Vico Savonarola

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Maria Delli Quadri  [1] 

Vico Savonarola è una strada del centro di Agnone che congiunge il corso principale con Via Gualterio, nota quest’ultima a tutti gli agnonesi che, prima o poi, la percorrono per giungere, portati, all’estrema dimora. Oggi è una piccola arteria, in leggera discesa, attraversata da macchine a senso unico, con pochi pedoni e qualche persona che staziona sul portone di casa con lo sguardo rivolto al corso, dove c’è più movimento. E’ asfaltata, e per questo non ha più il fascino dei tempi passati, quando era completamente sterrata e diventava un pantano nei periodi di pioggia.

Sessanta anni fa e poco più, durante la mia infanzia e poi nell’adolescenza, Vico Savonarola era un palcoscenico su cui si muovevano attori, macchiette e controfigure; poi galline, maiali, muli, asini e, tra questi, bambini vocianti e felici. Questa è la storia di una piccola comunità agnonese, abitante nel vicolo con poche case disposte in fila su un lato e l’altro. In esso è passata una umanità che ha vissuto, gioito e pianto per tutti gli anni nei quali anch’io ne facevo parte.

I RE DEL VICOLO

Antonio (N’dogn)

Con una finestrella su un arco e il resto della casa disteso più giù, c’era la dimora di Antonio, “N’dogn”. Compagna dell’uomo era Lucia soprannominata “Pistaterra”. I due innamoratissimi avevano lasciato le loro famiglie per vivere il loro sogno d’amore. Il destino avverso mise fine a questo amore e li colpì crudelmente con la morte della donna. Me la ricordo, seduta dietro ai vetri del balcone con il viso e l’espressione triste. Il suo posto fu rimpiazzato dalla moglie di lui, Raffailuccia che, a buon diritto continuò a indossare la “maritata” bianca, fazzoletto che non si annodava sotto il mento, ma si ripiegava sulla testa con i due “pizzi”, simbolo della donna sposata.  Da giovane l’uomo aveva lavorato tanto e bene come operaio nella ferrovia locale. Nello stesso tempo gestiva con la compagna un negozio in piazza Libero Serafini in cui vendeva varietà di frutta secca, come pinoli, carrube (sciuscelle), castagne secche (pizzutelle), nocelline e semi di zucca (vainelle). In più sul banco c’era una prelibatezza: l’ ndroit, una catena di noccioline avellane, infilate, una dopo l’altra, a mo’ di collana. Le stesse cose, in misura ridotta, le vendeva su un banchetto all’angolo del corso nei giorni di festa. Era questa una posizione strategica, perché il posto fungeva da capolinea delle “bichette” che, provenienti da Poggio Sannita, Belmonte, Villa Canale, Castiglione Messer Marino e, un paio di volte la settimana, da Schiavi d’Abruzzo, arrivavano in Agnone per consentire ai viaggiatori di fare acquisti vari o di sbrigare faccende negli uffici che allora erano numerosi. A Natale N’dogn non faceva mancare le arance, una prelibatezza per quei tempi. Le cose che vendeva lui erano sfiziose al palato degli uomini che frequentavano le osterie: col bicchiere era piacevole sgranocchiare queste leccornie.

Assunta 

Il personaggio più caratteristico di Vico Savonarola era Assunta, nuora di N’dogn. Donna molto vivace, animava la strada con la sua voce forte e chiara. Si affacciava sul palcoscenico del vicolo con disinvoltura e padronanza territoriale; sapeva farsi rispettare. Il volto bello e rubicondo, i capelli castani raccolti in un rollo, Assunta era una figura decisamente importante del vicolo. Parecchi la temevano. Per la mia famiglia aveva un certo rispetto. Il massimo della contumelia detta a mio padre fu: “Tu sci nu cumunista!”.

La casa (in giallo) di N’dogn e di Assunta, abitata da quest’ultima alla morte del suocero. Nella foto è visibile l’arco adiacente al portone d’ingresso

