Via Giuseppe Sanchez (già “Via del Palazzo”)

1
371

di Marisa Gallo

Breve, ma intensa – via dei bozzetti –

Via Giuseppe Sanchez in Montefalcone nel Sannio

La bella foto di questa strada del nostro paese, Montefalcone nel Sannio, postata dall’amico Giancarlo PETTI, magnifica ed eloquente, m’invita a ripercorrerla ed emozionarmi ancora,  come quando lungo questa via i miei passi risuonavano in corse e giochi..

Lunga circa 200 metri, fiancheggiata da due file di case e casette, sul lato destro interrotta da alcuni vicoli, che scendono verso la ” siberia”, è importante perchè essa va dalla CHIESA al PALAZZO DUCALE, iniziando appena prima di quanto mostri la foto, con l’arco SANCHEZ, che in paese dicono di don Currade-De Fanis, medico- condotto al tempo della mia infanzia.

Una  via densa di significato, così densa che i pensieri e i ricordi “s’accafaullane”-si affollano- alla mia mente,  in ressa, quasi in rissa per emergere: una ridda di persone, forse ancora qualcuna in vita, altre scomparse, e di TANTI sentimenti : affetto, dolcezza commestibile, tradizione, lavoro,  perdizione, e ancora  un dottore, una giovane  donna, e poi insieme “tre sentimenti in uno”, nel PALAZZO, storia, istruzione  e  santità…Chiaramente parlerò di ciò che è rimasto  maggiormente impresso nella mia vita, intorno agli anni dell’adolescenza, molto pregnanti per me.

 Comincio dal primo sentimento, di cui ho sempre sentito fame, il più forte, il più incisivo: l’affetto legato alla casa in primo piano a destra, che era di zia comare.

Ho parlato spesso di lei in altre mie pagine, ne ho elogiato le doti e la generosità, l’intelligenza e la cultura,  l’affabilità e il suo perenne desiderio d’amore – terreno sì- e d’una famiglia sua personale mai concretizzata, per motivi vari, pur se non sempre validi….

Ora aggiungo, solo, che dietro quella finestra, nel muro in pietra e dalla cornice gialla – dipinta dal nuovo proprietario, giacchè lei da molti anni è morta-  si è consumato l’ultimo tratto della sua vita “solitaria”, quando aveva intrapreso e cominciato ad amare, ad apprezzare ed eseguire le cose più semplici e femminili, che in genere eran state svolte sempre da una delle due sorelle più piccole, l’unica casalinga dei cinque fratelli, che però poi in età quasi avanzata  aveva deciso di sposarsi e l’aveva lasciata sola.

Così zia comare, che, da giovane,  si era dedicata  sempre all’insegnamento e alla managerialità della famiglia,  in tarda età aveva intrapreso un’attività trascurata da ragazza, come ad esempio  il lavoro all’uncinetto, che le permetteva di ricordare la sua gioventù, vagando col pensiero, mentre le dita intreccavano il filo, ma nello stesso tempo ci si appassionò tanto da realizzare due coperte  di cotone! Da quella finestra  poteva scambiare forse il  saluto del buongiorno o qualche chiacchiera con le persone della casa di fronte: a sinistra infatti  abitavano Za Virgilie Cannarsa e Maria -sua figlia-che pure esse sole, erano sempre pronte ad aiutarsi e farsi compagnia… Ma soprattutto Za Virgilie, insieme ad un’altra anziana affabile donna, Za Tuliette, che abitava poco più avanti, erano sempre pronte alle facezie, un’enciclopedia di episodi di guerra, di fatti, di racconti e aneddoti paesani,  che ALLORA attraevano e divertivano noi bambini, nei pomeriggi estivi, quando per qualche minuto, interompendo il gioco della “cricatte”-nascondino- noi facevamo merenda con pane e pomodoro e ascoltavamo loro, donne e nonne in crocchi ciarlieri, fuori dalle porte…non avendo né la TV, né  molti altri giocattoli per socializzare; ma le nostre risa e le grida risuonavano per il vicolo, da la chiese a lu palazze…

