Una Pastora forte e coraggiosa

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di Luciano Pellegrini [1]

Alina, la pastora
Alina, la pastora

In Valle Giumentina, situata fra i comuni di Abbateggio Pe e Caramanico terme, nel Parco Nazionale della Majella, c’è UNA PASTORA di 35 anni che accudisce un gregge di pecore e capre. Il suo nome è Alina, nata a IASI in Romania. E’ una donna coraggiosa, produttrice anche di ottimi formaggi, ricotte, primo sale e pecorini. Una allevatrice che ha chiesto in assegnazione lo stazzo comunale di proprietà del comune di Abbateggio PE, per destinarlo alle pecore, capre, asini e cavalli. L’ho voluta conoscere e trascorrere con lei una intera giornata, insieme agli amici Ezio, Francesco e lo zampognaro Settimio che ci ha accompagnati con il suono della Zampogna e Ciaramella. Ho voluto integrarmi e vivere una giornata con il pastore.

Il suo lavoro è molto impegnativo, inizia alle ore sette del mattino con la prima mungitura, che si ripete alle ore 19 e continua con la preparazione del formaggio pecorino e della ricotta. È importante anche la vita familiare e Alina ha una famiglia numerosa, è madre di tre figli. Per questo lavoro, quasi sempre all’aria aperta e con qualsiasi condizione atmosferica, ci vuole coraggio, adattamento, rinunce ed Alina ha la forza per superare e vincere anche gli imprevisti, come i lupi che spesso si fanno sentire e che incontra a pochi metri. Fisicamente è molto forte. Dopo aver munto le pecore e le capre, che stanno soffrendo questo momento molto caldo per l’erba secca e infatti producono poco latte, le ha fatte uscire dallo stazzo. Incredibile: procedevano sul sentiero, a memoria, quasi senza essere governati, per fermarsi dopo circa un’ora, in un luogo che non fa parte della RISERVA INTEGRALE DEL PARCO, quindi potevano brucare. Il gregge è controllato da sette cani, sia pastori abruzzesi che incroci: Vega – Turbo – Bleckina – Iarno – Lisa – Luna – Cucciolo e dalla presenza di Alina che usa suoni labiali, formati da poche vocali e consonanti, che per noi non hanno significato, ma per il gregge decide un comando.

Alina, la pastoraCi siamo fermati in questo prato dove Alina e il marito Paolo ci hanno offerto il loro pecorino, fatto con latte di pecora e capra. Il bianco del latte di capra prevale e ammorbidisce il giallo del latte di pecora. Il sapore è delicato, ma nello stesso tempo, filamentoso e morbido. Il profumo è caratteristico del pecorino ed ha un rumore deciso fra i denti. Forse, con un vino trebbiano, avrebbe guadagnato punti, ma abbiamo scelto l’acqua di sorgente. A casa ho voluto sperimentare il proverbio “Al contadino non far sapere quant’è buono il cacio con le pere”. Il formaggio rappresenta l’immagine degli umili e delle persone non istruite, era consumato dai pastori e contadini. La pera invece è la dimostrazione concreta del fragile, in quanto il frutto è delicato e facilmente deteriorabile. Insomma, un accoppiamento che non si dimentica. Proprio dove ci siamo fermati c’era un albero di pere selvatiche e le capre mangiavano quelle a terra. Ho provato a coglierne alcune dai rami e subito sono stato accerchiato da loro. Confesso che non ho avuto paura. Il loro sguardo era amico e confidente, insomma volevano le pere fresche.

Per diverse ore ho notato l’intesa fra Alina, il gregge e i cani. Alcune capre le chiamava perché avevano un nome: Camosciata – 40euro – Capriola – Biondina – Bianchina. Alina è anche un’esperta cavallerizza e cavalca questi cavalliFuriano –Zeus – Luna – Asia- Perla.

20228919_10212644399338270_3622786465811190666_nAlle ore 16, come se avesse un orologio, il gregge si è messo in cammino sulla strada del ritorno, sempre sotto lo sguardo vigile di Alina e dei cani e si è dissetato ad una fonte per fermarsi allo stazzo. Qui Alina ha dovuto nuovamente mungerle, ripeto un lavoro faticoso. Mentre ci riposavamo, Paolo mi ha raccontato che durante questa invernata strana, la neve ha bloccato il rifornimento del mangime per il gregge e sono morti 170 ovini, la maggior parte mamma e figlio. Il mese di febbraio è critico perché c’è il parto e come le donne in gravidanza, la pecora e la capra necessitano di una alimentazione supplementare. Anche loro hanno bisogno di nutrirsi con le vitamine, proteine, frumento, erba medica, ecc. Gli agnelli e i capretti crescono velocemente nella loro pancia ed inoltre devono iniziare a produrre il latte per allattarli. Le pecore partoriscono due volte l’anno, le capre una sola volta. La gestazione dura cinque mesi. Importante la fase lunare per l’accoppiamento.

Alina la pastoraC’è un capretto che Alina ha salvato, allattandola con il biberon. Questa capra ha un amore di riconoscenza verso Alina, come la chiama subito corre e risponde con un belato. Gli ovini morti hanno sfamato i lupi per parecchio tempo. Si avvicinavano allo stazzo, ma quando non hanno più trovato da mangiare sono scomparsi. Un’amara constatazione è stata quella di camminare sulla lana delle pecore. Ho chiesto il motivo e la risposta è stata che nessuno più l’acquista. Si preferisce il sintetico prodotto con il petrolio. Inoltre ha anche difficoltà a smaltire questa lana. Quindi è buttata a terra e ci si cammina sopra. Una volta…, le calze, le maglie, lo scialle, i materassi… Speriamo che questa pastora, Alina, non abbandoni questo lavoro continuo, duro, difficile, che la impegna circa 16 ore al giorno e per tutti i mesi dell’anno.

le foto sul link: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10212644338376746&set=a.10212644313256118.1073741896.1633912542&type=3&theater

 


[1] Luciano Pellegrini Abruzzese di Chieti, oggi in pensionecontinua, con dedizione, a praticare le sue passioni: Alpinismo, Ambientalismo, Fotografia, Reportage, Viaggi, Gastronomia, scrivendone su web, carta stampata, su riviste anche on-line. Pellegrini  agnpell@libero.it Cellulare +393404904001

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine 

 

1 COMMENTO

  1. Incontrando donne come questa si comprende quali danni mentali irreparabili ha fatto, nel nostro mondo occidentale, crescere i figli (e, soprattutto, la loro componente femminile) trasmettendo loro la mentalità sessantottarda, madre del nichilismo nel quale siamo immersi.
    Che Dio abbia pieta’, sia di quelli che – come me – la chiedono, sia degli altri che, avendo al pari di me aderito in gioventù al movimento sessantottardo, non sono arrivati a vederlo come fonte di tutte le malattie di cui soffre la qualità della vita nel mondo occidentale.

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