Viva Gesù, abbasso Barabba

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di Domenico Di Nucci

A volte i soprannomi rendono la vita difficile. Non sappiamo come, perché e da chi a Giovanni Giuliano venne appioppato il soprannome Barabba. Certo è che non doveva essere piacevole per lui avere quell’ingombrante “nome d’arte”: gli lasciava l’amaro in bocca e lo mandava in escandescenza. Non accettava nessuna delle due situazioni legate a Barabba: né di essere considerato più meritevole di Cristo per via della mancata crocifissione e né ribelle, prigioniero famoso, terrorista e assassino. Guai a stuzzicarlo, andava su tutte le furie e a ben ragione. Però, la cosa era risaputa e sappiamo bene che c’è sempre qualcuno che gode a rompere, ogni tanto, la monotona vita di paese.

Orbene, circa un secolo fa, fu deciso di posizionare sulla vetta di Monte Campo un’alta croce di legno e una squadra trasportò faticosamente le travi e tutto l’occorrente fino ai 1746 metri di altitudine della vetta. Arrivare in cima non era agevole come oggi e da Santa Lucia c’era solo uno stretto  viottolo che si inerpicava tra i cosiddetti “Schiappune de re Cuambe”. Anche Giovanni faceva parte di questa squadra; ogni mattina tutti insieme si recavano lassù e nel tardo pomeriggio, dopo la giornata di lavoro, lasciati in vetta i ferri del mestiere, tornavano  a casa. Una mattina, giunta sul posto, la squadra non poté ignorare una bella scritta in vernice bianca e a caratteri cubitali:

VIVA GESÙ ABBASSO BARABBA.

Barabba, come previsto, andò su tutte le furie: «Vuoglie sapé chi è state, cà r’aia accide subbete! Chia è su desgraziate che  me vò  accuscì male!» (Voglio sapere chi è stato, perché immediatamente lo ammazzo! Voglio sapere chi è che mi vuole tanto male!).

Gli altri componenti della squadra trattenendosi dal ridere a crepapelle riuscirono a calmarlo: del resto non poteva essere stato nessuno di loro perché erano scesi tutti insieme dalla vetta. La notizia della burla si propagò velocemente e conoscendo il tipo e le sue reazioni suscitò in ogni concittadino una sfrenata ilarità. Se ne parlò a lungo e ognuno cercò di immaginare chi fosse il geniale autore della burla. Poi, quando le acque si furono calmate e l’episodio assunse anche una patina di sana goliardia, si scoprì che Don Giacinto Conti, farmacista e rinomato burlone, aveva atteso, nascosto nel bosco, che la squadra scendesse a valle, per mettere in atto uno scherzo che anche dopo un secolo suscita ancora tanta ilarità.

(Questo articolo riproduce uno dei tanti aneddoti raccontati dal più grande conoscitore  di usi, costumi, storia e storielle di Capracotta, quello che per tutti noi  è affettuosamente Luigino Conti)


Editing: Francesco Di Rienzo
Copyright: Amici di Capracotta

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