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Aggregazione tra piccoli comuni, ripensando alle Provincie

Intervista alla Prof.ssa Patrizia Messina dell’Università di Padova

 

Patrizia Messina è professore di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Padova. Dal 2005 è Presidente dell’ASSOCIAZIONE M.A.S.TER. Mediatori e Animatori per lo Sviluppo del Territorio, co-fondata dall’Università di Padova – Dipartimento di Studi storici e politici (www.associazionemaster.it). Dal 2009- 2010 è delegato del Rettore alle relazioni con gli Enti territoriali di sviluppo. In occasione della sua lezione al master della Cisl del Veneto (23 giugno 2010) sul tema dei processi di governance locali ha risposto ad alcune nostre domande.

Ci può fare alcuni esempi di buon governo locale partecipato in Veneto?

Possiamo indicare come esempi dove l’attore politico locale coordina reti di governance nel territorio l’Unione dei Comuni del Campampierese dove non solo si gestiscono in modo associato dei servizi ma si sta lavorando anche ad un piano di sviluppo. Questo è uno dei pochi esempi di governo locale partecipato. Se invece parliamo di rete di governance locale in cioè abbiamo una rete di attori, non necessariamente coordinati da un attore politico istituzionale, che sono in grado di definire progetti di sviluppo del territorio. Un esempio positivo in questo caso è quello del Distretto del Calzatura della Riviera del Brenta, che con la Consulta di Distretto, caratterizzata dalla partecipazione delle parti sociali, ed operando in un ambito interprovinciale (PD e VE) e dove i Comuni hanno un ruolo marginale, opera per lo sviluppo del Distretto stesso operando ad esempio sulla formazione professionale, la internazionalizzazione delle imprese, il posizionamento sull’Alta Moda.

Mettere insieme gli attori per fare governance, sviluppo locale non è facile, specie in Veneto, dove spesso prevale il campanilismo istituzionale o sociale. Dei tre fattori che possono favorire l’aggregazione, incentivi economici, la volontà dei soggetti interessati, l’assetto delle istituzioni locali, quali influisce di più?
Ciò che influisce di più è la cultura dell’aggregazione dei soggetti interessati. Gli incentivi economici possono essere un motivo per cui si può pensare di fare governance, ma se sono l’unica ragione il fallimento è sicuro; finiti i finanziamenti finita l’aggregazione. C’è quindi un problema di leadership, non solo politica ma anche organizzativa. Sull’assetto delle istituzioni locali prendiamo ad esempio la questione della Città Metropolitana. Se la si immagina come una rete, una unione di Comuni, dove tutti hanno pari dignità, allora si riesce a costruire una relazione conveniente per tutti. Se invece si fa, come è successo, una ragnatela dove il ragno (la città capoluogo) si mangia tutto quello che capita dentro allora non se ne fa niente anche perché i Comuni più piccoli non si fidano.

Le dimensioni delle istituzioni locali venete sono adeguate a rappresentare gli interessi dello sviluppo: oltre 500 Comuni di cui, per la quantità di residenti, molti i piccoli e piccolissimi, niente Città Metropolitana, ecc. ?

Il livello comunale è sicuramente inadeguato. I piccoli Comuni ad esempio non hanno massa critica per poter erogare servizi di qualità ai cittadini. Tanto che tutte le riforme in discussione sono orientate verso l’aggregazione dei piccoli comuni, più o meno forzata. Questo non deve però significare la perdita della identità locale altrimenti ci saranno resistenze. Altra cosa è invece se le realtà locali vengono integrate (e non solo aggregate) in una rete sovra locale con un progetto di sviluppo preciso dell’area .

Aggregazione: scelta obbligatoria o volontaria?
Tutte e due, con un orientamento chiaro a livello nazionale e regionale. Dopodiché la rete la costruiscono gli attori. Come fa l’UE che non impone agli Stati membri di unificarsi ma da delle linee guida e dei finanziamenti collegati. In questo caso gli incentivi possono essere importanti per il primo passo ma poi serve sempre una classe politica con una cultura adeguata.
Le province poi non hanno oggi molto senso. I loro confini amministrativi furono fatti da Napoleone per ragioni militari ed oggi sono quanto di più assurdo per le politiche di sviluppo territoriale. Tuttavia, da punto di vista del governo intermedio tra Comune e Regione può avere un senso avere una area vasta omogenea. Ad esempio il Camposampierese che però va da Cittadella a Bassano e quindi comprende aree della provincia di Padova e di Vicenza.
Questo fatto ci fa capire che le attuali province sono superate. Poi c’è da chiedersi se serve ancora avere enti provinciali elettivi.

Gli interventi di riforma e di adeguamento delle Autonomie Locali prendono avvio nel 1980 con la legge 142, poi c’è il periodo delle politiche per sviluppo locale degli anni ‘90 sostenute dalla stessa UE ( patti d’area e patti territoriali) ma i risultati sotto il profilo della aggregazione sembrano scarsi, anche in Veneto.

Il Veneto è caratterizzato da localismi forti e da un regionalità molto debole. Gli interessi poi sono rappresentati soprattutto a livello provinciale (dalle Camere di Commercio alle Associazioni di Categoria). E’ questo è un vero problema.

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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