Un omicidio di tre secoli fa: la trista storia di Mattia Di Rienzo in terra di Puglia

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di Francesco Mendozzi

La chiesa del Carmelo a Canosa di Puglia

È risaputo che, sin dal Basso Medioevo, i capracottesi commerciavano legna e carbone o praticavano la transumanza nella limitrofa regione di Capitanata, spingendosi fin dentro le Murge, e agli albori del XVIII secolo la Chiesa della Madonna di Loreto risultava locata presso la Dogana di Foggia con spropositate proprietà terriere tra Minervino e Canosa. In quest’ultima cittadina, nel primo Seicento, all’interno della Chiesa di Maria SS. del Carmelo, venne costruito un altare con sepolture assegnate ai pastori di Capracotta, come attestano le registrazioni riscontrate sui libri dei morti custoditi nell’archivio prevostale della Cattedrale di S. Sabino. Ma questa folta presenza di miei compaesani non impediva epiloghi drammatici nelle liti tra garzoni, butteri, pastori, massari e indigeni.

Mario Porro, Ugo Carozza e Romeo Como raccolsero in una pubblicazione gli atti del convegno di ricerche storiche sul Tribunale ecclesiastico di prima istanza avvenuto a Canosa nel febbraio 2008. Con l’alto patrocinio del presidente della Repubblica Italiana, avevano converso a quell’appuntamento il Centro studi storici e socio-religiosi in Puglia, la Basilica di S. Sabino, la Fondazione archeologica canosina e la Società di Storia patria per la Puglia. Tra le tante ricerche presentate, la mia attenzione è stata monopolizzata dagli acta criminalia, in particolare da un’inchiesta datata 23 ottobre 1714. Si tratta dell’interrogatorio teso a ricostruire l’omicidio del pastorello capracottese Mattia Di Rienzo, ucciso da un colpo d’archibugio per mano d’un prete nelle campagne di Minervino. Furono chiamati a testimoniare il barbiero prattico Daniele Corvigno e il prattico Michele Forina. Nel I° foglio di quell’inchiesta – redatta ora in latino ora in italiano e condotta dal canonico Alessio di Conversano – c’è il mandato per l’inumazione e il riconoscimento del cadavere, che recita così:

Die 23 mensis Octobris 1714 Canusij facto accessum pro Rev.mo Domino Vicario Generale super infrascriptum actuarium, et subscripti testes ad conventum Sancte Marie de Monte Carmelo dicte civitatis subiutum tamquam supprescum Ordini Juriditioni dicti Rev.mi Domini Vicarij Generalis, et de mandato ex humatione cuiusdem cadaveris de recenti humato in sepulcrum Cappelle Sancti Sebastiani invenitum talis Pruzzese di Capracotta esistente in detta Cappella in ecclesia altari conventis dictoque cadavere trasportato extra histam ecclesiam sacrosacram et immunem, totumque Conventhum predictum, visum, expertum fuit per me infrascriptum actuarium infradictisque testes coram Rev.mo Domino cadaver cuiusdam hominis masculi etatis circiter annorum tredecim sine barba et ob eisdem infrascriptibus testibus fuit bene observatum, et recognitum esse Mattia di Rienzo terre Capracotte ipsis testibus bene noti quia conversabatur saepe sepius in hac civitate vulneratum dictum cadaver sub spatula sinistra prope renes, cum ictu archibusij, ut dignescitur ex pluribus pillulis plumbeis circum circa vulneris existentibus, et facientibus in medio unum solum foramen penetrans, ex quo dicunt infrascripti testes esse causam ipsius, Mattia de Rienzo mortem, que omnia vidimus et observavimus ut supra.

Dal suddetto mandato emerge che il pastorello era «sine barba» e probabilmente aveva tredici anni quando andò incontro alla morte; fu quindi sepolto nella succitata chiesa del Carmelo, all’interno della cappella di S. Sebastiano, evidentemente assegnata ai capracottesi, come il nome del nostro Santo protettore lascia intuire. Nel II° foglio v’è la prima deposizione testimoniale, resa dal barbiere trentacinquenne Daniele Corvigno, anch’egli immigrato in Puglia da Pomarico, nel Materano, dopo aver sposato una donna del luogo. Leggiamo la sua testimonianza:

