una risposta, un perché che mi ripeto spesso. Perché Agnone ha perso in 100 anni più della metà della sua popolazione. La diminuzione della popolazione di un territorio è indice di arretratezza, mancanza di sviluppo, qualche volta ignoranza. Questo contrasta con quanto Agnone ha dato come contributo allo sviluppo dell’Italia in termini di professionisti (Medici, Giudici, Manager, Ingegneri, Fisici, Matematici, Tecnici, ecc.). Anche l’idea, più volte sentita, che il territorio montuoso e poco ospitale non consente di intraprendere attività produttive di un certo livello, non è molto veritiera. Nella bergamasca, dove abito, ci sono aree con caratteristiche peggiori di quelle montane del Molise, eppure in esse si sono insediate e sviluppate attività produttive molto remunerative.

Riporto come esempio:

  • Brembilla, zona impervia e isolata, conta sul suo territorio circa 200 aziende che producono minuteria meccanica per tutte le case automobilistiche e non;
  • Telgate, con aziende produttrici di mole per la lavorazione del marmo;
  • Grumello, dove si producono tutti i tipi di bottoni;
  • Calcinate, che con una sua azienda, fabbrica contenitori per accumulatori delle auto esportati in tutto il mondo;
  • Pedrengo, piccolo comune della periferia di Bergamo, dove esiste una fabbrica di canditi, ma non un albero da frutto.

Termino con l’azienda più dinamica che fornisce fari, faretti e giochi di luci per moltissimi spettacoli di qualsiasi tipo, perfino per il campionato del mondo svoltosi in Sudafrica.

colline coltivate
colline coltivate

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Ho raggiunto la convinzione che la mancata evoluzione del sistema produttivo, verificatasi nel Molise, in generale, e in Agnone, in particolare, è dipeso da altre problematiche. Il territorio non producendo risorse sufficienti e adeguate non è stato più in grado di soddisfare le esigenze vitali della popolazione e di conseguenza si è spopolato. Ciò che non ha permesso al sistema produttivo di evolversi in modo adeguato è da ricercare in diversi fattori i cui effetti, sommandosi, hanno amplificato le conseguenze negative sullo sviluppo.

A mio giudizio gli elementi che hanno determinato la maggiore influenza negativa sono: l’individualismo, il “nepotismo”, la visione del lavoro e in ultimo, ma non per importanza, l’idea di sviluppo. La società agnonese, ferocemente individualista, non ha capito ancora che questo è un freno allo sviluppo. Discutevo anni addietro con un calabrese di tradizioni, comportamenti, ecc. Questa persona espresse un concetto che mi è rimasto nella mente.

Disse: “Nella vita si fa poco o quasi niente da soli …”.

Io, sorrisi. Lui continuò: “… anche Nostro Signore per costruire la sua multinazionale del bene (Leggi Chiesa) ha avuto bisogno di collaboratori, profeti, apostoli, santi, ecc. che rinnova spesso”. Rimasi perplesso.

Per comprendere meglio l’individualismo voglio ricordare il primo caso di mucca pazza verificatosi a Pontevico (BS) e il comportamento di quelle popolazioni. Le autorità, una volta accertata la malattia, disposero misure di sicurezza, come la quarantena dell’allevamento e/o l’abbattimento dei bovini. A queste restrizioni tutti gli altri allevatori di tutte le province anche quelle limitrofe, insorsero a sostegno del malcapitato. Se un episodio simile fosse avvenuto nelle nostre zone, molti si sarebbero sfregato le mani o brindato a spumante pensando a eventuali aumenti di affari. La disgrazia di uno, a Pontevico, divenne una problematica di tutti. In Molise e in Agnone in particolare sarebbe rimasta del solo malcapitato disgraziato.

Altro fattore negativo è da ricondurre al nepotismo, diverso da quello che conosciamo dai libri, quello di Agnone è più complicato, più subdolo, quindi più devastante. Per meglio affrontare quest’aspetto riporterò una storia vera che riguarda un’azienda, sorta per l’iniziativa di due amici amanti della musica. Per suonare con la loro orchestrina, iniziarono a costruirsi delle luci da soli, poi questo divenne il loro lavoro e in poco più di trenta anni con i loro prodotti conquistarono i mercati mondiali. Le loro strategie di penetrazione sui mercati sono state oggetto di studio anche da parte di tesisti dell’Università Bocconi. Rimasto solo uno dei due soci e ammalatosi gravemente decide di vendere l’azienda a una multinazionale imponendo loro delle clausole di tutela come: la conservazione del sito produttivo nella cittadina dove sorgeva la fabbrica, il nome, ecc. Con questa scelta aveva pensato alla sopravvivenza dell’attività e al benessere del territorio, escludendo così i suoi eredi non ritenuti capaci di fare sopravvivere e prosperare l’azienda.

