V’tucc’ ( Vito ) – Quinta e Ultima Parte

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di Esther Delli Quadri (con foto selezionate da Enzo C. Delli Quadri)

Ai  fratelli, ai figli, ai nipoti.
Al sangue del nostro sangue.
Ovunque esso sia.

La novella mostra uno spaccato di storia locale, dove l’autrice è riuscita a combinare situazioni, usi, costumi, sentimenti in un cerchio che chiamerei “della vita”. Tutto torna, come il tramonto o l’alba. La storia si svolge tra le masserie di Sant’Onofrio, in Agnone, ma la stessa può essere avvenuta ad Alfedena, Trivento, Castel di Sangro, Castiglione Messer Marino, Fraine, ……È la storia comune a tanti nostri altosanniti (almosaviani). Chi, oggi, ha più di 50 anni, non può non averla vissuta o vista da vicino. Gli altri l’avranno sentita raccontata da tatone o da mammella. Chi non dovesse averla mai sentita raccontare, farà bene a leggerla e a non dimenticare.

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Parte Prima

Joseph

V’tucc’ ( Vito ) – Prima Parte

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Parte Seconda

Rus’nella

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Seconda

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Parte Terza 

Nonno Peppino, da bambino

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Terza

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Parte Quarta 

Rus’nella

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Quarta

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Quinta e Ultima Parte

Maria, la mamma di Vito

….. Maria si avvicinó .  Accarezzò, piano, una mano di Joseph.

… Sa povera mamma…. S’é quas’ ‘mbazzuta….puv’rella …tu , figl’, j’ars’migl’ prassié….. a V ‘tucc’ nuostr’…..”[1] Disse la nonna Rus’nella guardando Joseph e poi,  con affetto,  sua nuora  Maria, la madre di V’tuccio.

Intanto la cucina si era riempita di gente. Pochi uomini, notò Joseph, molte donne, giovani e meno giovani , e bambini. Alcuni parenti, altri conoscenti cui la notizia che a casa di Rus’nella “c’sctava nu suldat’ ‘mr’can’ ch’ j’eva n’paut[2] era arrivata velocemente.

Rosinella “c’nenna[3] si industriava a far capire a Joseph quando qualcuna di quelle persone era un parente . Glieli indicava sul disegno dell’albero genealogico, oppure quando non erano diretti, bensì figli o nipoti di fratelli della nonna, Raffaele disegnava un nuovo albero. Molte volte, accanto ai nomi, compariva una croce, segno che essi erano morti. Altre volte, Joseph sentiva sussurrare la parola “uerra” seguita poi da una croce o da parole come Russia, Albania. A volte invece della croce compariva un punto di domanda, a indicare che era disperso.

“Uerra” triste parola!

Per la gente  di campagna quasi una calamità naturale come la siccità, le epidemie tra gli animali, la grandine e le gelate. La maggior parte delle guerre è scivolata, addosso a loro,  portandosi via figli, padri e mariti, lasciando le campagne prive di braccia virili e poco importava chi combattesse contro chi, quale ideale contro quale ideale, se un ideale!

Zì Carm’nucc’

Entrò un vecchio, molto in là con gli anni, accompagnato e sostenuto  da quelle che erano forse due nipoti. Indossava, nonostante la stagione estiva, una pesante maglia di lana  di pecora a maniche lunghe e una camicia a scacchi colorata, e in testa portava una “coppola”. I pantaloni, larghissimi per lui, erano tenuti da una cintura, la cui parte finale penzolava, inutile.

Z’ Carm’nucc’[4] disse pronta Rosinella “c’nenna” e, indicando la nonna e il sopraggiunto, unì tra loro gli indici delle sue mani ad indicare che erano fratello e sorella. E Joseph comprese che quello era un altro fratello del nonno, Carm’nucc, il terzo fratello, quello che non era partito perché aveva famiglia!

Si emozionò, Carminucc’, a vederlo. Le sue labbra tremarono, come le sue mani. Joseph capì che era malato. Si avvicinò e l’abbracciò. E, per un attimo, si vide un piccolo, stanco, contadino, piegato dalle fatiche  e dalla malattia, stretto tra le braccia di un ragazzone. ……un soldato americano! Inconsueta immagine per chi li avesse visti senza conoscere le loro storie! Dai gesti della gemella del nonno, comprese che di tutti i fratelli, solo loro due erano vivi. Gli altri o erano morti o non si avevano più loro notizie, da quando erano partiti per la “La Merica”

