18. Marzio e la Sacerdotessa Anxa

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Estratto di un brano del Romanzo Viteliù di Nicola Mastronardi [1], con breve nota introduttiva di Enzo C. Delli Quadri

Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro. Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante). Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno. Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro. Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle
Altosannio, il luogo dove si sviluppano le vicende narrate in Viteliù. Aufidenia=Alfedena. Hereclanom=Schiavi d’Abruzzo. Pesco di Guardia=Pescopennataro.
Trevento=Trivento. La Pietra che viene avanti=Petravenniende (Pietrabbondante).
Sella dei Sacrati=Sella di Capracotta. M.Karakenos=Monte Saraceno.
Santuario della Nazione=Teatro Italico di Pietrabbondante. M.Kaprum=Monte Capraro.
Ver=Verrino. Città del Toro Sacro=nei pressi di Agnone. Le tre cittadelle=Le Civitelle

La Guerra Italica, combattuta da SannitiMarsi, Peligni, Marrucini, Vestini, Piceni  contro Roma dal 91 all’88 a. C. per l’ottenimento della cittadinanza romana, è oramai finita da 16 anni. Siamo, quindi, nel 72 a. C. e gli Italici da tempo hanno ottenuto gli stessi diritti dei Romani.

Il dittatore romano Lucio Cornelio Silla, non accettando l’immissione degli Italici nel mondo romano quali “Cives Optimo Iure”, tenta di sterminare la “Touto” [2] dei Sanniti Pentri. Più in particolare, Lucio Cornelio Silla ha in odio Gavio Papio Mutilo, Meddis [3] supremo dei Sanniti Pentri, l’Embratur dei Vitelios, in altre parole il Comandante in capo dell’Esercito Italico durante la Guerra Italica.

Lucio Cornelio Silla riesce a catturare Gavio Papio Mutilo, da tempo cieco, 9 anni dopo la fine della Guerra Italica. Non lo fa uccidere ma lo condanna, per umiliarlo, ad ascoltare i racconti delle vittorie dei Romani sul Popolo Sannita. Silla è convinto di poterlo domare e distruggerlo psicologicamente.

Ma Gavio Papio Mutilo resiste alle umiliazioni, assiste al disfacimento fisico di Silla che muore nel 79 a. C. e, 6 anni dopo la sua morte, decide di fuggire da Roma per tornare, orgogliosamente, nella sua terra sannita. Prima, però,perché lo accompagni, recupera un ragazzo”…. suo nipote sedicenne, Marzio che, in fasce, era stato salvato durante un feroce assalto dei Romani…………

Nicola Mastronardi, nel suo meraviglioso romanzo storico, Viteliù – Il nome della Libertà, così racconta il momento in cui Marzio incontra Anxa, sacerdotessa, discendente di Anxa in persona, divinità madre della nazione marsa

 Anxa sacerdotessa

Da Viteliù – Il nome della Libertà

“Ti è consentito entrare, Eumaco, figlio di Zanio. Hai con te un giovane compagno, per me un dono prezioso. Entrate entrambi e serrate la porta”.

Così fecero. La stanza rimase nella semioscurità, se non fosse stato per i riflessi tremuli dei due bracieri accesi. La celebrante fece cenno ai due di avvicinarsi. Si tolse lentamente, tra lo stupore degli astanti, la grande maschera rituale. Incorniciato dai tanti capelli mossi e corvini, apparve il viso magro, privo di un’età precisa, elegante. Era una donna molto bella. Due occhi di color verde scuro, penetranti, magnetici. Il naso fine e aggraziato e le labbra rosse, ben disegnate, che lasciavano vedere denti sani e bianchissimi. La testa portata dritta, i movimenti lenti e solenni.

Eumaco compì un profondo inchino dinanzi alla sacerdotessa. In tutti quegli anni era la prima volta che poteva vederla a viso scoperto. Quasi non osava guardarla. La donna lo invitò a rialzarsi, senza tuttavia prestargli troppa attenzione. I suoi occhi erano tutti per Marzio, anch’egli attratto, oltre che inti- morito, da quella presenza. Egli intanto cercava di intuire le mosse del serpente, che ora pareva fissare proprio lui.