colline abbandonate
colline abbandonate

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Un simile comportamento difficilmente sarebbe riscontrabile in un agnonese che spesso si adopera per fare occupare ai propri eredi posizioni lavorative che molte volte non sono in grado di svolgere e qualche volta le vanno a occupare non avendone nemmeno i diritti (1).

Come si guarda il lavoro? Anche per rispondere a questa domanda ricorrerò a un episodio che un amico raccontava spesso. Al suo paese c’era un tipo che esercitava il commercio da ambulante. Vendeva pesce che comprava a 500 £/Kg e rivendeva a 400 £/ Kg. Quando questo avveniva, le signore gli chiedevano: che fai? Compri a 500 e vendi a 400? Lui immancabilmente rispondeva: e tu, statt’ a spass (e tu …, non lavorare). Il lavoro per lui era tutto: dignità, libertà, indipendenza ecc. e per ottenere tutto questo era disponibile anche a perderci economicamente. Tutti i lavori se esercitati con le finalità espresse dall’ambulante sono dignitosi e va rispettato chi lo esercita. Molti agnonesi, invece, hanno un comportamento da attendista, aspettano per mesi o anni l’occasione di un posto di lavoro e non accettano nemmeno occupazioni occasionali o poco “dignitose” mentre sono in attesa della loro opportunità. Il bello è che molte volte quelli preposti alla gestione pubblica li accontentano. Questo trasforma una società, che dovrebbe essere dinamica, in parassitaria con la conseguenza, a lungo termine, che il sistema produttivo di risorse collassi o, bene che vada, s’impoverisca.

La risoluzione di qualsiasi problema parte da un’idea. Questo mi fece capire un collega napoletano un giorno in cui non riuscivamo a trovare una soluzione per proseguire una progettazione cui stavamo lavorando. Davanti al problema esclamò: mo’ ci vo ‘na pensata (adesso ci vuole un’idea). I nostri governanti (mi riferisco a quelli locali e nazionali) l’idea l’hanno avuta, ma si è rivelata a lungo termine sbagliata e dannosa. Credere che l’occupazione non produttrice di ricchezza potesse creare benessere per sempre si è rivelata fallimentare, perché ha prodotto spopolamento e ha portato a una mancanza di risorse tali che quasi tutta la popolazione guarda altrove per la risoluzione dei suoi problemi. Chiedere alla classe dirigente (politici, banche, burocrati, manager, ecc.) di avere un’idea per lo sviluppo è forse troppo, ma pretendere che guardino al comportamento o a cosa hanno fatto gli altri, in altre aree, per risolvere le problematiche e indirizzare lo sviluppo è il minimo. Dalla mia poca esperienza posso dire che nelle realtà che ho conosciuto al sorgere di un problema la prima cosa che i dirigenti fanno per risolverlo, è guardare alle risorse del territorio, cosa hanno, cosa i vecchi sapevano fare, ecc. Un esempio, che ha raggiunto una popolarità mediatica, è quello della famiglia Nonino. Iniziò a distillare le vinacce, che per i produttori di vino erano scarto, pagandole con qualche bottiglia di grappa. Oggi, l’azienda promuove manifestazioni culturali sul territorio e finanzia il reimpianto di nuovi e più pregiati vigneti. L’uno, il produttore di grappe, non potrebbe vivere senza l’altro, il produttore di vinacce e viceversa. Per quanto riguarda l’ampio territorio di Agnone si potrebbe ripartire da un’azienda agricola o meglio da una stalla (anche Nostro Signore incominciò da lì).