Michele

L’uomo gestiva un’osteria nell’ultima propaggine del vicolo,  ma, a tutti gli effetti, faceva parte della nostra comunità, pur non abitando fra noi. Si chiamava Michele, soprannominato lo “Sbetico”, forse perché aveva una certa aria di ribalderia e un portamento scattante che lo portava a percorrere il vicolo in su e in giù molte volte al giorno. Sia lui che la moglie provenivano dal mondo contadino, per cui questo mestiere, più la gestione di una trattoria, “Il Grottino”, era per loro una promozione sociale.
Michele faceva parte di una agenzia matrimoniale detta da noi “della mortadella”, che combinava matrimoni tra ragazze agnonesi con giovani romagnoli, da cui il nome. Tutti i protagonisti erano stati, per motivi diversi, ignorati dall’amore ed erano desiderosi di sposarsi e farsi una famiglia. I mezzi di corrispondenza del tempo, fotografie e qualche lettera, più la mediazione degli “agenti” sortivano spesso il lieto fine. Le coppie si formavano, pur con qualche rinuncia. Lei partiva per la Romagna (mai il contrario) e, a detta di tutti, i coniugi vivevano poi felici e contenti. Queste agenzie hanno funzionato fino agli anni ‘60 e oltre; sono state un fenomeno rilevante del costume dei paesi del sud per la mescolanza delle comunità, delle tradizioni, delle lingue e delle abitudini. Si diceva che le nostre ragazze, più remissive e inserviziate, fossero adatte a vivere nelle fattorie del nord e non avessero grilli per la testa. Accettavano la campagna e sconfiggevano così la miseria delle famiglie d’origine. Gli uomini erano per lo più contadini, spesso vedovi con figli, non belli, talvolta anche con un difetto fisico come, del resto, qualcuna delle nostre ragazze. Pare che le donne del nord, più sofisticate, rifiutassero queste unioni anche se, con un grosso cappello di paglia in testa e guanti robusti, erano capaci di guidare il trattore. Ma la sera volevano andare a ballare ed essere libere nelle scelte di vita.

Ada

La dimora successiva, alta e stretta, mi ha sempre affascinata per il colore vivace della facciata. Era abitata da Ada, amica di mia madre, dal marito Michele, M’calin, muratore di mestiere, e dai tre figli. La casa di Ada era sempre ordinata, ben tenuta e pulita. La donna spesso sedeva, nei giorni di bel tempo, sotto casa, con mia madre e altre signore del vicinato. Insieme conversavano e facevano la maglia con lana di pecora originale e con i ferri corti che giravano torno torno, col filo appuntato sul petto per mezzo di una spilla. Erano soprattutto calze pesanti per l’inverno, maglie intime, al cui contatto oggi rabbrividiremmo per il pizzicore. Ada era una donna dal carattere forte e coraggioso; rimasta vedova, dovette affrontare dure difficoltà economiche, ma non si perse mai d’animo. Cominciò a fare l’affittacamere ai commessi e ai forestieri che passavano per Agnone, avendo una casa grande poco utilizzata.
Il locale sotto casa sua ospitava la trattoria “Il Grottino” gestita da Michele.

La casa di Ada e il locale (in verde) che ospitava la trattoria “Il Grottino”

Rosina, Michele e il mulo
La casa successiva, piccola e più simile alla dimora dell’orco cattivo, era abitata da Rosina, Nicola (N’cola) e dal mulo. Uscivano tutti e tre all’alba e tornavano tutti e tre al tramonto, con l’andatura affaticata e le facce del colore della terra. Non so da dove venissero ogni sera al calare del sole. Rosina “Montecalvario” (era questo il suo soprannome) parlava un dialetto stretto con vocali smozzicate e suoni gutturali. Una volta cadde malamente e si fece male a un fianco, procurandosi un grosso livido con relativo ematoma. La
donna si lamentava e ripeteva a tutti “M’ fa meal prassja, tieng na p’zzata d’ fecat noir” (mi fa male assai, tengo un livido che sembra una fetta di fegato nero), frase rimasta proverbiale e diventata per noi un lessico familiare. Nonostante questo incidente capitatole, Rosina usciva col mulo ogni giorno combattendo eroicamente contro il dolore e assolvendo ai suoi compiti di contadina solerte. Inutile dire che il medico non fu mai chiamato.

I Salzano (detti i “Trentuno”)

La casa successiva era un alveare. Piccola, angusta e bassa. Era abitata dai “Trentuno“ (cognome Salzano), famiglia numerosa con figlie grandi da marito e altri che nascevano via via. Il capofamiglia, originario dell’hinterland napoletano, era un uomo piccolo di statura, rossiccio di capelli e rubicondo, che trafficava sempre con muli e cavalli; uscivano, naturalmente, dalla stessa casa, uomini e bestie. Dove e come dormissero nessuno lo sapeva. Erano nove figli; me ne viene in mente solo uno, Lulluccio che, ancora oggi, vende frutta e verdura in Piazza Libero Serafini. La madre, Antonietta, era nativa di Trivento. Donna forte e coraggiosa, guidava a furia di grida, rimproveri e scapaccioni, questa tribù di figli disobbedienti e scalmanati, mentre le ragazze più grandi erano già signorine composte e educate. La voce di Antonietta, squillante e forte, risuonava nel vicolo a tutte le ore del giorno per richiamare i figli che correvano a perdifiato su e giù. I ragazzi si azzuffavano tra loro e con altri, e avevano sempre qualche arto sanguinante. Immaginate quanta minestra doveva scodellare la mamma per sfamare tutte quelle bocche che si affollavano intorno alla tavola!

