Sul tratturo … massare, pecurare, pecurarijelle e vuttaràcchjie

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Racconto di Giuseppe Tiberi [1]

(per capire il significato delle parole colorate, basta ciccavi sopra) 

Foto d'inizio secolo scorso (1904) che riprende il gregge di un armentario Rivisondolese al riposo (posta) della Portella, sul Piano delle Cinque Miglia, in località Quarto del Pozzo. Sullo sfondo Monte Pratello con la traccia del sentiero utilizzato dai boscaioli, o quale accesso, più vicino al paese, per gli stazzi nella Valle di Chiarano ed alle pendici di Monte Greco. L'abbigliamento dei presenti, comprese le attrezzature e la logistica dello stazzo sono quelle descritte con magistrale completezza nel racconto di Giuseppe TIBERI [RIVISTA ABRUZZESE N. 3 Luglio-Settembre 2008]
Foto d’inizio secolo scorso (1904) che riprende il gregge di un armentario Rivisondolese al riposo (posta) della Portella, sul Piano delle Cinque Miglia, in località Quarto del Pozzo. Sullo sfondo Monte Pratello con la traccia del sentiero utilizzato dai boscaioli, o quale accesso, più vicino al paese, per gli stazzi nella Valle di Chiarano ed alle pendici di Monte Greco. L’abbigliamento dei presenti, comprese le attrezzature e la logistica dello stazzo sono quelle descritte con magistrale completezza nel racconto di Giuseppe TIBERI [RIVISTA ABRUZZESE N. 3 Luglio-Settembre 2008]

Una bella mattina di maggio del 1860 i sedici pastori dell’armentario di Rivisondoli, don Mariano Buccio,  detto Uocchijenire, si apprestavano a lasciare la locazione del Candelaro per riportare le pecore ai pascoli di montagna. La leggera nebbia che saliva dalle paludi andava lentamente dissolvendosi, mentre splendeva al primo sole la bianca Manfredonia.

Si misero in cammino quattro ore dopo mattutine. Maste Custante, ru massare, si fece tre volte la croce davanti alla sbiadita immagine di San Michele Arcangelo sull’architrave della capanna mentre borbottava scongiuri contro quire che steve sotte Sammecchele.  [2]

I cani che andavano di straforo a lappare il latte schiumoso appena munto, stavano ora nelle loro poste, guatando immobili con le recchje appizzate. Come nell’aria risuonarono le alluccareccje de re pecurijere, attaccarono una canizza che cessò soltanto quando il gregge uscì dagli stazzi, riversandosi sul tratturo sterminato.

Nella locazione rimasero i caciari Vasileche e Felecjareije, a lavorare la quajate con le braccia immerse nel siero bollente, e uno dei vuttaracchjie, Cajtane, a caricare sulle giumente le maciuttelle de cace da portare a Foggia.

Apriva la marcia ru massare, con il nodoso hancine sulla spalla e re zemppitte nuove. ‘Nfelzate aie cappeje all’italiana, una lunga penna de hallenacce e al polso una variegata smaniglia di crini di cavallo. In ultimo veniva l’altro vuttaracchjie, Paulone, tirando per la capezza gli asini con i caratelli dell’acqua.

Quell’anno fiumi e torrenti portavano poco e i guadi erano facili e sicuri. La giusta pioggia e ru fahùgne che aveva soffiato gna Ddije cummanne, avevano fatto ‘na bbella maijeseI vasti campi a grano al di là del tratturo, con le alte spighe folte e rigonfie, apparivano pronti per la sarrecchija.

Maije viste al mondo – diceva Marenare, il più vecchio dei pecorai, sbriciolando alcune  spighe appena colte. Mentre masticava i profumati chicchi, ripeté la sua espressione favorita – Maije viste al mondo.

Marenare teneve ‘mbacce a uttant’ijenne e da cinquanta andava a monte e bballe per il tratturo. Da giovane era stato sulle navi, e per questo jiavenne recaccijate Marenare.

