Terra d’Altosannio – La tresca

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2053

di Maria Delli Quadri [1] 

Il grano tagliato veniva raccolto in covoni detti manocchi. Altre persone, non impegnate nel lavoro della mietitura, erano addette al ricaccio dei covoni che venivano trasportati sull’aia dove sarebbe avvenuta la tresca………

tresca 2

I manocchi venivano sciolti, le spighe disposte sull’aia, protetta da grossi “celoni”, cioè grosse tele, venivano calpestate dai muli che compivano  un movimento circolare, tenuti per la cavezza da un uomo con un largo cappello in testa, posizionato, in piedi, al centro del mucchio.

Con questo sistema il grano veniva liberato dalla paglia e si depositava sui celoni. Era una danza quasi tribale con l’uomo al centro e i muli che trotterellavano con moto circolare in sintonia col contadino che dava l’impulso e che ruotava con il corpo. Sotto il sole ardente esseri umani e animali continuavano per ore la incessante corsa,fermandosi ogni tanto per abbeverarsi ciascuno a suo modo e a suo tempo

tresca 1

Lo zoccolo faceva  distaccare il chicco dalla paglia Poi era il tempo della battitura e del sollevamento coi forconi. Tutti aspettavano il vento benefico che facesse volare la pula A volte , nel pieno del luglio afoso, il dio Eolo non apriva l’otre ed allora tutti a sperare e pregare che il miracolo avvenisse Poi… improvvisamente l’aria si muoveva, un refolo di vento arrivava, i forconi entravano in azione.

tresSca

Uomini e donne lavoravano di lena, spesso anche di notte, finchè i chicchi più pesanti, si depositavano e rimanevano per terra, la paglia era volata più in là. Il corbello  infine rifiniva il lavoro, l’acqua lavava, il sole asciugava sulle ” racane”, poi il sacco accoglieva il prezioso frutto per il quale tante energie erano state impiegate.

Tutta la famiglia partecipava, grandi e piccoli, ciascuno per quello che poteva dare.

Era l’ inno alla vita, era il canto della speranza e della ricchezza; era la gioia che fugava la paura dell’indigenza.

 

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[1] Maria Delli Quadri: Molisana di Agnone (IS), prof.ssa di Lettere, oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti. In questa rubrica Maria volge lo sguardo sul mondo almosaviano e nascono pensieri e ricordi.

Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

2 Commenti

  1. Ho letto con piacere l’articolo, vorrei fare qualche opinione basandomi sul mio vissuto. I celoni servivano a proteggere re manuocchie o la tresca in corso d’opera per qualche minaccia di pioggia. Non si mettevano sull’aia a raccogliere il grano, si sarebbero rovinati. I muli o asini spesso traschinavano con l’ausilio di corda a catene una pietra calcarea piatta per favorire il distacco dei chicchi dalle spighe. Nel tardo pomeriggio non mancava mai la brezza di monte per fare “canti’ara” e separare i residui di paglia e della pula dal grano e da qualcos’altro lasciato dalle vettiure. Il lavoro finiva all’imbrunire con una modesta coda dopo il tramonto per spingere con forconi e rastrelli la paglia a ru pagliaro. Altro da raccontare non mi sovviene.

    • Hai ragione, i celoni non si mettevano sul pavimento dell’aia, ma sopra ai covoni. Errore dovuto al fatto che i ricordi, alla distanza, si affievoliscono

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