V’tucc’ ( Vito ) – Parte Seconda

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di Esther Delli Quadri (con foto selezionate da Enzo C. Delli Quadri)

  fratelli, ai figli, ai nipoti.
Al sangue del nostro sangue.
Ovunque esso sia.

Questa novella almosaviana è uno spaccato di storia locale, dove l’autrice è riuscita a combinare situazioni, usi, costumi, sentimenti in un cerchio che chiamerei “della vita”. Tutto torna, come il tramonto o l’alba. La storia si svolge tra le masserie di Sant’Onofrio, in Agnone, ma la stessa può essere avvenuta ad Alfedena, Trivento, Castel di Sangro, Castiglione Messer Marino, Fraine, ……È la storia comune a tanti nostri altosanniti (almosaviani). Chi, oggi, ha più di 50 anni non può non averla vissuta o vista da vicino. Gli altri l’avranno sentita raccontata da tatone o da mammella. Chi non dovesse averla mai sentita raccontare, farà bene a leggerla e a non dimenticare.

Parte Prima

V’tucc’ ( Vito ) – Prima Parte

Parte Seconda

Poi un inverno Rus’nella si ammalò…………….Tifo!  Si dovette chiamare il dottore, comprare le medicine.

Fu in pericolo di vita, e sua madre fece voto che sarebbe andata scalza, il giorno della Madonna del Carmine, dalle masserie della Contrada Sant’Onofrio, fino a Agnone, alla chiesa dell’Annunziata, se la Madonna le faceva la grazia di non prenderle quella figlia, che già gliene erano morti troppi tra figli e nipotini.

Rus’nella era nata per rallegrare il cuore di tutti dentro casa. Era sempre pronta al riso, sempre allegra . Sembrava “‘n’angiulitt’[1] per quanto era bella. Che gliela lasciasse, quella bambina che era  la consolazione della loro vecchiaia….!

E Rus’nella era guarita..

E la madre era andata scalza, come aveva detto, fino alla chiesa dell’Annunziata, la chiesa della Madonna del Carmine. E quando era tornata a cavallo del mulo, accompagnata da uno dei figli, aveva i piedi rotti e sanguinanti che per due giorni non aveva potuto camminare.

A  Rus’nella aveva fatto indossare lo scapolare  di stoffa e una catenella  di metallo con una medaglia benedetta che aveva da un lato l’immagine della Madonna del Carmine  e dall’altro il Sacro Cuore e le aveva fatto  promettere che non se li  sarebbe tolti mai più e che ogni giorno della sua vita avrebbe recitato il Rosario per la Madonna. Cosa che Rus’nella aveva promesso di fare, ogni giorno della sua vita.

Ma la convalescenza era stata lunga e un giorno il dottore,  che passava  di lí, aveva visto  che la bambina mangiava quello che tutti gli altri pure mangiavano.
Aveva detto che non andava bene. Ci voleva un cibo leggero e nutriente: pane bianco, un pò di carne, brodo di pollo. Questo era il cibo adatto!

Quando il dottore se ne fu andato sua madre e suo padre si erano guardati l’un l’altro.  La disperazione nei loro sguardi. Poi la madre era andata in camera e aveva preso un paio di orecchini d’oro, gli ultimi rimasti del suo oro di sposa,  di cui  negli anni per un motivo o per l’altro si era dovuta privare. Li aveva dati alla moglie del figlio più grande perché andasse ad Agnone a venderli per comprare il cibo adatto a Rus’nella.

Ma al mattino , prima ancora che la nuora e il figlio si avviassero per Agnone , si era visto un calessino arrancare su per la stradina in salita che portava alle masserie. Ne era scesa la signora Teodora, accompagnata dalla sua unica figlia, Beatrice.

La signora Teodora era la moglie di un ricco orefice di Agnone. Dopo tanto tempo dal matrimonio era riuscita ad avere una figlia, amata e desiderata sia da lei, sia dal marito. Nello stesso periodo anche la madre del nonno aveva dato alla luce un bambino, maschio ma nato morto. E così, saputo che in Agnone si cercava una “mamma di latte” per una bambina, la cui mamma non ne aveva abbastanza da nutrirla, la madre del nonno era andata ed aveva vissuto in casa loro per molti mesi fino a che la bambina  era stata svezzata.  Sempre, la famiglia dell’orefice era rimasta grata alla famiglia del nonno.

La signora portava un grande cesto, pieno di ogni ben di dio per Rus’nella.  “É un’altra grazia della Madonna  ” aveva mormorato la madre del nonno a vedere quel canestro ricolmo. Ma il nonno aveva sentito suo padre mormorare con un bonario sorriso : “Sa Madonna té la varva[2], perché aveva immaginato che la notizia della malattia di Rosinella alla signora Teodora l’avesse data il dottore!

Il calessino tornò più volte, per “la visita”  in quel periodo, e sempre con le due donne arrivava anche un canestro pieno di roba. Pane bianco, “vraciulette[3], riso, farina bianca , pure i biscotti , un barattolino di “cotognata” e un liquore a base di uova fatto dalla stessa signora che era ” speciale per i convalescenti”.  “Un mangiare per signori” aggiungeva il nonno.