Respondit: «Io vedo et conosco benissimo questo corpo morto che stà disteso qui in terra, quale mentre viveva si chiamava Mattia di Rienzo ferito con colpo d’archibugiata sotto la spalla sinistra vicino le reni, come si conosce da molti pallini di piombo, che stanno in giro, e particolarmente in mezzo fanno un solo buco grosso penetrante dal che ne causata la sua morte, mentre Domenica 14 del corrente mese mi fù portato detto Mattia figliolo di tredeci anni, et un altro giovane chiamato Felice di Buccio pure di Capracotta per medicarli le loro ferite, cioè al detto Mattia nel luoco sudetto del suo corpo, e à detto Felice nella sua mano per botte di sciabola seu cortello; et benché io mi avessi usato ogni diligenza pure l’istesso Mattia in capo di due giorni ve ne morì, come giudico che s’è morto per detto colpo d’archibugiata».
Interrogatus: «An sciat vel alteris audiverit quisnam occidevit ipsum Mattiam de Rienzo, qua de causa, et occasione, et quando».
Respondit: «Io non lo sò, se bene hò inteso dire da detto Mattia quando mi giurasse ferito che l’era stato tirato una archibugiata da un prete della città di Minverino fuora di detta città».
Interrogatus: «Quomodo cognoscebatur Mattiam de Rienzo, et huius patria sit».
Respondit: «L’hò inteso dire da altri suoi paisani con dire esser figlio di Nicola Rienzo di Capracotta locato ordinario della locatione di Canosa, solliti praticare col padre in questa città e sin nel tempo che calano l’Abbruzzesi, che sono della terra di Capracotta».

Dalla testimonianza del Corvigno emerge che questi, il 14 ottobre, aveva prestato soccorso al giovane Mattia e al suo compaesano Felice Di Bucci, e che due giorni dopo il Di Rienzo era spirato per le gravi ferite da armi da fuoco riportate all’altezza del rene sinistro. Leggiamo ora la deposizione del quarantenne Michele Forina contenuta nel III° foglio:

Respondit: «Conosco benissimo e iuro questo corpo morto disteso qui in terra, e mentre viveva hò inteso dire si chiamava Mattia di Rienzo ferito col colpo d’archibugiata sotto la spalla sinistra vicino le reni e si conosce da molti pallini di piombo che sono nel giro e molti di essi faceno un grosso buco penetrante e per questo na causata la sua morte e hò inteso anco dire che vi era un altro ferito nella mano con botte di sciabola o cortello, li quali ambi sono stati indicati da Daniele Corvigno quasi perito in Chiroggia e il medesimo Mattia frà due giorni se ne morì, giudico sia morto per detto colpo d’archibugiata».
Interrogatus: «An sciat vel altrui dici audiverit quisnam occidevit ipsus Mattiam de Rienzo qua de causa, et occasione, et quando».
Respondit: «Io per me non lo so, hò bene inteso dire da alcuni Abbruzzesi di Capracotta l’era stato tirato una archibugiata da un prete della città di Minervino fuori di dettà città».
Interrogatus: «Quomodo cognoscebatur Mattiam de Rienzo, et huius patria sit».
Respondit: «Per haverlo inteso dire dalli suoi paisani che era figlio di Nicola di Rienzo di Capracotta locato ordinario della locatione di Canosa, soliti praticare in questa città nel tempo che calano l’Abbruzzesi della terra di Capracotta».

Non è dato sapere come andò a finire quell’inchiesta ma all’epoca (e fino alla metà del ‘900) era prassi che i tredicenni venissero affidati ai pastori transumanti per accudire i cani e imparare ad un tempo il mestiere. Dopo trecento anni da quell’orribile misfatto perpetrato in terra di Puglia, nasce spontanea un’allarmante riflessione sull’oggi, ovvero su quanto la guerra allo sfruttamento del lavoro minorile e il riconoscimento dei diritti dell’infanzia siano istanze tutt’altro che consolidate.

Pastore capracottese nell’agosto 1910 (foto: A. Trombetta)

Bibliografia di riferimento:

  • G. Calvitti, Relazione statistica dei lavori compiuti nel circondario del Tribunale Civile e Penale di Lucera nell’anno 1889 esposta all’Assemblea generale del 7 gennaio 1890, Lepore, Lucera 1890;
  • F. Mendozzi, Guida alla letteratura capracottese, vol. I, Youcanprint, Tricase 2016;
  • N. Paone, La transumanza. Immagini di una civiltà, Iannone, Isernia 1987;
  • E. Petrocelli, Civiltà della transumanza. Storia, cultura e valorizzazione dei tratturi e del mondo pastorale in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania e Basilicata, Iannone, Isernia 1999;
  • M. Porro, U. Carozza e R. Como, Il Tribunale ecclesiastico di prima istanza nella Diocesi nullius di Canosa: Acta criminalia, Atti del convegno, Canosa di Puglia, 15-16-17 febbraio 2008;
  • M. Romano, Potere, patrimonio e attività economiche dei Caracciolo di Martina nel primo trentennio dell’Ottocento, in D. Marrara, Ceti dirigenti e poteri locali nell’Italia Meridionale: secoli XVI-XX, ETS, Pisa 2003.

Copyright: Letteratura Capracottese

1 COMMENTO

  1. Non altro che una postuma grossa emozione! Semplicemente triste e desolante fatto di cronaca , come forse altri , avvenuti in passato, che sono stati dimenticati o hanno trovato l’oblio nel nascondimento….per i protagonisti”intervenuti” nel fatto!

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