Tradizioni e medicazioni, cose saporite, mal digerite.

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Questa foto di Francesco Giaccio di Agnone, pubblicata qualche giorno fa su Altosannio-Almosava, con quelle “chiegatə di salsiccə” hanno ridestato un ricordo

di Giovanni Paglione

Nel paese, in cui mio padre è stato medico condotto per circa 40 anni, il giorno dopo Natale, si viveva una autentica orgia suina con canti, suoni per festeggiare in ogni casa l’ammazzamento del caro maiale, che riempiva le case con circa 120/150 Kg. di sue carni: dai peli fino al sangue, nulla si perdeva di quel concentrato di “tossine”.

Già dopo 15/20 giorni dall’orgia di cui sopra, cominciavano i primi arrivi in ambulatorio. “Buon giorno, dottò chə mə succedə, tienghə ru fuochə dentrə allə cossə, mə fannə méale lə vraccə.” I più giovani, invece, lamentavano forme di eczema sul viso.

Questa tiritera durava sei mesi e, chiaramente, era il derivato di uno spropositato uso di quelle carni, non a torto ritenute “immonde“.

Il povero medico cercava di combattere le patologie con prescrizioni, a vagonate, di Colchicina Houdé che, già allora, nel bugiardino, raccomandava il farmaco contro il male degli incivili, la gotta e i problemi uricemici.

Tra quegli incivili ho avuto il piacere di militare anche io, perché di notte mi alzavo per andare a “fregarə nu cacchiə di salsiccə “.

 


[1] Giovanni Paglione, molisano di Capracotta

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright: Altosannio Magazine

 

 

 

 

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