Un mestiere forse scomparso

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Mario Vaccarella

In una economia ristretta ma che bastava a se stessa, non sprecona, cosi detta circolare, i mestieri di quello scorcio di tempo, erano tanti bizzarri e stravaganti.

Zio Alfonso detto “sansone “, già il suo soprannome evocava personaggi biblici, in lui si mescolava una grande forza di carattere con una spiccata capacità da cacciatore e di astuto segugio di animali. Il suo lavoro consisteva nel cacciare animali come: rinoceronti, elefanti, tigri e leoni.

No, niente di tutto ciò, non faceva safari nella savana africana tantomeno nelle praterie americane; tutt’altro a due passi da casa, nei nostri boschi, nelle siepi delle nostre aie, tra le pietre dei pagliai, nei cespugli tra l’asparagina e i pungitopi, al confine dei cammini dell’uomo, iniziava il sentiero degli animali. Lui era lì, come il gatto sul topo, cacciava piccoli animali di bosco come: volpi, donnole, faine, tassi, ermellini, lepri e ricci e talpe .

Molto probabilmente la sua occupazione nacque dalla necessità di difendere i pollai, poi è nata la passione. Pollai che spesso si trovavano ai limiti dell’abitato cittadino o spesso in ricoveri di paglia, baracche accanto a vecchie masserie di campagna con il solito cane da guardia “frizz” con classica catena scorrevole, che suo malgrado, non sempre riuscisse a tenere a bada volpi, ermellini e altri predatori che facevano man basso di avicoli.

A questo punto zio Alfonso era interpellato e con la sua professionalità metteva fine all’eccidio pollino. Giacca di velluto a costa marrone o verde si mimetizzava nell’ambiente in cui operava, cartine e tabacco, un berretto alla siciliana, doppietta in spalla, canne in alto magrissimo baffetti sottili aspetto sveglio e furbo, ma di una bontà unica era così un guru di naturalismo Uno Sherlock Holmes animalista che non aveva pari. Visionava la zona perlustrando un centinaio di metri dall’accaduto.

Percorreva carponi per seguire tracce di orme grandi e piccole, investigava e distingueva, quando e a che ora il predatore di turno aveva operato, e quando sarebbe tornato, in quanti fossero, visionava escrementi di essi, deducendone l’età. Il suo fucile non gli serviva per queste operazioni lui non sparava a questi animali, li catturava con trappole particolari in modo che il suo felino non soffrisse, aveva cura di non rovinare il pelo, che gli avrebbe dato reddito per le pellicce che avrebbe ricavato in seguito.

Sarebbe stato un mito da innalzare a studioso.

Purtroppo le sue prede comunque venivano eliminate, le povere bestie cadevano sempre nelle sue trappole diventando pellicce di volpe o ermellini, ornamenti al collo di esigenti signore cittadine alla moda, all’ultimo grido “di dolore”.

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