Di fronte alla zia, nella  bella casa tinta in rosa, una volta si accedeva salendo una gradinata esterna…quando ad abitarla era la famiglia del nostro organista Guerino Roberti, che allietava le nostra chiesa coi suoi canti e le sue performances…  Particolarmente gradite durante la messa cantata, ma anche”sentite”e a volte un po’ struggenti  durante i funerali… Sempre cordiale,come pure le sue bambine, che pur essendo  più piccole di me, giocavamo talvolta insieme.  Sempre così attente e sotto la continua cura della loro mamma e anche della nonna Matilde,  che pettinava con affetto le loro trecce…Ed io un po’ le invidiavo, non avendo le trecce, ma  purtroppo ahimè, neanche la nonna! La casa ora alquanto modificata mostra che il gusto dei nostri compaesani è “cresciuto” e si è raffinato, valorizzando la pietra e il colore esterno…

C’era quindi nell’ordine,  a destra, un grande – piccolo uomo, che in piazza aveva il suo bar ed aveva il monopolio di gelati belli, oltre che buoni: i “moretti,” coni coperti di cioccolato, una delizia per grandi e piccoli, che solo qualche volta mi sono potuta concedere: ricordo il prezzo: 30 lire l’uno! Poi ho persi di vista e…di gusto, gelati e gelataio, quando son partita, dopo le scuole medie…

 Di fronte a lui un altro piccolo/grande uomo, Maestro  di lavoro: ma questa volta del legno, che nella sua enorme bottega realizzava grandi e pregiati mobili, ed averlo come  maestro era un vanto, per chi allora intraprendeva il mestiere di falegname, nonchè una fortuna per clienti benestanti, che potevano commissionargli un comò di noce o una delicata credenza in ciliegio…

Più avanti era impossibile non imbattersi in una donna “sola”, nel senso letterale e intimo del termine e di cui ho raccontato già qualcosa: Rousucce, dall’indefinibile età, che per il carattere burbero, sfuggiva  la compagnia,  e l’acredine del suo fare discostava i vicini, per cui parlava a voce alta col suo asino, mentre lo  caricava di un solo cesto.. pieno di letame  …e se ne andava presto  in campagna, imprecando spesso e borbottando se per caso vedeva passare il Parroco, che abitando alla fine della strada in un appartamento del Palazzo, di lì doveva passare anche lui  presto per andare a dir la  Messa di mattutino…”<Ecche , mo’ passe lu corve, nuire come la toneche che porte ! > Ma il parroco fingeva di non sentire…

Nella stessa strada, più avanti sulla sinistra, ricordo che ha abitato il dottor Codagnone, ( non mi sovviene il suo nome) forestiero, che per alcuni anni ha svolto servizio nel mio paese. Avendo un bambino piccolo- forse a scuola come alunno di mia zia comare? – era diventato suo amico, come pure la sua gentile moglie, una donna che vestiva elegantemente ed aveva del fascino, pur non esercitando-credo- alcuna professione. Legato a lui nella mia memoria un ricordo indelebile, che voglio partecipare e che  ancora mi fa riflettere.

Un giorno io ero a Campobasso e incontrai tutta la famigliola. Era quasi l’ora di riprendere il pullman – la corriera- per tornare in paese; sia il dottore che sua moglie, conoscendomi- come nipote di zia comare- mi  offrirono un passaggio: tornare con loro  … Visto l’invito, non mi feci pregare; restare ancora qualche ora in città era per me un gran piacere; non capitava spesso.