Il sole era ormai alto sull’immensa piana riarsa brulicante di grilli. Ambrusine, ru pecurarjelle, andava occhieggiando tra chiencune delle macerealla ricerca di fichi d’India maturi.  Avevano fatto ‘mbacce a cinche meije, quando vicino alla masseria Sant’Emidio una fioca campana suonò l’ora sesta [3]

Le pecore avevano da un pò avvertito la vicinanza dell’acqua. Addossate l’una all’altra, zampettavano con lena avendo smesso di brucare. Quando arrivarono ai pozzi le pecore si sparpagliarono intorno all’abbeveratoio, mentre i pastori, dopo essersi bagnati i volti incrostati di sale, riempirono d’acqua i caratelli .

Verso ventunhore [4], il frenetico abbaiare di Tamburine, il cane di cumpà Beneditte fece scoprire un paio di pecore cadute in una buca cieca ricoperta da una cannizzata intrecciata ‘nghe la jerve. Queste trappolerie non mancavano mai, ma intanto quella volta ‘sci a coppele de notte.

Risuonavano ancora i canti delle calandrequando verso l’Ave Maria, i pecorai e il gregge misero piede nel primo riposo dove c’erano già i caciari e re vuttaracchjieAvevano ferrato una delle giumente, e nell’aria stagnava il fetore degli zoccoli bruciati.

Qua e là nel cielo pallido andavano raccogliendosi meijuocche [5]  di nuvole. – Ciele a toppe de lane, se non chjove huoje, chjove demane – commentò un pecoraro.

Stavano preparando le  panecuottequando cumenzè a stezzereijè [6].  Dopo una bella scrosciata, la pioggia cessò, ma il cielo rimase minaccioso. Ambrusine, magnenne magnenne, andava esplorando in folto carrubo dietro il pagliaio, che da poco aveva messo qualche fiore.

Altra foto d'inizio secolo scorso, con il gruppo di tutti gli addetti ad un gregge che posano spavaldi, ciascuno abbracciato al proprio animale preferito [ immagine dalla rete : http://www.puglia.federclimb.it/transumanza/foggia/transumanza.htm ]
Altra foto d’inizio secolo scorso, con il gruppo di tutti gli addetti ad un gregge che posano spavaldi, ciascuno abbracciato al proprio animale preferito [ immagine dalla rete ]

Erano tutti molto stanchi, e a due ore di notte [7]se jierne a jiacccjà. Dopo la piacevole frescura della sera, ora l’aria era gelata. Faceva freddo anche nella capanna nonostante avessero appecuoije ru pellicce, ma la stanchità era troppa e ru suonne le abbè subito.

Dormivano così profondamente che nessuno sentì ad una certa ora  il vecchio Marenare alzarsi, come era sua  abitudine, e andare fuori a tentoni strusciando i chijuochje Ru massare aveva proibito d’appiccià il torciere nella capanna. “Acqua e fuoche nen te’ l’uoche” diceva [8].

Come venne fuori, il vecchio sentì sulla mano il freddo umidore del muso della sua cagna, Zufina. Dopo averla accarezzata, la bestia se ne tornò alla sua posta, mentre una pecora nel mucchio chjagneve ‘nzuonne. Intanto una luna  luminosa  si faceva strada tra le nuvole, mentre Marenare vurvetteve: – Maije viste al mondo -. Seduto su una varda, prese la corona mettendosi a recitare il rosario, ma dopo due decine cadde addormentato appoggiato al muretto della capanna.

Il giorno dopo grossi ammassi di nuvole nere incombevano sul tratturo per Lucera, ma l’aria era piacevolmente tiepida e si procedeva di bon pede. Ad una certa ora, Ambrusine, andando con la fionda a tirare alle ciaule, si accorse che Liborio, ru pecurare di Barrea, camminava trampe.

