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A Fallo, un settembre

A cura di Benedetto di Sciullo [1]
tratto dalla rubrica Lo spazio di tutti del sito faldus.it, editing Giovanni Mariano [2]

 

A Fallo ci si accorge subito quando l’estate sta finendo: la sera l’aria è più frizzante, il cielo più terso, la gente in giro sempre meno numerosa. Cominciano le prime piogge. 

In una di queste tipiche giornate umide di fine settembre, tanti anni fa (le scuole riaprivano ad ottobre) tre ragazzi si incontrarono nella piazza del paese. I lunghi pomeriggi trascorsi al fiume erano finiti; non si passavano più le serate a “Lacariello” con le chitarre e con il fuoco acceso ad abbrustolire il granturco. Erano finite le scampagnate, le feste, le serate al bar e con esse erano sfumate le promesse di eternità profuse nel corso degli amori estivi.

I tre decisero per una breve passeggiata e presero la strada che porta verso Civitaluparella. Due di loro, C. e F. , si conoscevano dalla prima infanzia così come da sempre si conoscevano le loro mamme. Il terzo, S., era più grande di qualche anno e, sia fisicamente che caratterialmente, mostrava d’essere quello che solitamente si definisce un “capo branco”. Forse fu la noia di quel pomeriggio plumbeo o forse quella malsana e tanto ricorrente curiosità che si prova di fronte al misterioso ed al macabro che li spinse ad entrare nel Cimitero. Mentre camminavano lungo il vialetto centrale, probabilmente nessuno di loro immaginava quello che avrebbero fatto più tardi. Si diressero quasi istintivamente verso i nuovi loculi appena costruiti e fu F. che, cominciando ad armeggiare intorno alla lastra di marmo che chiudeva un loculo, chiamò gli altri due per avere aiuto.

Aiutatemi a tenere la lapide mentre svito i bulloni : voglio vedere quanto è grande il loculo – 

– Che ti frega di quanto è grande!? Hai paura di non entrarci?– rispose C. poco convinto mentre già si apprestava a sorreggere la lastra di marmo.

Leva i bulloni sopra mentre noi reggiamo la lapide– replicò in maniera tutt’altro che gentile S.

  1. si mise accanto ad S. a reggere la pesante lastra di marmo mentre C. procedeva con qualche difficoltà a svitare gli ultimi due bulloni che la reggevano. L’interno del loculo era, come prevedibile, vuoto e non presentava nulla di esaltante. I tre se ne stettero lì per qualche secondo a guardare quel cunicolo stretto e buio, poi riaccostarono la lapide per rimettere i bulloni. L’operazione era resa difficoltosa dalla pesantezza del marmo e dal fatto che i bulloni non coincidevano esattamente con i fori della lapide.

Sbrigati a riavvitare ché la lapide pesa!– disse S. rivolto a C.

Non ci riesco. I perni sono troppo dentro : dovete accostare di più la lapide!

E’ una parola! Devo fare tutto io, perché F. non si regge in piedi e non ce la fa!-soggiunse S. con fare strafottente. La reazione di F. fu collerica :

Vaff……. Allora reggitela da solo– e lasciò cadere la pesante lastra.

  1. diventò paonazzo e tese i muscoli per evitare che la lastra gli schiacciasse le dita. Non disse nulla forse perché era troppo concentrato per lo sforzo ma, se avesse potuto, avrebbe certamente incenerito F.! C. salvò provvidenzialmente la situazione riuscendo ad avvitare uno dei bulloni in basso prima che la lapide finisse sulle dita di S.

– Ma sei scemo? A questo un altro po’ gli facevi uscire il pallone! – 

Non preoccuparti. E’ così forte lui.!– replicò F. con beffarda ironia. C. intuì che le cose stavano per degenerare e, prima che la tensione raggiungesse livelli pericolosi, ammonì :

Non mettetevi a litigare ed a strillare proprio qui : i morti potrebbero aversela a male. Non ci siamo neanche portati i fiori per tenerli buoni.!