Poco dopo,  le donne , aiutate dai bambini,  apparecchiarono la tavola. Joseph notó che molti di quelli che arrivavano, portavano qualcosa da mangiare.  Sedette, quindi , accanto alla nonna  Rus’nella, tra lei e lo zio Carm’nucc’. Davanti a lui, nel piatto, il cibo  di cui aveva sentito parlare dal nonno: ricotta appena tiepida,  uova, verdure dell’orto, dei pezzi di salciccia circondati da una crema bianchissima (era sugna, ma Joseph non la conosceva!), formaggio pecorino , lardo , pane di crusca , olive….. Comprese che quello non era il cibo abituale delle famiglie, che era un cibo speciale, una tavola allestita apposta per lui. Lo comprese dagli sguardi dei bambini, che guardavano tutto quel ben di Dio come se non avessero visto da molto qualcosa del genere, e dal fatto che gli adulti toccavano appena cibo.

Parecchio di quel cibo era stato tenuto nascosto per settimane o mesi per evitare che durante la ritirata i tedeschi, nel bisogno, se ne appropriassero. Nelle campagne, la scarsità di cibo era stata meno atroce che nelle città; comunque, anche lì, la guerra aveva portato il suo strascico di fame e penuria, fondamentalmente perché erano venute a mancare tante braccia maschili sostituite da braccia femminili che facevano del loro meglio.

Insistettero perché lui mangiasse di tutto e di pù.

Un contadino arrivó con un fiasco di vino. Un vino aspro, come la terra da cui proveniva, come i volti dei contadini che lo avevano prodotto, che dava calore ai primi sorsi, lo stesso calore che i racconti del nonno avevano dato al cuore di Joseph. Sorseggiandolo, pensò al nonno. Sarebbe tornato in America. Doveva tornare! Il nonno lo stava aspettando. E lui gli avrebbe portato in regalo un sogno antico, che il nonno pensava scomparso per sempre……

Uno dei ragazzi posò sul tavolo un lungo e frondoso ramo, pieno di ciliegie mature. Joseph ne prese due coppie e volgendosi a Rus’nella, seduta accano lui, fece il gesto di poggiarle sulle  sue orecchie. Sorrisero, i parenti. Sorrise anche Rus’nella. Sorrisero i suoi occhi,  a cui quel gesto faceva capire che Joseph conosceva quello scherzo dai racconti del nonno Peppino.

Gente continuava ad arrivare, dando il cambio agli altri che andavano via. Qualche uomo si avvicinava e salutava togliendosi il cappello, quasi che Joseph fosse un generale. Qualcun altro, ma anche qualche donna, reggendo in mano una foto sbiadita dal tempo con l’effige di qualche parente partito per “la Merica” e di cui più niente si era saputo, timidamente la mostrava a Joseph. Li conosceva Joseph? Gli era mai capitato di incontrarli? No, Joseph non li conosceva. Non ne sapeva niente. “La Merica  è grossa…..” era il loro rassegnato commento mentre arretravano.

Ed é difficile che i miracoli che si ripetano……

A un tratto, verso la fine del pasto,   Maria, che non si era mai allontanata troppo da Joseph, quasi non volesse perdere neanche un secondo della benedizione che il tempo le concedeva di guardare ancora una volta il volto di “suo figlio” ,  si avvicinò a sua suocera Rus’nella e le disse qualcosa, a bassa voce, quasi vergognandosi. Joseph, vide Rus’nella annuire con la testa, aprire i primi bottoni della maglia che indossava, infilare le mani giù per lo “scollo” e, aiutata da Maria, tirare fuori qualcosa. Erano i lacci di uno scapolare, che Maria ricollocó all’interno dello scollo di Rus’nella , e una catenina di metallo con una medaglietta. Maria la sfilò dal collo della nonna Rus’nella e, dopo averla guardata ancora una volta, e aver ricevuto un nuovo segno di assenso, si accostò a Joseph.

Joseph comprese. 

Scapolare con la Madonna del Carmine

Abbassò il capo e lasciò che Maria gli mettesse al collo la catenella con la medaglietta: la stessa  catenella con la medaglietta benedetta che la mamma del nonno e di Rus’nella era andata a prendere a piedi, scalza  alla chiesa dell’ Annunziata quando aveva chiesto alla Madonna del Carmine la grazia di far vivere Rus’nella, ammalata di tifo. “La Madonna d’ru  Carm’n” t’ha  da guardá  , figli’ , e t’ha da arpurtá   san’ san’ a mamma taja[5] mormoró Maria con  voce tremante. Joseph si chinó a baciare la sua  mano :  ” Thank…… Crazie …. Mama ” disse.  Poi infilò la catenella con la medaglietta sotto la sua camicia, accanto alla sua piastrina di soldato.