– He la sciaijatica, zazè. Me sta a turmentà da ru Cannelare – disse a ru quatrare. Quando lo seppe ru massare, gli disse di farci le prete calle. Verso l’ora nona, risce risce all’incrocio del tratturo con lo stradale che nghijaneve a Lucera, incontrarono due birri che conducevano tra loro un vecchio a piedi nudi e ‘na  scazzetta panuonta ‘ncocce legato con i polsini di ferro.

Mentre i cani abbaiavano come scannati contro gli estranei, ru massare diceva : – Superiò, nen te spagnjà [9]– Ma quelli rimasero fermi con i moschetti rivolti in basso, finchè Marenare e Cajtane non riuscirono a metter a luogo i cani. Allora i birri chiesero a Mastre Custanze le carte di passaggio e baccajierne perchè ru pecurarjelle ne era sprovvisto. Ma poi s’abbonarono con mezza miciscia.

La foto sopra, ripresa nelle adiacenze di Villetta Barrea, e risalente anch'essa ad inizio secolo scorso, mostra la parte alta "della gerarchia" di stretta attinenza con il gregge. Allineati in bella mostra: ru massare, ri signure, ru pecurare e sullo sfondo re du pecurarijelle. [ immagine dalla rete :  http://www.regione.abruzzo.it ]
La foto sopra, ripresa nelle adiacenze di Villetta Barrea, e risalente anch’essa ad inizio secolo scorso, mostra la parte alta “della gerarchia” di stretta attinenza con il gregge. Allineati in bella mostra: ru massare, ri signure, ru pecurare e sullo sfondo re du pecurarijelle. [ immagine dalla rete :  http://www.regione.abruzzo.it ]

Quella sera Liborio, quando andò a coricarsi si portò nu pare de pelljente bijeje calle. Era una serata calma, con una arietta profumata che veniva dal mare. Ru massare e Marenare rimasero fuori a fumare. Il rugginoso zirlire dei grilli copriva ogni altro suono. Soltanto quando improvvisamente zittiva, si sentiva un lontano feroce abbaio.

– Hanna esse le pecure di don Aniceto – disse Marenare
Nen crede, stijene ‘na jurnata annijente – rispose ru massare .
Il vecchio tacque per un po’, poi disse : – Maije viste al mondo.

Poi  riempirono le pipette di  terracotta, mentre il  vecchio  attaccava a raccontare ancora una volta della notte in cui passarono il Piano delle Cinquemiglia i soldati di Giacchine[10] in ritirata verso Napoli. Era una notte di maggio nera nera, e re suldjete purtevene le ‘ntorce.

Teneve  allora ‘ mbacce  a decijanne e steve ‘ghe le  pecure di don  Fiore, ru zije di don Anecete. Qualche anne dope me ‘mbarchijette: ce fusse remaste … Basta, a farla breve: per andare a vedere chela  jente, calemme  per la pietraia  de ru vallone  de Chiarane a  cavajie dell’ hancine, lasciando  le  pecure ‘mmijene a re lupe [11] . A  re  pecurijere,  don  Fiore mettisse la multa: ddu cherline a cocce. A me invece, fece nu bbijeje scherzitte. A Sante Middje  mi  invitò  a magnà,  ma  non  sapevo ru  designe  sije. Mentre  loro magnevene grevvjuole  e arruste, a me fece mette ‘nu cuoppe de mmiccule [12] e ‘na fercine con un solo dente –

Marenare teneva tante altre storie da raccontare, ma era ora di andare a dormire.

Nella fotografia qui sopra, anch'essa coeva con le immagini sin qui presentate, sono evidenti moltissimi degli elementi citati nei capitol iprecedenti,  e mirabilmente descritti dall'autore Giuseppe Tiberi: oltre ai personaggi, tutti provvisti di hancine, sono evidenti il gregge rinchiuso nello stazzo itinerante, i cani pastore maremmani-Abruzzesi, le giumente, e sullo sfondo le macere di chiencune. [ immagine dalla rete : http://www.sefiart.com]
Nella fotografia qui sopra, anch’essa coeva con le immagini sin qui presentate, sono evidenti moltissimi degli elementi citati nei capitol iprecedenti,  e mirabilmente descritti dall’autore Giuseppe Tiberi: oltre ai personaggi, tutti provvisti di hancine, sono evidenti il gregge rinchiuso nello stazzo itinerante, i cani pastore maremmani-Abruzzesi, le giumente, e sullo sfondo le macere di chiencune. [ immagine dalla rete : http://www.sefiart.com]