Se si tratta solo di questo, possiamo usare quelli che sono già qui. Guarda quanti fiori in giro!– rimarcò F.

Hai ragione, togliamoli da quelli che ne hanno troppi e mettiamoli a chi non ne ha.– acconsentì C. Rapidamente avvitarono i bulloni sulla lastra di marmo e si diedero a togliere i fiori da quei vasi a loro giudizio “troppo pieni”. Usando una scala a pioli reperita nei paraggi, cominciarono a disporli di nuovo partendo dai loculi posti più in alto e scendendo man mano verso il basso. Quel loro improvvisato quanto discutibile senso di “giustizia funeraria” che li aveva spinti ad una così “equa e pietosa” ridistribuzione delle onoranze, venne improvvisamente messo in crisi dal rapido assottigliarsi del numero dei fiori. Fu così che, con un guizzo di risolutiva intuizione, presero ad individuare i sepolcri di coppie di coniugi ed a mettere un fiore ad uno solo dei due.

Tanto poi se lo scambiano fra loro e si accontentano lo stesso.– concluse S. provocando l’ilarità degli altri due. Un sepolcro particolarmente vecchio e mal custodito, sollecitò le riflessioni di F.  – Qui dentro non ci sarà più niente ormai. – 

Mica è detto. – rispose C. – Caso mai potrebbero averlo buttato nell’ossario – 

Quello è un posto che mi ha sempre attirato. – concluse risoluto F. avviandosi verso l’uscita – Le ossa si trovano lì dentro da quando ero ragazzino. So pure che lì sotto c’è stato messo un prete. La sua bara fu rimossa, assieme ad altre, quando, dopo la costruzione del cimitero, fu svuotata la cripta che si trovava sotto la Chiesa e nella quale, anticamente, venivano deposti i feretri. Di questo prete non ne sapeva niente nessuno e per questo fu gettato assieme agli altri resti nell’ossario comune del Cimitero appena costruito. Si dice che, cadendo, la bara si aprì e lo scheletro del prete finì quasi intatto fra le altre ossa rimanendo in posizione seduta con il breviario fra la mani. – 

Gli altri due ragazzi ascoltavano attentissimi. A C. brillarono gli occhi quando disse:

– Vogliamo provare a scenderci? Bisogna entrare nella camera ardente e poi aprire la botola per scendere sotto, ma la porta è chiusa a chiave – 

– Andiamo a vedere e proviamo. Alla peggio, passiamo dalla finestra– intervenne S. avviandosi verso la camera ardente.

Il vento che aveva per un po’ allontanato le nuvole era calato e di nuovo, dalla montagna, nuvoloni carichi di pioggia stavano lentamente coprendo il cielo rendendo l’atmosfera cupa. A dispetto dei ripetuti tentativi, la malridotta porta di legno della camera ardente non accennava a cedere. I tre decisero di tentare l’approccio dalla finestra. Questa era chiusa ma la parte superiore della struttura si apriva a compasso verso l’interno ed era solo accostata. C. aiutato da S. che lo reggeva per le gambe, riuscì a raggiungere la maniglia della finestra e ad aprirla. Il davanzale era a bocca di lupo e le suole delle scarpe lasciarono le impronte sullo spesso strato di polvere. Il salto di C. sul pavimento della camera ardente fu amplificato dall’alto soffitto. Al centro del locale si trovava un poco invitante tavolo di marmo (quello usato per adagiarvi le bare prima della tumulazione). In un angolo, un’avvizzita corona di fiori (forse lì dall’ultimo funerale celebrato) accoglieva fra i tralci secchi un drappo nero sul quale una scritta dorata recitava laconicamente “I NIPOTI”. Accanto alla porta si apriva la botola che portava all’ossario. La chiudeva un pesante tombino di cemento. Nonostante la finestra aperta, nell’aria regnava uno stagnante odore dolciastro. Più in là, un’ascia dalla lama senza più filo servì a S. ed F. per far leva su un bordo del tombino e sollevarlo.

