V’tucc’ ( Vito ) – Prima Parte

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di Esther Delli Quadri (con foto selezionate da Enzo C. Delli Quadri)

Ai  fratelli, ai figli, ai nipoti.
Al sangue del nostro sangue.
Ovunque esso sia.

Questa novella almosaviana è uno spaccato di storia locale, dove l’autrice è riuscita a combinare situazioni, usi, costumi, sentimenti in un cerchio che chiamerei “della vita”. Tutto torna, come il tramonto o l’alba. La storia si svolge tra le masserie di Sant’Onofrio, in Agnone, ma la stessa può essere avvenuta ad Alfedena, Trivento, Castel di Sangro, Castiglione Messer Marino, Fraine, ……È la storia comune a tanti nostri altosanniti (almosaviani). Chi, oggi, ha più di 50 anni non può non averla vissuta o vista da vicino. Gli altri l’avranno sentita, raccontata da “tatone[1]” o da “mammella”[2]. Chi non dovesse averla mai sentita raccontare, farà bene a leggerla e a non dimenticare.

Prima Parte

Joseph

Joseph continuava a guardare la foto di quel “sé stesso”, senza parole. Era incredibile la somiglianza tra lui e il ragazzo! Due gocce d’acqua!  Certo, forse, a guardar bene, qualche piccola cosa che distingueva l’uno dall’altro c’era:  la piega della bocca, magari. Forse un po’ l’attaccatura delle orecchie.  Per il resto, la somiglianza era impressionante. Adesso comprendeva lo sbigottimento generale quando lo avevano visto. Adesso capiva … …  Anche perché quel lumino acceso davanti alla foto poteva significare una sola cosa: il ragazzo  era morto!

Si avvicinò per guardare meglio . Sulla foto c’era una data. Risaliva a qualche mese prima, quando lui ancora non era arrivato in Italia. Non era molto, quindi, che era morto!  Un brivido gli percorse la schiena.

” V’tucc’ [3]” sentí una voce mormorare alle sue spalle. Era la donna che piú delle altre al vederlo era rimasta sconcertata. Si volse a guardarla. La donna, piangeva , piano. Comprese allora. Doveva essere la madre del ragazzo .

” You …. Mama ..” Disse. La donna assentì col capo. Un singhiozzo più forte le sfuggì. Le altre donne le parlarono. Forse cercavano di consolarla.

Notò, allora, che tutte erano vestite di nero. Qualcuna aveva qualche colore un po’ diverso, magari il fazzoletto che le ricopriva il capo. Ma lei, la “mama” era completamente vestita di nero.

***

Joseph era in Italia da qualche mese. Le prime settimane erano trascorse in luoghi che, lui,  non avrebbe saputo dire dove si trovassero esattamente. Li conosceva  solo per averli visti sulle mappe dei suoi superiori. Ma guardando quelle mappe, aveva capito che quei luoghi non erano molto lontani da quella che doveva essere la terra di provenienza di suo nonno Peppino. Nella sua mente quel luogo era impresso con lettere di fuoco, tante erano le volte che il nonno gliene aveva parlato.

Agnone, Contrada Sant’Onofrio

” Masserie “………… “,  contrada Sant’Onofrio, Agnone , Abruzzo, Italia. “

Quante volte il nonno gli aveva raccontato della sua vita in quei luoghi , quando era ancora un ragazzo, prima di partire per “la Merica”! Tra lui e il nonno Peppino c’era un rapporto molto speciale. Intanto lui gli assomigliava moltissimo! A guardarlo lo si sarebbe detto il tipo americano: un ragazzone alto, occhi color del cielo, capelli talmente biondi da sembrare bianchi. E invece era al nonno Peppino, l’italiano, che assomigliava .

” Qua, alla Merica” gli diceva il nonno, nel suo “mericano” sgrammaticato”,  “si vive come le talpe.  Sembr’ sott’ terra, tatone. Ca io, il sole qua l’ho viscto poco….”