Fino  a  Salcito,  chi  ‘avesse  ditte, Liborio, zuppechenne  zuppechenne, se  fece  ru tratture  senza  nu  lemente. Quando qualcuno  gli domandava: – Come va – rispondeva: – Eh,  rengrazejeme  Ddije,  cumpà,  cchiù  mejarelle.  Nen  crede  ca  voja  esse  cchjù  nnire della mesanotte –. Diceva che ci trovava un grande giovamento con le pietre che ci  metteva  quando  andava  a dormire.  Tutta la notte, veramente  steve  a sudà  a  fridde,  ma la mattina  andava a mogne le pecore con tutti gli altri.

Ru  juorne  appriesse,  sul  tratturo  per  Bagnoli,  Ambrusine  che stava sempre vicino a Liborio, s’addunè che s’ere misse a sparlà.

Camminava  gesticolando  e  diceva:  –  Alle  sandicce  ce  vò  l’aje e la  curtesje  de pertuhalle  – ripetendo in continuazione. Finché non attaccava un’altra zolfa: – Ru faciole c’e geniale alla minestra.

Al  primo  abbeveratoio,  Liborio se  jettè  ‘ncocce  nu  pare  de  cappellate  d’acqua, dicendo con soddisfazione: Ah, mo ssci.

Marenare diceva: Mbrejache, nen hè. Javessere fatte ru  maluocchije.

Quando, verso ventunhore, passarono vicino alla chiesetta di San Michele, ru massare disse a Liborio:- nen ‘ncarecà, ca Sammecchele la rrazie te fa.

Quella notte la passarono nen ce sia male, nonostante, ogni tanto, Liborio si lamentasse. Ambrusine  stette  revije e  tutte  ‘mpavurite  andava chiedendosi  se c’era  pericolo  che venisse  pure a lui  la sciajateche.  Pe’  farsi  habbà  r suonne, e  mettisse  a  passà  la revuceca, a mente, alle  sue  robicce che aveva messo  da parte per la mamma nella bangordau cuorne chijne d’oje che aveva risparmiato magnenne scunce pè ‘na mesata; nu ruotele de lempescjune; na’ decema de ajenelle; na’  libbre de cace marzitte e na’ cartate di mannule atterète. Poi ci stava la tavoletta che gli aveva fatto nu pecurare di Scanno con inciso a fuoco la scritta: Rivisondoli patria meja. Il giorno dopo sul tratturo per Pietrabbondante furono colti da nu ddiije d’acquazzone che durò nu pare d’ore. Ma non si sperse nemmeno n’agnellitte. Quando prese a rassenerare, uscì un bell’arcobaleno. – Rusce, gialle e verde – disse Marenare – a huanne grascia de vine, uoje e rrane. Maje viste al mondo.

A quattro ore di notte, a ru meje de ru suonne, fuono risvegliati dalle fijerchie di Liborio chjamenne moje e fije. Anche il suo cane si lamentava gne nu crestijane.

I pecorai non sapevano addò mette’ mijene. – Nen ce la facce cchiù – alluccheve  Liborio – Quisse nen hè cunte. Tajeteme la cosse. Erano usciti tutti dalla capanna guardandosi tra loro sbigottiti alla luce di una luna giallina. Che vvojia esse – dicevano – chesse nen hè acqua ma delluvjie[13]. Ru massare era rimasto nella capanna stringendo la mano di Liborio che pareva nu fjerre arrevecenite.

