Tre Termini, pasta al sugo… agrodolce!

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di Paola Giaccio

Impara a cucinare, se ti vuoi sposare.”

Non è che pensassi davvero a sposarmi,
ma ce la mettevo tutta nel cercare di preparare buoni piatti da esibire a tavola.
Con tre sorelle maggiori, poi, era un triplo esame da superare!
Lina, la più grande, è sempre stata come una seconda mamma, quindi molto attenta e critica nei miei confronti, certamente per migliorarmi. Come una buona mamma fa!
Maria, la seconda sorella, sembrava fosse nata fra i fornelli… Tutto buono, cotto alla perfezione, con i sapori tradizionali.
Con Giuseppina, la terza sorella, più vicina a me come età, era una vera competizione!

Chi apparecchiava la tavola con più precisione,
Chi non faceva mancare nulla,
Chi era più veloce….

E a mia madre toccava giudicare!
Era molto importante primeggiare, perché il premio consisteva in una settimana di pacchia (senza lavare i piatti, pulire a terra, spolverare…)
e, soprattutto, di soddisfazione.

Così, anche se a soli 12 anni, ho imparato a cucinare.
Ma solo a casa,
dove si trova tutto a portata di mano,
dove gli ingredienti sono in frigo o in dispensa…

Quel giorno, al casolare a Tre Termini
arrivarono due operai chiamati da mio padre per aggiustare parte del tetto. Qualche tempo prima, il vento forte e la pioggia avevano spostato molte tegole e, per evitare ulteriori danni, si doveva correre presto ai ripari.
Per impegni diversi, le mie sorelle non vennero con noi, ma non mi sentivo così preoccupata, perché fino ad allora, quando si andava a Tre Termini, io rimanevo quasi tutto il tempo a dondolarmi sull’altalena.
Ma in quella giornata, mia madre decise in modo diverso…

” Oggi c’è tanto da fare! ” – disse, rivolgendosi a me.
“Nella cesta ci sta tutto. La stufa è già accesa.
Datti da fare! ”

A fare che?
Che dovevo fare?
Perché io?
Ma non ero ancora io ” la p’cc’rella” di casa viziata e coccolata ?

Inutile chiedere spiegazioni perché in cucina non c’era più nessuno:
erano tutti di sopra.

La stufa era di quelle familiari, con tanti cassetti davanti, cerchi concentrici sopra, con una pentola colma d’acqua, posizionata vicino al caminetto spento.
Mille volte avevo visto mia madre cucinare là sopra, ma non l’avevo mai fatto io.
Ero quasi decisa a salire su per protestare e convincere mia madre che non avrei potuto fare nulla, che scese uno degli operai.
Un ragazzo di almeno vent’anni, con uno sguardo allegro e un fare agitato.
Probabilmente era al primo lavoro e si impegnava ad essere efficiente.
– Ciao !-
– Ciao ! – risposi tra il distratto, l’incerto e il mio disappunto.
Uscì dal portone, entrò nel camion parcheggiato lì fuori, prese degli attrezzi e rientrò.
– Ciao! – mi disse di nuovo.
– Ciao! – e rientrai in cucina sentendomi una stupida perché ero rimasta sull’uscio e poteva sembrare che lo avessi aspettato.

Nella cesta c’erano dei pomodori maturi, delle foglie di basilico, una piccola treccia d’aglio, dei pacchi di spaghetti, un caciocavallo, salsiccia secca e il pane.
Panico totale!
Mancava la bottiglia di salsa di pomodori.
Come fare il sugo senza la salsa pronta?
Come era possibile che mia madre avesse dimenticato la salsa?!?
Era un motivo per salire su,
scrollarmi da dosso questo impegno
e andare sull’altalena a passare la mia giornata!
Al primo gradino della rampa di scale mi fermai perché il ragazzo di prima stava scendendo di nuovo, ma questa volta rientrai di fretta e chiusi anche la porta della cucina, altrimenti, molto probabilmente, mi avrebbe salutata ancora!

Nella padella, con un po’ d’olio, i tre spicchi d’aglio iniziarono a soffriggere.
Nel frattempo, sbucciai pomodori freschi.
Non ci avevo mai fatto caso prima, ma sul caminetto c’erano tre contenitori: uno del sale, l’altro dello zucchero e uno del caffè.

Nel caminetto spento, mio padre aveva raccolto tanti legnetti, tagliati per la stufa.
Mentre il sugo si cuoceva lentamente, preparai la tavola .
Un tagliere per il pane, l’altro con il caciocavallo e la salsiccia secca.
In fondo, il mio impegno era limitato al primo piatto.

Uscita fuori per respirare l’aria pura della montagna, raccolsi un po’di margherite nel prato: i fiori sono tutti belli, ma le margherite sono speciali per la loro semplicità e le corolle gialle sicuramente gioiose sulla tavola imbandita.
Erano ancora sul tetto, ma avevano quasi terminato il loro lavoro. Stavo per rientrare, quando dall’alto mio padre mi disse di dire alla mamma che da lì a una mezz’ora avrebbe potuto ” buttare la pasta”.
– Va bene. – risposi guardando su e il ragazzo dallo sguardo allegro ne approfittò per salutarmi con la mano.
Rientrata dentro, mia madre prese l’acqua già calda dal contenitore della stufa, la trasferì in una pendola più grande e aggiunse ceppi al fuoco.
Il sugo era pronto ed io solo allora lo assaggiai.

Era dolce. Avevo sbagliato !!!
Sul caminetto non c’era scritto “sale” e “zucchero” come ai contenitori di casa..
Chi avrebbe sopportato la punizione di almeno un mese di lavori casa!
E la soddisfazione di mia sorella!?!

Senza rivelare lo sbaglio a mia madre, aggiunsi il sale.

Da una parte a capotavola mio padre con accanto gli operai,
dall’altro capotavola io.
Mia madre aveva servito tutti.

Il primo boccone di mio padre.
Forse era distratto dal discorso del tetto…
Poi gli operai.
Ma erano ospiti,non sarebbero stati mai scortesi…
Infine, mia madre, giudice supremo senza sconti, né rinvii.
Il primo boccone, il secondo, il terzo…
Solo allora si accorse che ero rimasta in attesa.

– È buono. Brava! –
E tutti si fermarono a guardarmi.

– Brava! – disse orgoglioso anche papà.

– Certo! E che ci vuole a preparare il sugo! – risposi io sfacciatamente, nascondendo le mille emozioni che si accavallavano nello stomaco!


Copyright: Altosannio Magazine
Editing: Paola Giaccio 

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