Il nonno appena arrivato in America aveva lavorato in una cava di pietra, poi in una miniera e, infine, nell’ultima parte della sua vita, in una fabbrica. “L’aria che ho respirato …….puzzava. …….Fumo, fumo da tutte le parti. Sembrava ca sembr’ qualcosa abbruciava….. Pure la neve era nera , lá dove fatijavo io…. No come alla casa mea… ”  E a questo punto faceva una pausa, quasi come se stesse cercando di ricordare esattamente gli odori della sua terra per descriverli a quel suo nipote cosí curioso delle sue origini, così  affezionato a lui, così serio mentre lo ascoltava.

Gli raccontava allora della sua famiglia di origine, 11 figli , di cui tre morti piccoli. Lui e sua sorella gemella, Rus’nella, così pronunciava quel nome, il nonno,  erano nati” per sbaglio”, quando i genitori erano già in la con gli anni. Gli descriveva i suoi fratelli e sorelle tutti parecchio più grandi di loro, tanto che lui e Rus’nella avevano solo qualche anno di più dei loro nipoti. Ma soprattutto gli parlava di lei, di Rus’nella, la sorella gemella.

Lui e Rus’nella non avevano bisogno di parlarsi perché si capivano anche senza le parole.

Pecore al pascolo

Gli raccontava di quando tutti e due, ancora bambini, andavano a pascolare le pecore  restando tutto il giorno fuori di casa  e tornando solo al tramonto. Di come, intanto, raccogliessero erbe e radici da portare a casa per cucinarle. Com’erano felici, allora!  L’aria era odorosa della resina degli alberi, delle erbe di montagna. L’acqua dei ruscelli, a cui si dissetavano, era fresca, tersa.

Quando arrivava l’ora, cercavano un posto all’ombra e lí Rus’nella tirava fuori dal tascapane un po’ di pane  col formaggio, a volte più croste, sia di pane che di formaggio.  Gli narrava di quando lui e Rus’nella, nelle ore più calde, stesi sotto  un ” p’dale”[6] parlavano oppure dormicchiavano dando di tanto in tanto una occhiata alle  pecore .

Rus’nella !

Papaveri tra il grano

Rus’nella canticchiava sempre la stessa canzoncina per lui : ” Peppin’ e Rus’nella so friet’[4] e so gemella” mentre si rincorrevano sui prati odorosi e pieni di fiori. Gli parlava  dei nomi che avevano dato alle pecore. Di quanto le capre fossero disobbedienti.  Di  quando al tramonto, stesi sul terreno ancora caldo , tra il grano alto e tanti papaveri intorno, Rus’nella ne coglieva uno, canticchiando il solito ritornello, gli toglieva i petali uno alla volta, e poi, appoggiata la parte interna del fiore prima sulla fronte di Peppino e poi sulla sua,  stampigliava cosí su di esse  due piccole stelle perfettamente uguali, così come uguali erano i loro occhi, i loro capelli, le espressioni dei loro volti.

Gli diceva dei frutti della terra , delle ” cirase”[5] sopra ai ” p’dali”[6]. Di lui che si arrampicava a coglierle, a piedi nudi, per se e per Rus’nella. Di quella volta che aveva appeso alle orecchie della sua gemella le ciliegie , come fossero “ricchini”[7], delle risate di Rus’nella. Di quando dopo il pasto frugale della sera, aspettava che Rus’nella finisse i lavori di casa e poi, insieme, mentre i grandi parlavano,  sgusciavano fuori e andavano a sedersi “a ru puost”[8] che stava dietro casa e li giocavano a “vricc’ ” alla luce della luna , tra l’odore penetrante di “is’berda”[9] che veniva dall’orto, ascoltando i grilli e le cicale . Gli descriveva la  povertà della sua famiglia, ma anche la loro serenità, la loro vita felice nella natura.

Gaetano Minale: In cima alla collina

Joseph aveva scoperto, con sorpresa, che quella che a lui sembrava una stagione rigogliosa , la primavera, era una stagione disgraziata per i contadini. ” Ma come” chiedeva “a primavera tutto fiorisce , ci sono tanti fiori , perché disgraziata?”  Ma il nonno gli spiegava che i fiori “non si magnano, tatone” e a primavera  ancora non ci sono i frutti della terra . Per quelli bisogna aspettare l’estate. A primavera, se si é troppo consumato durante l’inverno, scarseggiano le riserve di cibo che erano state preparate per affrontare la ” n’vernata”. Ecco perché bisognava essere oculati a consumare durante l’inverno per arrivare all’estate senza problemi.