Magnifica immagine di fine ottocento, che riprende un buttero con le varde dei cavalli cariche della logistica indispensabile  per gli spostamenti giornalieri, In particolare i due animali al centro trasportano i paletti necessari alla delimitazione degli stazzi mobili. Il cavallo di coda trasporta le reti di corda a larghe maglie,
Magnifica immagine di fine ottocento, che riprende un buttero con le varde dei cavalli cariche della logistica indispensabile  per gli spostamenti giornalieri, In particolare i due animali al centro trasportano i paletti necessari alla delimitazione degli stazzi mobili. Il cavallo di coda trasporta le reti di corda a larghe maglie,

Quire puver’ome, prese a dirgli: – Cumpà, pè ru sante nome de Ddije, vide na poche che ‘ccedente ecche arrete a ru pépérone [14].

Maste Custante dovette, suo malgrado, accendere il torciere e alla sua luce tremolante scoprì ‘na buscica tutta nera abbuttate.

Rimase senza fiato. – Che hè chesse. Che sciajateche nen ze sa. Nen putive parlà prima? Mo che te puteme fà?

Teneve pavure ca don Mariane me ce cacceve, cumpà – disse Liborio con voce tremante, – Pè l’aneme sante de ru purgatorje, famme la rrazije, purteteme a ru mijedeche. Nen vuoje murì, tienghe mojie e fije.

Intanto erano rientrati gli altri, guardando smarriti quel mostruoso gonfiore. Poi ognuno prese a dare il suo parere.

– Chela hé state ru mucceche de ‘na tarantella.
– Pemmé, so’ re tefijene.
– Pennone, quisse hé nu  cjecre che s’accuonde.

Ru massare tajé a curte,  portando tutti fuori. – Ecche ce vò ru mjedeche, mo de subbete. Nen puteme aspettà finde a demane.

Paulone ru vuttaracchjie se fece annjente isse pé j’ a chiamà ru mjedeche ad Agnone.
– Dije a don Favorito ca steme con le pecore di don Mariano: hé canusciute – gli raccomandò ru massare – Hadda menì[15]  subbete.  Quire  cristiane hé pjete ljette[16] e nen ze po’ movere cchjù. Dije paccuscì, sci ‘ntese?
– Pescine[17], cumpà, non dubitare – rispose Paulone.
Il massaro lo seguì fino agli stazzi, dove lo inghiottì la notte.

Paulone mettè pede ad Agnone  mentre cjente [18] campane suonavano matutine. Per le strade non c’era anima viva. Nei paraggi della chiesa di San Giacomo, ru vuttaracchjie incontrò ‘na vezzoca che l’affrontò: Che cercate bell’ o’. Venite dalla Puja ? Tenisse na ponta de cace ? – So’ menute per il medico, don Favorito – disse Paulone.

Ah, ru cerusiche – fece la vecchia. – Nen sta ecche. Alla piazza del Tomolo. Ci sta ‘na ruella e ‘na scritta ,se sape legge. Elle tiene case.

Nella rua ci stava un portoncino e sull’archetto di pietra la scritta:
Che val tanto affannarsi gente inquieta
Se angusta fossa alle fatiche è meta. [19]

Paulone dette una rapida strappata al tirante del campanello. Dopo poco si presentò una serva, né giovane né vecchia, con una barbetta caprina.

– Che volete? – Don Favorito. Hé cosa urgente – disse il giovane – sono persona di don Mariano Buccio. Andò tornando subito dopo. Il medico stava in cucina, seduto ad un tavolino, mangiando con gusto pane e olio. A poca distanza da lui, lo guardava un lupo impagliato con i denti digrignati.

Don Favorito, un ometto nghe ru mejicure[20] e la coccia a tatamelone[21] , aveva un vocione di basso profondo.

Dopo che ru vuttaracchjie gli ebbe spiegato tutto, rifiutò i due ducati che gli mandava ru massare, e fece portare una colazioncina anche per lui. – Pane di secine – disse don Favorito – saporito assai. Poi tutto serio aggiunse: – fa fà le loffe, ma le ventosità sò salute, lo diceva anche Ippocrate. – Paulone, sorridendo scioccamente, disse: ‘Ntiempe de carastije, pane de secine.