In primo piano, ristrutturate, la casa di Rosina e, di seguito, quella dei Salzano

Marianna e Gigino

L’ultima casa all’angolo me la ricordo abitata da Luca e Francesca prima, poi da Marianna e Gigino, tassista. Marianna era sarta, carissima amica di mia madre, che amava intrattenersi nella sua bottega per lunghi pomeriggi. Era una donna pacata e dolce, una vera signora.

Siamo così giunti al termine del lato destro della strada, che sbocca quindi su via Gualterio. Facciamo un mezzo giro e…voila. Si ricomincia, questa volta in salita.

Esperia, Nicola e i gatti

La prima era la casa di Esperia, una romagnola importata dal marito Nicola, forse conosciuta e sposata durante il servizio militare. La donna si affacciava spesso alla finestra e, anche se non aveva contatti con le altre signore del vicolo, parlava con interlocutori immaginari con un accento diverso dal nostro, tanto strano a sentirsi. Noi ragazzi bussavamo spesso al suo portone, nascondendoci subito dopo, e la molestavamo proprio per sentirla gridare invettive nella sua parlata caratteristica. Nicola era calzolaio ma esercitava il suo mestiere lungo il corso insieme col fratello Liandrea di cui parlerò a tempo debito. La donna non ebbe figli, ma li sostituiva con uno stuolo di gatti, che miagolavano, correvano a perdifiato e si riproducevano con una rapidità impressionante. I mici erano ospiti speciali e avevano diritto di sedere a tavola con la padrona, leccando e mangiando nel suo stesso piatto. A questo punto viene fatto di pensare che le bestiole fossero ospiti anche nel letto della signora. Nicola era consenziente o no? Non lo sapremo mai.

La casa di Esperia e il locale dove Michele aveva originariamente l’osteria

Ernesto e la sua famiglia

Ma chi vedo lì all’angolo? Il ragazzo Ernesto che, seduto dietro a un banchetto carico di carabattole, faceva le prime prove di vendita mostrando sin da allora il suo genio per il commercio. I clienti erano ragazzi di tutte le età che barattavano le cianfrusaglie di loro proprietà con gli oggetti da lui esibiti e disposti in bell’ordine pronti per essere venduti. Anch’io ci ho provato: volevo un salvadanaio, ma l’accordo non andò in porto.
Ernesto, insieme con la famiglia, abitava nel nostro caseggiato di vico Savonarola 1, al secondo piano. Lucia, la madre, era una donnetta nativa di Pescolanciano, molto attiva e solerte. Tutte la mattine, con qualunque tempo, stendeva i panni giornalieri, bianchissimi, al balconcino che sta sul pianerottolo della scala centrale di casa. Ogni anno, il 13 dicembre, festeggiava l’onomastico con “raffaiuoli” e cioccolata calda. Ognuno di noi che scendeva dalle camere, infreddolito e assonnato, la trovava sulla porta, pronta ad invitarci, nella sua grande cucina, dove troneggiava un imponente camino acceso, con un fuoco vivo e scoppiettante che diffondeva calore solo a guardarlo. Ci faceva sedere e ci offriva le leccornie già citate. Saremmo rimasti sempre lì, ma il dovere ci chiamava; a malincuore lasciavamo il calore di quella cucina e andavamo a prepararci per la scuola. Quella si che era colazione! Lucia aveva una cattiva abitudine: buttava l’acqua sporca del lavaggio dei piatti dalla finestra, rendendo unto e sdrucciolevole il marciapiedi sottostante. Se non si faceva attenzione, la caduta era un rischio concreto per i passanti. La sera il marito Liandrea (fratello del già citato Nicola) rientrava dal lavoro di calzolaio, con un goccino in più nello stomaco, e lei lo rimproverava aspramente. Il poverino accettava in silenzio i rimbrotti.

I Caruso

Nello stesso appartamento ha abitato per anni la famiglia Caruso di cui ho presente nella mente Gemmina, ragazza delicata e diafana, che morì prematuramente, e la madre Carmela, buona amica della mia. Erano anche loro nativi di Pescolanciano, trasferiti ad Agnone per motivi di lavoro del padre. I ragazzi salivano e scendevano le scale rumorosamente, di gran corsa, e uno di loro, in particolare, rivolgendosi al cugino (Michelangelo) che viveva nella stessa casa per motivi di studio, gridava sempre: “M’chè, M’chè , c’ora suonn?” (Miche’, che ore sono?). Era Raffaele, che poi sarebbe diventato marito di mia cugina Ofelia.

