XVII Canto dell’Altosannio

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Canto di Gustavo Tempesta Petresine[1]; fa parte del suo libro intitolato Ne cande[2]

Campanile

XVII Canto dell’Altosannio

Campana eremita
rintòcco breve e cupo
transumanza ferale:

non è stato mai abitato
questo luogo.
E questa gente!
Da dove è mai venuta
questa gente.
Sonnecchiano solo
le porte serrate
in questo abbandonato
paese d’inverno.
Aggregare i vivi, subire:
il contributo dalla morte.

Campana eremita
rintòcco lieve e rado
tintinnare ferale.

 

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[1] Gustavo Tempesta Petresine, Nativo di Pescopennataro, si definisce “ignorante congenito, allievo di Socrate e Paperino”. Ama la prosa e la poesia, cui dedica molto del suo tempo, con risultati eccezionali, considerati gli apprezzamenti e i premi che consegue continuamente. Il suo libro di poesie più bello e completo si chiama “‘Ne cande,”
[2] ‘Ne cande, nasce da un percorso accidentato, da un ritrovare frammenti e “cocci” di un vernacolo non più parlato come in origine, da mettere insieme in un complicato puzzle. I termini sono proposti cercando di rispecchiare la fonetica che fu propria del parlare dei nostri nonni, ascoltati in prima persona e qui proposti. Il “canto lieto”, quello che trattava di feste, amori e piccola ironia dove si contemplava il fluire non privo di stenti, di un vivere paesano, è svanito negli anni.

 

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