Nella penombra del locale sottostante biancheggiavano le ossa ammonticchiate : i tre si chinarono intorno all’apertura della botola e restarono qualche istante a valutare l’altezza che li divideva dal pavimento dell’ossario. Quando si sollevarono, qualcosa era cambiato sul viso dei tre…

Dobbiamo scendere sotto– disse C. con un’inflessione che non lasciava ad intendere se si trattasse di una domanda o di una affermazione. La voce uscì strana dalla gola di F. quando disse:

Usiamo la scala a pioli che c’è fuori !

Il cielo era coperto di nuvole basse e cadeva una pioggia fitta e sottile. S. e F. attraversarono il cimitero ed andarono a prendere la scala che era rimasta appoggiata ai loculi. Quasi correndo rientrarono nella camera ardente.

Nessuno parlava più. Calarono la scala nella botola. Un inspiegabile quanto repentino senso di rispetto, li indusse a fare attenzione a che la scala non urtasse il mucchio di ossa sottostante ma, malgrado le premure, uno dei montanti andò a cozzare contro la base del macabro cumulo: qualcosa, forse un teschio, rotolò sul pavimento.

Il primo a scendere fu S. seguito da C. e quindi da F. Il soffitto, visto da quella nuova prospettiva, sembrava basso ed opprimente.

L’intero locale prendeva luce da due finestre poste in alto che davano sulla strada. Entrambe avevano le ante aperte ed erano protette da sbarre di ferro e da una rete arrugginita sulla quale si erano abbarbicati i rovi che crescevano all’esterno. Su una parete, una larga crepa mostrava il vivo delle pietre sottostanti accentuando l’inquietudine di quell’atmosfera resa ancor più intollerabile dall’aria pesante. Alcune cassette di legno giacevano fra le ossa sparse alla rinfusa. Il pavimento era ricoperto di uno spesso strato di polvere e fra le ossa saltellavano insetti simili a grilli dello stesso colore della polvere. Erano molli : i tre se ne resero conto quando uno di loro, inavvertitamente, ne schiacciò alcuni fra le dita frugando a mani nude fra le ossa.

Il senso del proibito, la curiosità, la violazione del mistero più profondo fecero abbandonare ogni pudore ai tre ragazzi che, di lì a poco, si ritrovarono a maneggiare con la massima naturalezza tibie, teschi, mandibole ed ogni altro tipo di “reperto” del quale, quasi certamente, non conoscevano neppure la collocazione anatomica. Al colmo della più innocente ed adolescenziale esaltazione, C. si mostrò fermamente intenzionato a voler portare via un teschio e solo il buon senso degli altri due lo indussero a desistere.

Non abbiamo neppure un sacco in cui nasconderlo! Te lo immagini cosa sarebbe rientrare in paese con un teschio sottobraccio?– tuonò F.

Va bene, vuol dire che tornerò a prenderlo un’altra volta. – rispose rassegnato C. come se si fosse trattato di tornare a fare compere al supermercato.

Improvvisamente, spostando alcune ossa, C. e F. scoprirono un vero “tesoro”: uno scheletro quasi intero ancora ricoperto, qui e là, di qualche brandello di pelle incartapecorita dalla quale fuoriuscivano ciuffi di peli bianchicci.

Questo deve essere il prete e dentro quella cassetta deve esserci il breviario– disse S. indicando una cassetta che probabilmente aveva adocchiato già da un po’.

I tre si avvicinarono alla cassetta e cercarono di aprirla ma il lucchetto, anche se malandato, resisteva. S. tornò verso la scala a pioli, salì alcuni gradini e si sporse con il busto e le braccia fuori dalla botola riapparendo di lì a poco con l’ascia fra le mani. Il lucchetto, forzato a piccoli colpi, cedette quasi subito. Nessuno sa cosa i tre avessero immaginato di trovare in quella cassetta ma, di certo, il contenuto li deluse : oltre ad un berretto di lana che aveva conosciuto tempi migliori e ad alcuni fogli di carta ormai illeggibili, c’erano una pipa rotta, alcuni chiodi e dei pezzi di legno. Delusi, i tre si misero a cercare intorno qualcosa di più interessante ma ormai il luogo non aveva più mistero per i tre.