La casa dove hanno abitato Ernesto, i Caruso e la mia famiglia. Affianco lo slargo erboso adiacente alla vecchia chiesa dei Cappuccini

                                                   GLI SPAZI COMUNI

L’arco

Ancora oggi, scendendo lungo la strada, sulla destra, c’è un arco (vedi foto in alto) con accesso a qualche stalla non più in uso e al cortile interno di una casa borghese, che domina nelle vicinanze, ma non appartiene al vicolo. L’arco era un protagonista silenzioso ma non anonimo; qui, nei giorni di fiera o di festa, affluivano soprattutto donne del contado con le gonne lunghe fino ai piedi. Esse prima scrutavano su e giù, poi entravano, sostavano un po’ a gambe larghe, con lo sguardo assente e perso nel vuoto, quindi andavano via furtivamente, lasciando per terra una pozzanghera gialla maleodorante che veniva assorbita poi dal terriccio. Lì sotto il puzzo, specie d’estate, era terribile. Noi bambini stavamo a guardare attoniti e non ci spiegavamo il mistero. L’arco era insomma un vespasiano abusivo. Depositato il loro fastidioso peso, con passo più spedito e andatura scattante, le donne risalivano il vicolo e sparivano alla cantonata del corso. Grossi fazzoletti annodati ne nascondevano i volti e le fattezze. Assomigliavano a tanti spaventapasseri. Oggi l’arco esiste ancora, ma è pulito e la signora della porta  accanto (la figlia di Assunta) ci mette gli stendini per asciugare i panni quando piove.

Lo slargo dietro ai cappuccini

Tra casa nostra e la parte posteriore della vecchia chiesa dei Cappuccini c’è uno slargo. A filo di strada, tra un angolo e l’altro dei due edifici si agganciava la corda per stendere i panni che, sventolando al sole, si asciugavano. Quando il peso era troppo, al centro della corda si metteva un forcone che doveva spingere più in alto la fune stessa, appesantita dal carico che rischiava di strusciare per terra e sporcarsi. Sotto la chiesa c’era, sempre con ingresso su Vico Savonarola, la sala detta “dei monaci”, dove c’era un televisore e tante sedie messe in bell’ordine. Nelle sere d’inverno lì dentro ci davamo appuntamento tutti noi, del vicinato e non, e assistevamo rapiti ai programmi del Musichiere o di Lascia o Raddoppia. Erano i primi tentativi della televisione in bianco e nero di fare spettacolo, con trasmissioni che poi sarebbero diventate storiche. Che spasso! Che meraviglia! E quanti eravamo! Certe volte dovevamo portarci anche le sedie da casa. Era come in un cinema, e poi il giorno dopo si commentava: “hai visto la valletta? e Mario Riva?”, e Mike Bongiorno?”. Erano gli anni ‘50 e la TV muoveva i suoi primi passi tra l’entusiasmo generale di grandi e piccoli.

La sala dei monaci e lo slargo adiacente. Sullo sfondo la mia casa

   I RITI E LE USANZE

Il malocchio

Malocchio! Parola dall’etimologia chiara: malus = cattivo e occhio. Qualcuno ti ha guardato con cattiveria e ti ha procurato il malessere. Raffailuccia, moglie di N’dogn, era un’esperta di malocchio, il cui incantamento andava trasmesso per eredità, nella notte di Natale, ad una persona più giovane, affidabile, discreta. La scelta della donna, ormai anziana, cadde allora su di me, sua dirimpettaia e curiosa di questi fenomeni. Mi fece promettere che non avrei mai rivelato a chicchessia la formula propiziatoria che lei mi avrebbe insegnato. Il giuramento da parte mia fu convinto e solenne. Avevi mal di stomaco, mal di testa o qualche altro malessere? Il rimedio c’era: incantare il malocchio. Il mio ricordo è un po’ nebuloso, perché sono passati sessant’anni e più; ma cercherò di ricostruire, in gran parte, le varie sequenze della sceneggiata. Un piatto fondo con dell’acqua e qualche goccia di olio di oliva, una mano che tracciava delle croci sul medesimo piatto, una voce velata che pronunziava delle formule di rito contenenti invocazioni e preghiere un po’ astruse con aggiunta dei nomi di Gesù, Maria, Spirito Santo uniti insieme a scacciare il maligno che aveva preso dimora nel malcapitato. Il tutto in dialetto misto a parole strane che lì per lì non avevano senso, ripetute per tre volte massaggiando lievemente le tempie (o la pancia) del paziente. Nel frattempo l’olio nel piatto poteva rimanere amalgamato oppure scindersi in gocce; dall’una o dall’altra situazione dipendeva se non avevi il malocchio oppure lo avevi. Se l’esito era positivo bisognava ripetere l’operazione cambiando piatto, olio, acqua e ricominciare con le fatidiche parole (era consentito solo per tre volte). Nei casi più gravi, quando il malocchio era “ferrato” (forte) si poggiava nel piatto una grande chiave di ferro che doveva avere proprietà magiche. Di solito il malessere passava o si attenuava ed allora la donna, trionfante, esclamava: “Sci visct? Ru maluocchie era gruasse. A te n’d pon propria v’dai. Shtatt attieand.” (hai visto? Il malocchio era grande. A te non ti possono proprio vedere, stai attenta). All’epoca rimasi colpita da questa performance e per qualche tempo l’ ho anche praticata usando come cavie le mie sorelle più piccole le quali, buone buone, si facevano fare il trattamento, soggiogate, anche loro, dall’arcano. In realtà, forse perché non ci credevo a fondo, dopo qualche anno (Raffailuccia era già deceduta) il rito misterioso mi è passato di mente e l’insegnamento della donna è caduto nel nulla. Per questo sono stata una pessima allieva.