In realtà la loro visita in città si prolungò oltre il dovuto e forse lo stesso dottore non aveva calcolato bene il tempo di rientro…Fatto sta che era quasi mezzanotte e noi stavamo ancora sulla via del ritorno. Mancavano forse 5/ 6 km all’arrivo, quando il dottore, scusandosi con la moglie e con me accostò la macchina, dicendo: -Ho bisogno di qualche minuto di sonno!!!-

Già il bambino dormiva da tempo, ma io e la moglie avevamo gli occhi ben aperti, anzi sbarrati ed io avevo anche il cuore “sbarrato”, perchè a casa mia nessuno sapeva che fine avessi  fatto a Campobasso!E perché non ero ritornata col pullman.! Non c’erano certo i cellulari!!!! Veramente fu un breve appisolamento, necessario e sufficiente, perchè il dottore si svegliasse, e arrivammo sani e salvi a casa…

Riflessione : com’è nefasto un colpo di sonno per chi guida ed è stanco…Ben venga la coscienza e la decisione di un autista di fermarsi per alcuni minuti per riprendere lucidità…

Proprio di fronte al dottore abitava a quei tempi lontani un’umile famiglia contadina, con due figlie. molto più grandi di me: la prima  era sarta, ahimè, con una cifosi evidente alla colonna vertebrale, l’altra bellissima ragazza, non sarta,  ma che aiutava i genitori in campagna… I suoi capelli neri,  il viso schietto e il portamento eretto la rendevano ancor più bella  e stranamente per quei tempi lei ne era fiera e consapevole…Fatto sta che decise di non restare oltre in paese ed…emigrò in Inghilterra … COME QUANDO DOVE PERCHÈ io non lo so, ma fece fortuna lì e tornò dopo qualche tempo  “maritata” ad un giovane inglese: black & white- “Ietta”-il suo nome – bruna, e lo sposo biondo!

Ancor alcune case e due vicoli ripidi che portano in basso, ma per me non furono importanti.

Così  passo dopo passo, casa dopo casa, sono arrivata … al PALAZZO.

Fatto  costurire dai Duchi Coppola di Catanzaro nel XVIII secolo, il Palazzo, conservando l’antica struttura, ha perso forse le torrette agli angoli: ne è rimasta solo una… Sull’ingresso principale “si mostra” lo stemma gentilizio con una coppa aurea, attorniata da cinque gigli. Ha attraversato vicende alterne: era stato venduto a privati come abitazione ai miei tempi, e lo stesso Parroco vi abitava con  gli anziani  genitori, ed un  fratello vedovo,  padre di una mia cara compagna di scuola. ..La vita del nostro paese ha trovato nel Palazzo riferimento costante. Nel primo dopoguerra,  per alcuni anni è stato adibito a sede scolastica:i vani delle aule collocate lungo il terrazzo, dove perciò innumerevoli classi  di ragazzi han giocato durante ” la ricreazine” dalle lezioni, godendo la bellezza del posto, al sole e al riparo da pericoli d’ogni sorta e con vista verso la pineta, e verso il mare.

Poi il Palazzo ha subito, in tempi più recenti, una svolta importante ad opera  del nostro bene amato Parroco, don Vittorio Cordisco, avveduto e lungimirante; da lui fu comprato e ristrutturato, trasformato radicalmente  in casa di carità, cioè  struttura per anziani, gestita dalle suore francescaneordine fondato sempre dallo stesso parroco-e tra loro anche sua nipote ed amica mia, divenuta Madre generale.

OGGI a pieno titolo un’opera meritoria e di vanto per il paese.

Eh sì, “dulcis in fundo” (!!!?) oggi quel Palazzo risuona di canti sacri  in una  parte, ma è luogo dove si “santifica la vita”; vi trascorrono  consapevolmente o inconsapevolmente meditando, il tempo dell’attesa  del ritorno al Padre, alcune anziane, assistite ed accompagnate dalle suore con amore fraterno, con cure e palliativi, perchè “sia meno pesante la “vecchiezza” dell’ultimo miglio.


Editing: Enzo C. Delli Quadri 
Copyright: Altosannio Magazine

1 COMMENTO

  1. Anche mia madre, Eva Bonifacio, ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita nella struttura da te descritta, amorevolmente assistita dalle suore cui sarò sempre grata.
    A te sempre i miei complimenri per la freschezza dei tuoi ricordi e miei ringraziamenti per le emozioni che susciti in tutti noi. Un abbraccio e a presto …rileggerti.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here