Sei tu, piccolo Papio…” sussurrò la donna con voce sommessa. Parlava la lingua dei Sanniti, con lo stesso accento strano di Eumaco.

“Sei dunque tornato. Un uomo, quasi. Cresciuto, sì… robusto e forte, proprio come ti immaginavo…”

Continuava a guardarlo intensamente, gli si avvicinò ancora. Ne sfiorò il viso con una carezza che Marzio sentì strana- mente familiare; ora sorrideva, gioiosa. Si accorse dei timori del ragazzo.

“Non preoccuparti per questa creatura” così dicendo trasse dal collo il piccolo serpente verde “non può fare nulla che io non voglia”.

Mormorò incomprensibili parole guardando la serpe, che sembrò ascoltarla. Poi la depose in un cesto, richiudendone il coperchio.

“Il piccolo Papio” ripeté “quanti anni sono passati…”
Gli prese le mani.
“Diciassette, mia divina” intervenne Eumaco “manca poco al compimento di diciassette lunghissimi anni”.
“Lo so bene, figlio di Zanio, so tenere il conto del corso del sole e della luna”.
 Eumaco chinò la testa, come pentito di aver parlato. Marzio ritrasse le sue mani ed ebbe il coraggio di parlare, rivolgendosi alla sacerdotessa. “Come… come mi avete chiamato?”

“Con il tuo nome, giovane Papio. Non sei forse nipote di Gavio Papio Mutilo, Embratur dei Vitelios? Cosa sa il ragazzo?” La seconda domanda era rivolta a Eumaco.

“Sa di esserlo, lo sa da pochi giorni. Glielo hanno detto poco prima della partenza da Roma. Null’altro”.

“So di essere stato portato a casa dei miei genitori a Venafrum, una notte, da un soldato, che poi morì. Ero piccolo, in fasce. Cos’altro c’è da sapere?”

Solo il silenzio rispose a quella domanda. La sacerdotessa continuava a guardarlo intensamente. Sorrideva. Fu Marzio allora a continuare.

“So di dover accompagnare Papio Mutilo nel Sannio, la sua terra, dove egli vuole vivere per il resto dei suoi giorni. Sei mesi, ha chiesto sei mesi della mia vita. Perché lui ha salvato la mia, così ha detto. Io e mio padre abbiamo accettato purché di questa storia non si parli. Pensavamo di essere gli unici a sapere, ma a quanto pare altri sanno…”

“Altri… sanno molte cose, su di te, che tu non sai ancora, piccolo Papio”. La sacerdotessa gli fece cenno di sedersi su uno sgabello accanto al trono. Obbedì.

“Non so se… se mi interessano, con tutto il rispetto…” azzardò Marzio.

In quell’istante un raggio di sole entrò nella stanza da uno dei fori della facciata anteriore della sala. Illuminò in pieno il viso del giovane.

“Vedi? Anche il dio sole vuole che tu sappia, che tu sia il- luminato sul tuo passato. Devi la tua salvezza a tuo nonno, certo, ma anche ad altri. Alla dea che regna su questo luogo, a Eumaco e… a me, piccolo Papio”.

“Voi?”

“Sì, io. La vita riserva molte sorprese, Marzio. E tu ne avrai altre. Prima di essere portato a Venafrum, a casa di Lucio Stazio e della buona Livia, sei stato qui per sei lunghi mesi. Questo posto è stata la tua casa e ti ha protetto da chi avrebbe voluto la tua morte, se solo avesse saputo della tua esistenza”.

Questa volta fu Marzio a rimanere in silenzio. Realizzò, per la prima volta, di non aver mai pensato a cosa fosse accaduto nei mesi precedenti l’arrivo a casa dei suoi genitori. Nulla sapeva della sua nascita e del luogo dal quale era partito il soldato a cavallo che lo aveva portato a Venafrum, avvolto in un fagotto di panni, dentro la bisaccia di pelle di pecora.

“Diciassette anni fa, l’anno del disastro per Marsi e Sanniti, era l’alba quando sentii bussare alla porta del tempio vecchio. Era Eumaco. La mia inserviente lo riconobbe come il figlio del mio allievo Zanio Vibio. Solo per questo, in quei tempi di guerra, vi lasciò entrare. Con lui c’eri tu, il soldato pentro e la tua nutrice”.