La conserva

D’ estate bisognava fare anche la conserva. Previa cottura precedente dei pomodori passati poi alla macchina che separa la polpa dalle bucce, il liquido rosso, concentrato al massimo, veniva depositato in un recipiente e salato, poi messo nelle “spase” di ferro smaltato, poste rigorosamente al sole. Dalle fessure del congegno manovrato a mano, gocciolava un liquido più acquoso detto “pezzente” che veniva usato per sughetti leggeri da consumarsi subito. Anche il colabrodo faceva la sua parte e le mani che spremevano diventavano bianche e lisce. Ogni tanto poi con un grosso cucchiaio di legno si rimescolava la salsa posta all’aria per facilitarne l’essiccatura. Le spase dovevano essere spostate in direzione del sole e ci volevano parecchi giorni per completare l’opera. Allora mia madre e Ada adempivano a questo compito aiutate anche da noi ragazze. Il purè lo avevano fatto insieme, l’una in soccorso dell’altra. Oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. Non vi dico le mosche!. Senza schifarsi, semplicemente si toglievano, già morte, e si buttavano via. Qualcuno di noi amava leccare la punta della “cucchiarella” con la scusa di sentire se la conserva era salata al punto giusto. In realtà era il bisogno di provare un sapore diverso e forte. Una volta seccata, la conserva veniva riposta in grossi vasi di terracotta smaltati, con l’aggiunta di una goccia d’olio ogni tanto. Così aggiustata e coperta con carta oleata era la provvista per il ragù dell’inverno, usata sempre con parsimonia. Non conoscevamo ancora i pachino. La domenica nelle case il lardo di maiale, “adacciato” cioè tagliato a pezzettini, costituiva la base del sugo. Sotto al camino, su una piccola fornacella esso sfrigolava nel tegame di creta e i ciccioli (l’ cequ’ra) si rosolavano fino a quando, giunti al punto di cottura perfetta, venivano estratti e messi su una fetta di pane per la colazione. Che bontà!. Non sapevamo allora cosa fosse il colesterolo.

Le pannocchie

A noi piccoli che sedevamo sulle sedioline spagliate o sulle “peserelle” (panchette), il mucchio di pannocchie che Rosina (la padrona del mulo) ammanniva sulla “racana” in mezzo alla strada sembrava una montagna. Ogni anno, a settembre, quasi tutto il vicolo partecipava al rito della sfogliatura
delle pannocchie. Erano donne e qualche uomo, che prestavano la loro opera, chiacchierando del più e del meno, lavorando alacremente per separare il frutto dalle foglie esterne e dai capelli. Ogni tanto ci scappava qualche barzelletta un po’ spinta. Le mamme ci guardavano preoccupate, ma noi fingevamo di non aver capito nulla e atteggiavamo il viso a vuota espressione di stupidità. Anche noi ragazzi qualche piccolo apporto riuscivamo a darlo: piccolo perché le mani erano delicate e non sempre avevano la forza di strappare barba e capelli tanto resistenti. Le chiacchiere degli adulti erano, per noi, affascinanti; ci piaceva ascoltare i commenti e i pettegolezzi che immancabilmente venivano fatti, pur senza acrimonia su questo e su quello.
Come il mucchio scemava Rosina provvedeva a rimpinguarlo svuotando altri sacchi, e il lavoro continuava fino a sera. Nessuno si sfastidiava, nessuno protestava. Si lavorava senza sosta per finire l’opera iniziata nel primo pomeriggio. Noi bambini non trascuravamo l’occasione per trastullarci con i capelli dei granoni mettendoceli in testa e fingendo che fossero i nostri riccioli, così come, al tempo delle ciliege, ne appendevamo una coppia alle orecchie a mo’ di orecchini. Al tramonto, nel settembre ancora quasi estivo, il lavoro di tutti era terminato, ma non quello di Rosina che avrebbe dovuto provvedere nei giorni seguenti ad asciugare i chicchi spandendoli sulle “racane” e a smaltire le foglie con le quali spesso si sarebbero riempiti i materassi. Come crocchiavano e come erano duri questi ultimi!. A noi come ricompensa, un piatto di granoni lessati che sarebbero serviti per cena. Nessuno si aspettava di più da Rosina, come nessuno di noi rifletteva sulla grande fatica che la donna col marito Nicola, più il mulo, avevano dovuto fare per produrre questo prezioso alimento.