Come la serva prese la sua bangorda, don Favoritola dette a portare a ru vuttaracchjie, mentre si metteva nel giubbone una pistola alla rivolvè[22]

Scoprimmo la fotografia qua sopra sulla destra ( probabile riproduzione da originale ) da uno degli antiquari che a Berlino si è rivelato, negli anni, preziosa fonte di numeroso materiale iconografico, cartaceo e librario sulla nostra regione. Inizialmente ci colpì il senso di pace e  di bucolica tranquillità  dell'immagine, ma ad un esame più attento si rivelò un autentico "tesoretto". Riprende infatti, a cavallo tra '800 e '900, lo stazzo allora presente sulle falde del Monte Calvario, sopra Pescocostanzo. La prospettiva inconfondibile, aggetta verso il "Bosco di Sant'Antonio" con sulla sx. il profilo della  Cresta di Pietramaggiore e sulla dx. il monte Pizzalto. Sullo sfondo il monte Malvarano, alle cui falde, su versanti opposti sono insediati Campo di Giove e Cansamo, guida lo sguardo verso il Morrone, quasi in dissolvenza all'orizzonte. Anche qui sono presenti tutti i personaggi descritti con dovizia di particolari nel racconto di Giuseppe Tiberi, e lasciamo ai visitatori il piacere della scoperta di questi e degli altri dettagli, tutti fissati nello "scatto" realizzato con innegabile maestria.
Scoprimmo la fotografia qua sopra ( probabile riproduzione da originale ) da uno degli antiquari che a Berlino si è rivelato, negli anni, preziosa fonte di numeroso materiale iconografico, cartaceo e librario sulla nostra regione. Inizialmente ci colpì il senso di pace e  di bucolica tranquillità  dell’immagine, ma ad un esame più attento si rivelò un autentico “tesoretto”. Riprende infatti, a cavallo tra ‘800 e ‘900, lo stazzo allora presente sulle falde del Monte Calvario, sopra Pescocostanzo. La prospettiva inconfondibile, aggetta verso il “Bosco di Sant’Antonio” con sulla sx. il profilo della  Cresta di Pietramaggiore e sulla dx. il monte Pizzalto. Sullo sfondo il monte Malvarano, alle cui falde, su versanti opposti sono insediati Campo di Giove e Cansamo, guida lo sguardo verso il Morrone, quasi in dissolvenza all’orizzonte. Anche qui sono presenti tutti i personaggi descritti con dovizia di particolari nel racconto di Giuseppe Tiberi, e lasciamo ai visitatori il piacere della scoperta di questi e degli altri dettagli, tutti fissati nello “scatto” realizzato con innegabile maestria.

Quando ru miediche, con il sigaro tra i denti e le maniche atturzate dopo aver scelto nella bangorda ru ardegne adatto, fece la pontora alla pesteme, si riempì nu cuttrille di marcia. – Bonum et laudabile[23] – bofonchiò.

Liborio  incominciò  subito  a  rivederci.  Ma teneva tante n’arsura. Dopo aver inghiottito qualche cucchiaiata di Acqua della Regina che gli dette  il  medico,  se calè  tutto di  un fiato ddu  caraffe  di siero. – Maje viste al mondo – fece Marenare.

Paulone stava mettendo i finimenti alla jementa bertona  per  riaccompagnare  don Favorito, ma prima ru massare lo fece rifocillare con un rotolo di micischje arruste e ‘na carafa di vino di Canosa.

Liborio si fece tutte nu suonne dall’ora terza fino alla mattina dopo, quando si mise in cammino anche lui con il gregge sul tratturo per Vastogirardi. I suoi compagni non credevano ai loro occhi che si fosse guarute accuscì subete e intanto il suo cane jie zumpetejeve ‘ntorne.