” Rus’nella” diceva il nonno “mangiava come “nu c’llucc’[4] , ma niente di quel cibo andava sprecato, e aggiungeva  “ca, alle famiglie d’ r’ friet’ e delle sor” mje c’ n’ stavan’ d’ citr’ e c’trill’…[5]. Dopo quella malattia, Rus’nella restó sempre deboluccia e la madre non la mandava piú a “pasc’ le pecur’ ” con Peppino ” ca eva troppa fatija p’essa a cam’nié tanta ore sott’ arru sol’[6]

E così Peppino andava da solo.  Si arrampicava sopra, sopra agli alberi per prendere i fichi e le ciliegie più mature da portare a Rus’nella, perché aveva sempre paura che lei potesse ammalarsi di nuovo.  Come erano lunghe le ore che trascorreva nei pascoli senza di lei, senza i suoi scherzi, le sue canzoni! Seduto sotto un albero, si ricordava di quando lei, girando su se stessa e agitando le braccia, gli diceva: “Temé’, Peppi, so na farfalla… E temé sopra a ch’ scior’ m’ vagli’ a pusá?[7], e gli cadeva addosso, e gli faceva solletico fino a che lui, che al contrario di lei era schivo e taciturno, cominciava a ridere e ridere…..

     ***

La malattia di Rus’nella aveva segnato l’inizio di una serie di sventure che colpirono la famiglia negli  anni successivi. Il padre di Peppino era un piccolo proprietario, non un mezzadro. Di questo era sempre stato molto orgoglioso. Ma la malattia di Rus’nella, e soprattutto, gli  anni che seguirono , che furono anni di “mal’ tiemp’[8] furono terribili per le famiglie dei fratelli del nonno e per la sua: per tre anni di seguito la grandine rovinò i raccolti. La siccità, nei mesi in cui avrebbe  dovuto piovere, perché il terreno aveva bisogno di acqua, fece il resto. E pure ” le bestie” cominciarono a patire. E così, in pochi anni, la famiglia finì per indebitarsi.

La famiglia nosctra n’n’eva mjei stata ricca, ” diceva Peppino a Joseph” ma dopp’ d’ ‘n’dann’ s’app’zz’n’tett’ ‘n’tutt’[9]. “Sopra un piccolo  podere, quando ci si mette la malasorte, quante famiglie possono campare?” continuava, nel suo “mericano” stentato.

E così, alla sera, aveva cominciato a sentire i grandi, i fratelli che sempre piú spesso raccontavano al padre  di parenti e conoscenti che erano partiti, per la Merica “che lá la fatija[10] non mancava“. Le donne ascoltavano in silenzio gli uomini che parlavano, mentre accudivano alle faccende di casa e  badavano ai bambini.

I loro volti, i loro occhi , sembravano di sale!

Il padre aveva tergiversato per molto tempo. Voleva che nessuno dei suoi figli partisse, andasse così lontano. Aveva sperato fino all’ultimo che accadesse qualcosa per evitarlo. Ma non era accaduto niente, se non cose che avevano peggiorato  ancora di più la situazione.

“Spetta a me” aveva detto  una sera il secondo dei suoi fratelli rivolto al primogenito  “tu sci ru prim’ . Tocca a me d’ partí !” [11].  Era accaduto così.

In breve, la famiglia del fratello, lui, la moglie e due figlioletti, erano partiti per l ‘Argentina, dove un compare diceva che di lavoro ce n’era tanto. Poi era stata la volta del quarto  fratello, partire per il Venezuela, “‘n’andra Merica[12] diceva il nonno, perché aveva detto rivolto al terzo “j’ famiglia ancora n’n’ tjeng….. So j’ schitta …. Spetta a me….” [13]

Ed era partita anche una sua sorella sposata che abitava in una masseria non distante da loro. Il nonno non poteva dimenticare quella partenza. Dopo aver salutato la sorella, suo marito e i loro tre bambini, lui i genitori e gli altri fratelli e sorelle con le loro famiglie erano rimasti sull’aia a guardare i loro congiunti che si allontanavano. I loro occhi colmi di disperazione e dolore per il distacco erano rimasti asciutti , come sempre.

Ma, all’improvviso, mentre percorrevano il sentiero che portava giù alla strada, il bambino più piccolo che sua sorella portava in braccio, si era messo a piangere e gridare  disperato e, rivolto all’indietro, tendeva le sue braccine a “mammetta”.

Quella scena, così penosa, era per lui l’emblema di tutte quelle partenze e di quelle che seguirono in quegli anni  di parenti, amici e compari.

“Anni di malasorte” ripeteva il nonno.

***

Una malasorte che sembrava non dovesse finire mai! 


continua ……

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Terza

V’tucc’ ( Vito ) – Parte Quarta

V’tucc’ ( Vito ) – Quinta e Ultima Parte


[1] Un angioletto  [2] Codesta Madonna ha la barba  [3] Braciolette  [4] un uccellino  [5] perché, presso le famiglie di miei fratelli e sorelle, erano tanti i bambini e i neonati.  [6] A pascolare le pecore con Peppino, perché era tanta la fatica per lei, per camminare per ore sotto il sole.  [7] Guarda Peppino, sono una farfalla e, guarda, sopra qual fiore vado a posarmi  [8]cattivo tempo  [9] La nostra famiglia non era mai stata ricca, ma dopo di allora si impoverì del tutto  [10] il lavoro  [11]Tu sei il primo. Tocca a me di partire  [12] un’altra America  [13] Io non ho ancora famiglia…Sono io solo.. Tocca a me

Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine 

4 Commenti

  1. Il bambino e la “mammetta”tendono le braccia per l’addio……..Malinconico e bel gesto che vale per chi parte e per chi resta ….un abbraccio prolungato, oltre la stretta dei due corpi…Par di vederli!

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