Il fuoco di san Michele

Tutti gli anni, l’8 di maggio, il vicolo partecipava coralmente al rito del fuoco in onore del santo. Non so dire le origini di questa usanza, posso solo raccontare, per sommi capi, cosa avveniva in quella circostanza e quali erano le consuetudini tramandate dagli antenati. Il fuoco, grande, vigoroso e bello, veniva acceso nello slargo dei Cappuccini e preparato con cura dagli uomini e dai giovani del vicolo (tra i quali in prima linea c’era mio fratello Sandro). Questi avevano, già da alcuni giorni, ammassato legna, in parte prelevata dai loro depositi, in parte ricercata nelle boscaglie vicine. Importante per l’accensione erano le “ceppe” (fascine) che ardevano più facilmente e, quindi, propagavano la fiamma a tutta la catasta. Era una festa: grandi e piccoli lasciavamo le case e ci mettevamo in circolo, vociando e ridendo ad ogni battuta. Le mamme stavano attente a che noi bambini non ci avvicinassimo troppo alle fiamme che divampavano, dopo un po’, fino ad arrivare in alto. Era una serata magica. Il riverbero delle fiamme si rifletteva sui volti e dava agli occhi uno splendore particolare. Nonostante il “maggio odoroso” (Leopardi) il calore faceva piacere e riscaldava le membra spesso intirizzite dal freddo delle case e della stagione. Tutti chiacchieravano animatamente aspettando che le patate con la scorza si cuocessero sotto la brace e i peperoni si arrostissero per farne qualche contorno prelibato. Consumavamo la cena frugale intorno al falò, scottandoci le mani e soffiandoci sopra per mitigarne il calore.
Avevamo l’abitudine di fare il girotondo, cantando una strofetta che diceva così:

“Sott’alla rota di sant M’cchel,   
chi s’ n’ va e chi s’ n’ vé.                      
s’ n’ ve’ Santa Maria,                           
volda l’ spall Antonietta mia.

(Sotto la ruota di San Michele, chi se ne va e chi se ne viene. Se ne viene Santa Maria, volta le spalle Antonietta mia)

E Antonietta (o chi per lei) usciva dal circolo. Così il girotondo continuava fino alla fine. Nelle serate di calma meteorologica tutto procedeva per il meglio. Dopo le fiamme rimanevano i carboni che diffondevano ancora riflessi di luce nel vicolo, solitamente buio a quei tempi per la poca luce fornita dalla società elettrica Verrino. Il pericolo era il vento che, a volte, soffiava gagliardo dal vuoto retrostante. Il fumo si propagava, le fiamme si agitavano furiose e lambivano perfino le finestre delle case circostanti, come capitò una volta a Rosina che si ritrovò tutti i vetri rotti della sua povera casa. La mia famiglia fu l’unica che contribuì a riparare i danni. La mattina dopo la festa un cumulo di cenere. Ne approfittavano le donne per farne incetta: la usavano per il bucato grande nelle “callare”, in virtù delle sue proprietà sbiancanti e disinfettanti.

Le pulizie di Pasqua

Tutti gli anni, un po’ prima di Pasqua, in quasi tutte le case del vicolo si procedeva a fare le pulizie generali: una mano di calce ai muri della cucina, una lavata ai vetri delle finestre e, soprattutto, la lucidatura degli utensili di rame appesi alle pareti: conche, tegami di varie dimensioni, il “maniero” per l’acqua, ruoti, tine, mestoli e schiumarola (la shcumatàura). Col tempo e col fumo dell’inverno tutti gli oggetti avevano acquistato una patina di grigio- marrone che andava asportata urgentemente. Era come se la Pasqua di Resurrezione coincidesse anche con il rifiorire della cucina e dei suoi utensili. Tutto il rame veniva portato fuori, sul marciapiedi vicino casa, poi passato con uno straccio imbevuto di acido muriatico, sciacquato in una “callara” piena d’acqua, quindi, ripassato con la polvere di tufo, che io o mio fratello ci procuravamo per la “via nova del tram” (via Aquilonia), a pochi metri dalle case, sgretolando i costoni friabili di cui è fatto in gran parte il tessuto roccioso tufaceo. Il terriccio aveva effetti miracolosi. Guai a non usarlo! Il rame, senza questo trattamento, diventava subito nero. I tegami e tutte le batterie presenti in casa, sciacquati di nuovo, venivano esposti all’aria e al sole per farli asciugare, stando attenti al vento che avrebbe potuto sollevare la polvere della strada e sporcare gli oggetti così faticosamente lucidati. Quando l’operazione era terminata, la batteria asciutta veniva riappesa al telaio di legno che, con i suoi chiodi opportunamente dislocati, riabbracciava nel suo seno gli oggetti lustri e scintillanti. Allora si che la cucina, più bella e splendente, dava la sensazione del pulito. Una maggiore luminosità, mista all’odore della calce fresca e dei panettoni fatti in casa faceva sentire veramente l’arrivo della Pasqua di Resurrezione.