L’azienda dovrebbe estendersi su trentacinque o trentasei ettari di cui quattro o cinque di proprietà e il rimanente in affitto, essere dotata di sessanta posti vacca da latte, trenta postazioni per vitelli e cinquanta per vitelloni da carne, una decina di manze, due tori da monta, due scrofe, cinquanta maiali, pollame e conigli oltre a qualche pozzo o piccolo invaso per le risorse idriche. L’azienda così strutturata dovrebbe impiegare tre o quattro persone e produrre un fatturato dai 300 ai 350 mila euro/anno. Il suo valore di mercato duemilionitrecentomila euro (2). Le risorse economiche, per finanziare l’impresa, potrebbero essere trovate riconvertendo nelle attività private dieci o dodici impiegati comunali. Quest’azione consentirebbe di realizzare in dieci anni, sul bilancio comunale, un avanzo variabile dai tremilionicinquecentomila ai quattro milioni di euro e finanziare l’investimento (3). Per la ricaduta occupazionale si possono prendere come riferimento i risultati ottenuti in Inghilterra che licenziando quattrocentocinquantamila statali hanno creato unmilioneottocentomila posti di lavoro produttivo. Quattro posti di lavoro per ogni statale licenziato. Si … devono fare un lavoro diverso. Penso sia socialmente più giusto riconvertire delle realtà occupazionali vantaggiose per pochi per migliorare la condizione lavorativa di molti altri. La creazione di quaranta o cinquanta posti di lavoro produttivo potrebbe innescare uno sviluppo economico interessante e duraturo nel tempo. I risultati potrebbero essere raggiunti con maggiore certezza se nella collettività avvenisse anche un profondo cambiamento di mentalità nell’approccio al lavoro. Quello che m’infastidiva dei bergamaschi, più del loro antistatalismo-e/o meridionalismo, era il detto:

                           “ chi sa fa, chi non sa fa l’impiegato statale”.

Vorrei che gli Agnonesi lo facessero proprio.

Infine, vorrei un risveglio di orgoglio simile a quello che emerge dalle parole che un generale sannita pronunciava ai suoi uomini …

               … “è meglio essere sconfitti che non provare a vincere”.

Auguri Agnone.

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Note

  • Agli agnonesi che con il loro comportamento traggono vantaggi personali immediati, succederà quello capitato ai capi dei villaggi sulle coste dell’Africa durante la tratta dei neri, che inizialmente aiutarono i negrieri a razziare i villaggi interni in cambio di amuleti e perline, dopo, non appena le risorse umane da razziare incominciarono a scarseggiare, furono presi loro stessi come schiavi.
  • I dati sono tratti dalla stima redatta per il contenzioso di esproprio della BREBEMI contro L’Azienda Agricola “Cascina Benedetta”, Caravaggio (BG)
  • Il finanziamento dovrebbe avere le stesse caratteristiche di quello fatto da Obama alla Fiat di Marchionne quando risanarono la Chrysler, cioè a tempo. Dovrebbe essere rimborsato entro un tempo ragionevole.

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[1] Emidio Patriarca, Molisano di Agnone, Ingegnere Meccanico

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

3 Commenti

  1. NOTA ho letto solo oggi l’articolo succitato dell’ing. PATRIARCA e dal di FUORI ecco qualche mio pensiero.
    Come non riconoscere la grande peculiarità dell’articolo dell’ing Patriarca: considerazioni e consigli sacrosanti, con riferimenti veri alle situazioni delle realtà citate e quindi verificabili …ma proprio per questo occorre ESPERIENZA: chi ne ha la metta a disposizione x il bene collettivo e non solo a parole, ma coi fatti. Perché l’ingegnere non lascia il nord e non viene o meglio torna ad Agnone? troppo vi è stato lontano, troppo ha sofferto di nostalgia, toppo le belle colline sono rimaste abbandonate dal suo sguardo di figlio molisano…Io NON lo conosco; non essendo di Agnone penso che forse Non può LASCIARE IL SUO LAVORO ATTUALE O LA SUA FAMIGLIA O I SUOI INTERESSI ANCORATI alla nuova situazione… forse, forse, x mille altri motivi non può tornare in Paese dove peraltro potrebbe essere come il PADRETERNO “ Nella vita si fa poco o quasi niente da soli …”.Io, sorrisi. Lui continuò: “… anche Nostro Signore per costruire la sua multinazionale del bene (Leggi Chiesa) ha avuto bisogno di collaboratori, profeti, apostoli, santi, ecc. che rinnova spesso” e forse i suoi compaesani sarebbero lieti di ACCOMPAGNARLO nella condivisione –parola oggi abusata ad ogni livello, ma solo ORALMENTE PURTROPPO- e quindi nel cambiamento futuro e auspicabile del territorio…Altrimenti il suo interrogativo ” AGNONE PERCHE’? resterà inesaudito.

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