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A piedi sulla Sulmona-Carpinone

Il diario dello scrittore Riccardo Finelli

Me l’ero ripromesso. Da tanto tempo in realtà. Innamorato di una ferrovia straordinaria che attraversa il west di una provincia inselvatichita e autentica. E che collega due concetti geografici lontani nello spazio e nella mente: Napoli e l’Adriatico. Con l’Appennino in mezzo. Una ferrovia che se fosse in svizzera o in Romagna sarebbe già diventata un’attrazione per famiglie, con piadinari a ogni antico casello.

E invece vogliono chiuderla.

Ho deciso che me la sarei percorsa tutta il giorno dell’ultimo treno: l’11 dicembre 2011. Un pò per rabbia verso chi non ha mosso un dito per fermare il treno in corsa di questa decisione (ma guarda l’ironia delle metafore alle volte). Un pò perché mi è venuto voglia di raccontarla attraverso le storie di vita di chi l’ha vissuta e ha lasciato la propria traccia secolare nella memoria delle traversine.

Ne nascerà un libro con la Neo Edizioni di Castel di Sangro: due ragazzi sognatori che partono dal niente e decidono di osare. Perché pubblicare libri in tutta la penisola dall’Alto Sangro significa crederci. Con me, sulla strada (ferrata), uno suocero trasformato in sherpa appenninico e Stefano, amico ritrovato.

Alla partenza di Sulmona ci ha salutato la luce arancione sgargiante di un semaforo di linea, impassibile a compiere il proprio dovere (la linea è formalmente aperta), fra i chicchirichì di qualche gallo e il cinguettare disordinato di uccelli. Versi da foresta pluviale, che trasformavano il Gizio in Rio delle Amazzoni. Bastano pochi chilometri per capire. Allora, dopo neppure un’ora di cammino, capisci che forse quello che stai inseguendo non è solo la scia nostalgica di un treno perduto, ma il fantasma di un’idea. Quella della sfida longitudinale all’Appennino, l’intuizione ardita di un Paese che trova la propria unità cucendo trasversalmente valli e curve altimetriche per preservare, con la circolazione di persone e cose, la fibra morale custodita nelle pieghe della sua spina dorsale. E’ l’idea ottocentesca del “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”.

Del resto la proposta di una ferrovia sulla direttrice Sulmona-Isernia nasce proprio negli anni Settanta dell’Ottocento, sull’onda di un più ampio slancio per infrastrutturare il Paese. E faceva parte di un’articolazione di ferrovie, chiamiamole secondarie, ben più vasta, che nel corso del mezzo secolo successivo arrivò a collegare Sansepolcro con Catanzaro. Quanto valga oggi, 150 anni dopo, questa intuizione è la domanda che mi faccio mentre a Pettorano superiamo il vallone Santa Margherita, infilandoci per la prima volta nella pancia dell’animale di ferro che stiamo percorrendo.

Cioè, banalizzando un pò, ma neppure troppo: ha ancora un senso oggi parlare di spina dorsale della nazione, lungo la dorsale di un Appennino che frana fisicamente e, soprattutto, moralmente, sotto gli smottamenti del calo demografico e del taglio di servizi e risorse? Può, o meglio, deve, questa grande provincia neorurale, essere tenuta assieme dal filo sottile di una monorotaia? Sempre ammesso che su questa schiena d’asino esista ancora qualcosa da tenere assieme. Dopo la stazione di Pettorano, con i quadri elettrici scarnificati da predoni di rame, la ferrovia risale senza incertezze la costa del Colle Mitra, scoprendo la sua vocazione aeronautica.

Era questo il punto in cui i treni della transumanza, stipati all’inverosimile di pecore, dovevano fare il dimezzamento. Cioè lasciare parte del convoglio lì, su un binario morto, per venirlo a riprendere a fine giornata. I treni non ce la facevano a portarli su per una pendenza di 31 millimetri per metro. La ferrovia s’infila in una trincea spaccata nella roccia, un kanyon in cui potrebbe sbucare da un momento all’altro willy coyote, in cui il vento s’imbottiglia furioso e ti soffia in faccia la sua potenza libera. E invece all’improvviso sbuca una volpe, inseguita da due cani accecati dal suo odore. Ma lei li semina, tuffandosi nel ginepraio di un vecchio casello diroccato.

Pranzo con pizza rossa alla casa cantoniera del km 17, quasi in corrispondenza della curva del Colle Mitra che  immette nella valle che sale verso Cansano.

Scende un vento potente che entra da porte e finestre del rudere provocando correnti e tonfi di imposte secchi e sinistri. Si accusa per la prima volta la stanchezza. Quando riprendete scopri che con un ondeggiare d’anca fra un passo e l’altro puoi accorciare la falcata quel tanto che basta per pestare con la suola sulle traversine. E dopo 6 ore di pietra è davvero una bella scoperta.

E’ macinando a questo passo da papero che arrivi alla stazione di Cansano, dove riecheggiano i versi balcanici di un pastore che segue lo scampanellio di un piccolo gregge lungo la strada provinciale che sbuca come un serpentello poche centinaia di metri più a valle. Poi su ancora per arrivare alle pinete artificiali di Campo di Giove. Quelle messe giù dai ferrovieri per proteggere la linea dalle bufere di neve. Ma purtroppo non sono state quelle a farla vacillare.

Riccardo Finelli

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

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