***

Lentamente il sole anche quel giorno aveva compiuto il suo percorso. A ovest i suoi ultimi riverberi infiammavano i campi  di grano che ondeggiavano come  un mare dorato mosso dal vento che si era levato. Dalla finestra della grande cucina lo sguardo di Joseph spaziava su quel paesaggio sconosciuto e allo steso tempo noto. Quante volte il nonno aveva osservato quello stesso paesaggio nella sua giovinezza? Forse, chissá, era quella l’ora in cui da ragazzo usava rientrare dai pascoli col suo gregge! Quante volte, in tutti quei lunghi anni, quella scena si era ripetuta nei suoi occhi, dietro il celeste dei suoi occhi, spettacolo che soltanto lui poteva vedere!

Rus’nella, gli si avvicinò, piano, appoggiandosi a Rosinella “c’nenna”. Lo prese per mano: ” Vié, figl’, vié biell. Vié ch’ mammetta taja[6] disse. E lo guidó fuori, sull’aia. Poi si incamminò lentamente, aggirando il caseggiato fino sul retro, dove era un orto profumatissimo in quell’ora del giorno morente. E, sempre tenendolo per mano, si avvicinó “a ru puosct[7]. Gli fece segno di sedere e gli sedette accanto. Rosinella “c’nenna”, discretamente, in silenzio,  si allontanò. Rus’nella tacque a lungo, guardando la campagna intorno. Poi si chinò a raccogliere un papavero, cresciuto lì, per sbaglio, al calore di uno degli ultimi raggi del sole, accanto” a ru puosct”.

Le sue scure mani contorte e ossute lo sfogliarono delicatamente mentre lei ripeteva canticchiando: “Peppin’ e Rus’nella so friet’ e so gemella !”[8]. Quando ebbe finito, con la parte interna del fiore stampigliò, sulla fronte di Joseph e poi sulla sua, due piccole, identiche stelle.

Da Sant’Onofrio la campana suonava, chiamando a raccolta per i vespri della sera…..

Monte Sant’Onofrio

(Fine)


[1] Questa povera mamma, è quasi impazzita, poverina; tu figlio mio, rassomigli molto…a Vito nostro  [2] c’era un soldato americano, che risultava essere suo nipote [3] Piccola  [4] Zio Carmine  [5] La Madonna del Carmine deve proteggerti, figlio, e deve riportarti, sano e salvo, dalla tua mamma  [6] Vieni figlio, vieni bello, vieni con mammetta tua  [7] Il posto  [8] Peppino e Rosinella sono fratelli e sono gemelli

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

6 Commenti

  1. è una storia bella, commovente e che suscita in me tante emozioni per aver vissuto io stesso, ultimo di tre figli, direttamente il dramma della partenza per “la Mèreca” di mia sorella e di mio fratello. Allora sembrava che non ci saremmo rivisti mai più. Tra gli anni cinquanta e sessanta a Castropignano, in ogni famiglia c’era chi partiva, spesso si sentiva bussare alla porta “…demane partime pe l’amèreca, séme menute a saletuorve. … pertateme tanta salute a ….” (dove la e non è accentata si intende muta). Chi partiva, girava per il paese a salutare non solo parenti ed amici ma anche conoscenti, per raccogliere e portare con se il ricordo di tutto un mondo che sarebbe scomparso.

  2. Un racconto caldo di nostalgia, di delicatezza familiare, anche di simpatica descrizione del tempo del dopoguerra nei nostri paesi , con quel RAGAZZONE MERICANO venuto da “LA MERICA GROSSA”
    Un LUNGO racconto di profonda empatia che emana “lo stesso calore che i racconti del nonno avevano dato al cuore di Joseph. ”
    ABUSATA E INSUFFICIENTE LA PAROLA “COMPLIMENTI”

  3. Commovente e bello. La realtà supera sempre l’immaginazione. Io ho molti ricordi legati all’emigrazione e siamo partiti anche noi. Ricordo il dolore di mia nonna quando accompagnammo il figlio prediletto a Napoli per la partenza in Canada. Struggente

  4. Racconto bellisimo e commovente…….di una Italia, costruita con sangue e sudore, e che tanti “Ignari di tutto”….oggi non ne apprezzano il presente…e dimentichi consapevoli del passato-.

  5. Complimenti Esther un racconto bellissimo e toccante, ti conosco da sempre ma devo dire che mi hai sorpreso. I libri che hai “divorato” da ragazza hanno lasciato il segno; brava sei grande. Un bacione tuo fratello Giovani

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