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Il Quarto del Pozzo, sul Piano delle Cinquemiglia ad inizio ‘900, foto della medesima serie di quella proposta alla pag.230. Riprende ben cinque greggi che procedono in direzione dei pascoli invernali in Puglia.

Il  gregge  di don Mariano  arrivò  al  riposo  della  Portella, sul piano delle Cinquemiglia, la mattina che in  paese  usciva  la  processione  delle  Rogazioni.  Il primo a vedere le pecore sbucare dalla defenza sul Prato scintillante di rugiada, fu proprio don Mariano che dall’alba le stava aspettando seduto sulla loggetta.

Tutta  la  gente  che  era andata  dietro alla processione, si recò a Portella, in prima fila i bambini succhiando il nettare dei fiori della padovana[24] con le facce gialle di polline.

Don Mariano non stava in sé per la contentezza per il felice  ritorno del suo gregge e andava accarezzando i folti velli di lana maggese[25]

Il  giorno  dell’Ascenza,  giovedì 17 maggio, Ambrusine ru  pecurarielle, dopo due giornate passate alla casa a  nazzecà  ru  cetrije  nato  da  poco, dovette tornare alle pecore. La madre gli preparò ‘na ponta di riso con il latte, come voleva la tradizione, e prima che andasse via, gli fece la sorpresa de nu pare de chjuchijtti gentili per la stagione. Passando per Santa Liberata, Ambrusine trovò Marenare assettate da fore alla scaluccia, ad ascoltare re cicjareijè delle capinere, insieme a maste Tobia l’eremita.

Marenare  era  stato congedato  da don Mariano  e siccome  non aveva no case no puteche, la Congrega aveva mannate pure isse a Santa Liberata a fà ru rumite.


[1] Tratto dal n.3/2008 della “Rivista Abruzzese”- Rassegna trimestrale di cultura
[2] Perifrasi popolare per non nominare il Maligno
[3] Ore 12
[4] Ora nona: un’ora prima del tramonto
[5] Grumi
[6] A piovigginare
[7] Due ore dopo il tramonto
[8] Proverbio
[9] Non aver paura
[10] Gioacchino Murat
[11] Modo di dire popolare
[12] Lenticchie
[13] Proverbio
[14] Natica
[15] Deve venire
[16] Si è messo a letto
[17] Affermazione e negazione rafforzate; Cfr. in lingua le antiche madiasì e madianò
[18] Iperbole. Comunque Agnone è ricca di chiese e campanili
[19] Distico del Cav. Marino
[20] Pancia prominente
[21] Testa pelata
[22] Pistola a tamburo
[23] Massima delle medicina antica
[24] Narcisi selvatici
[25] della tosatura di maggio


Copyright  “Rivista Abruzzese”- Rassegna trimestrale di cultura
Editing: Enzo C. Delli Quadri 

2 Commenti

  1. Realistico racconto, intriso di saggezza contadina e non solo… anche il medico aveva il suo linguaggio specifico al tempo… Reali le difficoltà della TRANSUMANZA , dei pastori e degli animali, costretti al viaggio, che durava vari giorni “sott’acque e sotte vente” quando andava bene! Ma se interveniva un MALANNO , erano esposti tutti all’imperscrutabile destino—forse anche alla morte. Come non ammirare la fede bonaria e pacifica della gente di quel tempo—che inframmezzava i discorsi con continui proverbi e invocazioni!?
    E a quella scuola si formavano anche i ragazzi che ubbidienti , durante il ritorno a casa certo non si distraevano ma “nazzecavane “ la cunnele” del fratellino o della sorellina, nati forse mentre essi erano a la “Puglia”
    E ripartivano poi “nche NA PONTA DE RISE NCHE LU LATTE tradizione del giorno DELL’ASCENSIONE … Cosa questa che mi fa grande tenerezza, perché mi ricorda mia madre che lo faceva spesso, con la cannella, e ce lo dava con affetto!!
    Racconto, vero, da leggere tutto d’un fiato, per non sciupare l’empatia e il calore della nostra PARLATA MOLISANA!

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