Diedero ancora un fugace sguardo all’intorno e poi, compostamente, risalirono al piano superiore. Tutto fu ricollocato al suo posto : l’ascia., il tombino che copriva la botola, la scala a pioli.. I tre, richiusa dall’interno la camera ardente, riguadagnarono l’uscita attraverso la finestra dalla quale erano entrati non più di un’ora prima e, a parte le impronte lasciate sulla polvere del davanzale, nessuno avrebbe mai potuto aver prova di quella irriverente incursione.

Non pioveva più e si era alzato di nuovo il vento. Ritornarono sul vialetto centrale del Cimitero ed uscirono dal cancello .

Uno squarcio di sereno si scorgeva verso i Monti Pizi ed un pallido sole brillava su Fallo. Nessuno dei tre confessò l’intima ebbrezza liberatoria che il profumo della terra e dell’erba bagnata infuse nell’animo di ciascuno di loro.

Avevano le mani sporche, le scarpe infangate, i vestiti impolverati : se qualcuno li avesse scorti non avrebbe potuto fare a meno di chiedere loro da dove venissero e che cosa avessero mai fatto. Ma fortunatamente nessuno li incrociò.

Quasi senza parlare proseguirono insieme fino allo slargo di Viale della Rimembranza, poi si salutarono e si divisero.

Qualche tempo fa uno dei ragazzi , ormai adulto, si è affacciato di nuovo ad una delle finestre che dalla strada si apre nell’ossario ed ha ricordato tutta l’avventura. Il primo istinto è stato quello di cercare lo scheletro nell’angolo dove lo avevano lasciato tanti anni prima. Dapprima non riusciva a vederlo. Lo ha scorto poi, quando gli occhi si sono abituati all’oscurità del locale, sotto la finestra accanto a quella dalla quale stava sbirciando: qualcuno lo aveva messo lì a sorreggere una delle ante. Ricordò anche che fu la notte successiva all’incursione nell’ossario che fece quel sogno allucinante che lo lasciò sconvolto per diversi giorni e che ancora oggi rammentava così bene. Sognò, infatti, di trovarsi nel cimitero di Fallo, vicino al cancello e..

Ma questa è un’altra storia.

 


[1]Benedetto Di SciulloAbruzzese di Fallo (CH), libero professionista. Dedica tanto tempo alla cultura locale per mantenere concretamente vivi i palpiti di un mondo antico che accomuna tanti di noi e che, dal passato, ancora ci accarezza e ci emoziona superando oceani e continenti. Ha creato, con Giovanni Mariano, il sito www.faldus.itche celebra Fallo (CH) e i Fallesi.
[2]Giovanni MarianoAbruzzese di Fallo (CH), informatico. Cura con Benedetto Di Sciullo il sito dedicato a Fallo sapendo di fare piacere ai conterranei che apprezzano le abitudini, l’aria, i profumi dell’Alto Vastese. Ha creato, con Benedetto di Sciullo, il sito www.faldus.itche celebra Fallo (CH) e i Fallesi.

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

 

About Enzo C. Delli Quadri

Agnonese, ex Manager Aziendale, oggi Presidente dell' Associazone ALMOSAVA-ALTOSANNIO (alto molise sangro vastese), da molti anni è impegnato a divulgare l'importanza della RIAGGREGAZIONE di questo territorio, storica culla dei Sanniti che , 50 anni fa, fu smembrato e sottoposto a 4 province e 2 regioni, contro ogni legge morale, economica e demografica.

Un commento

  1. Un racconto di “poesia cimiteriale, ossianica” per cui tre ragazzi si commuovono davanti a sepolture spoglie e illacrimate e ridistribuiscono fiori-non lacrime! …. …..Che dire ? Scritto con “gusto ” e partecipazione …ma IN FINE ho provato “un’intima ebbezza liberatoria”, perché temevo UNA FINE in peggio!
    ALLA FINE: UN BEL RACCONTO

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