Il nonno gli descriveva i rumori  della campagna: L’ululare delle tempeste di neve d’inverno, il canto del gallo che svegliava lui e Rus’nella quando il sole ancora non era sorto; il richiamo alla preghiera della campana dalla chiesa di Sant’Onofrio, all’ora del vespro. Gli descriveva il profumo del latte appena munto. Il calore nella stalla dove lui, la sera, governava gli animali. L’odore del fumo di legna che bruciava nel camino, sempre acceso, anche d’ estate, per cucinare. L’ombra scura che, da bambino, una notte d’inverno aveva scorto dalla finestra sul bianco della neve. Una figura di lupo intravista solo un istante ma che lo aveva spaventato per giorni.

***

Poi, un inverno, Rus’nella si ammalò…………….


continua su …..

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Seconda

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Terza

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Quarta

V’tucc’ ( Vito ) – Quinta e Ultima Parte


[1] nonno  [2] nonna  [3] Vito   [4] fratelli   [5] ciliegie    [6] alberi     [7] orecchini      [8] il posto     [9] mentuccia


Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

6 Commenti

  1. Vi invio questa mia poesia, ch’è tanto coerente con l’articolo appena letto.Sono storie che appartengono a tutti noi.Io sono figlio degli anni ’50 ma ma ho ricevuto, per mia fortuna, l’eredità di questi antefatti che mi hanno posto nella condizione ferma e sicura di rifiutare ogni forma di violenza perpetrata nei confronti di chi non ha avuto mai voce !!!! Luigi Lozzi.

    Io perciò me chiamo Gino!

    10 gennaio 2013 alle ore 15.56

    Dedicata a mio zio Gino :

    (Luigi Sceppacerca “Gino”, nativo di Trivento, deceduto per ingiusta causa).

    Plagiato, così invaghito e poi così costretto a

    condividere il credo di un regime la cui propaganda

    convinse tanti e tanti giovani a morire per una

    ” Giusta causa ? ” .

    A li tempi de la guera

    è come si ce fossi stato

    a subbilla pe’ comm’era

    si ci’ho perso ‘n antenato.

    Nun gne piaceva ‘sta partita,

    ‘n ce teneva d’annà ‘n guera

    ma ar più meijo de la vita

    ‘nvece l’hanno steso a tera.

    Poi ‘na lettera d’eloggio

    pe’ te dì ndo’ stà e comm’era,

    segue appresso ‘n necrologio

    quanno ch’era primavera.

    “E più sentite cordoijanze”

    pe’ mi nonno e nonna mia,

    “Tristi pe’ ste circostanze

    s’associamo alla famija”.

    ” ‘N’era solo ‘n bon sordato,

    n’avemo fatto ‘na pantera,

    noi l’avemo stragraduato!

    ..Era ‘na camicia nera!!!!! ”

    Dice er Duce costernato :

    ” Pregherò pe’ la su fija,

    sò de tanto addolorato

    che la sento fija mia “.

    Ma sta fija nun l’ha mai vista

    perchè’ janno commannato

    de parti da bon fascista

    e battésse da sordato.

    Mo ‘sto ‘mpegno era dovuto,

    sacro e ariccomannato,

    lui pe’ questo ci’ha creduto

    e così l’hanno ammazzato.

    Mo ar cospetto de na croce

    ‘nde ‘n campo co’ ‘na chiesa,

    penzo a chi ‘n cià avuto voce

    pe’ addoprà ‘na vita spesa.

    Quant’è mmenzo er privileggio

    de godesse la mi sorte

    perchè gnente forse è peggio

    de sapesse ‘nviato a morte.

    A quei tempi ‘n tu ritorno

    nun to ‘o garantìa ‘r distino,

    la speranza era che ‘n giorno

    n’artro se chiamasse Gino.

    Versi di Luigi Lozzi

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