Le stagioni

Vico Savonarola viveva la sua stagione migliore e più vivace nei mesi della tarda primavera, dell’estate e del primo autunno quando le donne sbrigavano le faccende all’aperto, i bambini giocavano rincorrendosi e la sera gli adulti sostavano seduti fuori a prendere il fresco.
Luglio, Agosto, Settembre: da una parte all’altra del vicolo si stendevano le racane piene di grano prima, di granturco poi. Ognuno era autorizzato a passare il rastrello per smuovere i chicchi lavati di fresco. I panni sventolavano al sole e le donne curavano il bucato lisciandolo con le mani e piegandolo nei cesti appositi. Gli uomini addetti a spaccare la legna usavano ascia e punteruolo. Intanto nell’aria si diffondeva più tardi, in autunno, l’odore del mosto. D’inverno le cose cambiavano. Rintanati all’interno delle case noi ragazzi con il naso schiacciato sui vetri ghiacciati guardavamo gli arabeschi sforzandoci di aprire un varco tra loro con il fiato caldo. Il buchetto ci permetteva di guardare con un occhio solo quello che accadeva fuori: neve, sempre neve e nulla più. Il vicolo era silenzioso: si udiva solo il sibilo della tramontana che accompagnava la tormenta, formando davanti ai portoni montagne di neve che si aprivano dopo e solo per necessità. A volte, nelle sere di bufera era possibile udire nitido l’ululato del lupo.

Il porco ribelle

Sotto la mia casa c’è un locale che noi chiamavamo stalla. Era un vano che la mia famiglia utilizzava come deposito di legna, con grosse caldaie di rame per il bucato e il bagno dell‘estate, una vasca di cemento per i panni, attrezzi vari di mio padre e, in più, il recinto del porco, detta “rella”, A me per anni era toccato il compito di guardare d’estate il porco razzolare nello slargo dei
cappuccini con 5-6 mele “ustinelle” per colazione (“ustinelle” perché tipiche del mese di agosto), munita di una grossa mazza che usavo quando l’animale cercava di svicolare. In quei casi io perdevo la calma e, agitandomi perché prevedevo quel che sarebbe accaduto, gridavo a perdifiato, per fermarlo; certe volte quello, dopo essere uscito furiosamente ronfando e grufolando dalla stalla, prendeva la rincorsa in discesa e, giù a perdifiato per Via Gualterio, sbucava infine su Piazza Vittoria. Qualche uomo, mosso a pietà dalla mia figura scalmanata, stralunata e senza fiato per aver inseguito senza risultato l‘animale, parava il porco che grugniva non so se per rabbia o per soddisfazione e lo faceva tornare indietro. La mazza faceva il resto e io menavo colpi senza pietà. Per dispetto lo rinchiudevo dentro la “rella” e alle mie invettive lui rispondeva dando colpi contro le pareti e grugnendo violentemente. La battaglia era terminata, senza vinti, né vincitori.

CONCLUSIONE

Vico Savonarola! E pensare che un grande uomo come lui, personaggio di primo piano nella storia d‘Italia, Girolamo Savonarola, frate domenicano, nemico acerrimo delle licenziosità dell’epoca di Lorenzo il Magnifico, arso vivo come eretico nel 1498 in piazza della Signoria a Firenze, ha dato il nome ad una stradina che è proprio un vicolo, in cui oggi non c’è quasi più vita, se non macchine parcheggiate che vanno e vengono. Mio padre era fiero del nome della strada in cui era la sua casa. Anch’io lo ero e mi sarebbe piaciuto tanto dire: Via Savonarola e non Vico Savonarola. Inoltre fa impressione che in una comunità così ossequiosa verso il clero e le cose di religione, qualcuno controcorrente, in altra epoca, abbia potuto pensare a lui, il frate eretico e intitolargli una piccola arteria senza importanza.