“La mia nutrice?”

“Un’altra delle persone a cui devi la vita. La donna che ti ha dato il latte destinato al suo bambino morto, ucciso dai Romani il giorno della tua nascita. Mi raccontarono dell’assalto di Verre alla vostra casa, erano propensi a credere che oramai tu fossi l’unico sopravvissuto della famiglia di Papio Mutilo. Dissero di essere in viaggio da almeno cinque giorni e quattro not- ti. Gli stessi che erano trascorsi dal giorno in cui eri nato. Dai monti dell’Alto Sannio, avevano viaggiato a piedi spostandosi di notte e dormendo in grotte e ripari di fortuna. La stagione buona li aveva aiutati, ma la donna era sfinita per averti do- vuto allattare, avendo mangiato poco e male. Tu invece eri un bimbo pieno di salute e con tanti capelli già lunghi e nerissimi. Ti presi in braccio e in te riconobbi subito i tratti del popolo marso”.

“Marso? Ma… io so di avere sangue sannita, semmai”.

“Sei ancora oggi la copia di tuo nonno Silone, quando era giovane. Gli hai rubato il viso, gli occhi e la corporatura” intervenne Eumaco al culmine dell’eccitazione. Finalmente si liberava da un peso. “Quando, due giorni fa, ti ho visto, ho provato l’emozione più forte della mia vita”.

“Silone… Mi hai già parlato di lui…” Ancora una volta Marzio era confuso. Stentava a capire ciò che stava udendo.

“Quinto Poppedio Silone, il comandante. Condottiero dei Marsi nella grande guerra contro Roma. M’rrone della Lega dei popoli di Viteliú, insieme a Gavio Papio Mutilo. Ti ho raccontato questo ieri, ricordi? Ciò che non ti avevo detto è che sei nipote di due grandi uomini, Marzio, figlio di due nazioni alleate. Tu stesso fosti l’incarnazione di quell’alleanza che unì i popoli d’Italia contro la repubblica della Lupa”.

Angoscia. Fu ciò che, ancora una volta, il giovane sentì nel petto. Stavolta più forte. Nella testa aumentò la confusione e si rinnovò il dolore acuto provato dieci giorni prima nel preciso istante della prima rivelazione fattagli a Roma. Taceva, sconvolto.

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[1] Nicola Mastronardi, Molisano di Agnone (IS), direttore della biblioteca storica. Laureato in Scienze politiche è cultore di materie storiche, giornalista pubblicista e, soprattutto, scrittore. Il suo romanzo storico “Viteliú. Il nome della libertà” è, oramai, un evento letterario riconosciuto da tutti.
[2] Il termine osco touto indicava l’organismo composito, ossia l’unità politica corporativa a base territoriale variabile che costituiva lo “Stato” dei Sanniti.
[3] Il Meddis tuticus era il più alto magistrato sannitico. Eletto annualmente, era il capo militare del Touto (lo “Stato” sannita), ne curava l’amministrazione della legge, delle finanze, della religione e presiedeva le assemblee collegiali che aveva il potere di convocare.

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Musica:  Tartini ( Violin Concerto in e minor D56 – Adagio ) – Uto Ughi
Editing: Enzo C. Delli Quadri

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2 Commenti

  1. Ho voglia senza dubbio di leggere il romanzo VITELIU’ – di cui ho sentito solo parlar bene, anzi egregiamente- per la mia origine sannita non solo, ma per l’orgoglio di una tale e bella discendenza del SANNIO che storicamente tenne testa ai Romani, i quali aiutati da maggior DESTINO alla fine furono vincitori, ma dopo una lezione di umiltà.
    Da questa pagina desumo un racconto LINEARE, ma con una bella TRAMA storico-artistica degna di rispetto, ma soprattutto d’essere introiettata da chi nel sangue porta un po’ del sangue degli antichi SANNITI. E sarò lieta di esternare il mio piacere e le mie riflessioni dopo la lettura … Quel che mi manca un po’ è il tempo, specie in questo periodo.

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