Ho lasciato la strada nel 1964, all’età di ventinove anni, per andare incontro alla vita, ma il suo ricordo è vivo ancora oggi dentro di me. E io lo custodisco come fosse un tesoro prezioso.

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

[divider] Editing: Flora Delli Quadri
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14 Commenti

  1. Belli e antichi ricordi emergono in questo pezzo, Maria.!Percorrevo questo vicolo e la adiacente Via Gualterio tutti i giorni per raggiungere il Collegio Vescovile di S.Bernardino sotto la grande guida del mitico Don Gennaro.Con gli amici collegiali, in tutte le ore di” libera uscita”( coincidente sempre con la domenica ) era immancabile la sosta all’ osteria di zi michele per sorseggiare un ottomo boccale di ” spuma” ( come era buona!).

  2. La tua penna, cara Maria, sa tratteggiare personaggi, storie, ambienti in modo impareggiabile. Grazie. Ecco, mentre scrivevo grazie, mi son detto: e grazie pure a me che con questo sito permetto a me e ad altri di deliziarsi di queste tue stupende immagini  scritte.

  3.  Grazie di questo ( per me ) emozionante e meraviglioso  racconto , io che sono di ottobre 40 ; come non potrei ricordare Vincenzo 31 , Michele ru sbetico etc. etc. etc.  ??? .Fino al 67  sono stati gli anni piu` belli della mia vita – e quelle famose passeggiate la sera per il Corso e altrove ??? ( oddio, quanta nostalgia 🙁

  4. Sono anch’io agnonese ma sono giovane e non ho un ricordo vivo di questo vicolo così come è stato descritto. Mi riprometto tuttavia di guardarlo con più attenzione ogni volta che mi capiterà di passarci davanti. Bellissimo racconto!

  5. un pezzetto, piccolo, della mia vita è trascorso lì, quando ormai solo alcuni dei “re” erano rimasti, ma con i racconti, le chiacchierate di mia madre con le sue sorelle e suo fratello hanno preso posto gli altri personaggi… Grazie a Zia Maria però ogni angolo di Vico Savonarola ha acquistato il suo senso…

  6. Maria cosa dire……..tutte cose non belle , ma bellissime….La sinora Esperia..strana ma mi si è aperto il cuore a ricordarla….Assunta ,che andava a girare il sugo ..e noi ragazzi a fare ” cacciotte” di frutta….la sala dei monaci…il primo film ” Marcelno pane e vino ” le loesie del maestro ” Csari ” ( lo conosci )  Rusnella e il marito con la legna………basta devo chiudere sono invecchiato….GRAZIE.

  7. Grazie Maria per questo meraviglioso racconto,sono emozionata!!!Ma vorrei farti una domanda: tra Rosina e Mariannina,in vico Savonarola n 12,non ci abitava nessuno???

        • Quando ci sei andata ad abitare tu, Maria era già andata via da Agnone. Io, che sono più giovane, ricordo sia la tua famiglia che i 31, i cui figli sono, per una metà, suoi coetanei, per l’altra metà miei coetanei. Tra me e lei ci sono 10 anni di differenza.

  8. Sei semre brava assai, Maria, ma questo articolo ti e’ venuto proprio dal cuore si “sente” subito. Grazie!

  9. CARA MARIA IL SUPER-RACCONTO di oggi è davvero una parte del registro dell’ANAGRAFE di AGNONE…Spero che non manchi nessun nome… Sarebbe una grave disattenzione la tua!!!!!
    Ma che memoria, che stile, che precisione, quanto amore ed attenzione nel raccontare cose di 60 anni fa, ma ancora così vivide nel cuore, prima ancora che nella tua memoria… situazioni che anch’io ho vissuto da ragazza nel mio paese…
    Ma quel salvadanaio, non comprato e quel porco ribelle… ti hanno lasciato di stucco! Hanno lasciato di stucco una ragazza che si dimostrava MOLTO in gamba e ne ha dato dopo dimostrazione…in ogni senso , con la professione, ed oggi col dono del RACCONTO. GRAZIE.
    …LUNGO COMMENTO PER UN LUNGO MAGNIFICO RACCONTO,CHE IO LEGGO SOLO OGGI.

  10. HO LETTO ORA IL COMMENTO DI ENZO CARMINE DELLI QUADRI…PERCIò ANCH’IO LO RINGRAZIO: IL SUO LAVORO-HOBBY, CHE PUR GLI PROCURA QUALCHE GUAIO-VEDI HACKER -LEVATE AL MATTINO PRESTO,O ALTRE INSOFFERENZE, CI PERMETTE DAVVERO DI COMUNICARE …COL MONDO E TRA NOI CHE MAI FORSE CI SAREMMO CONOSCIUTE.

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