Storie fantastiche dal cratere aquilano: L’ANGELO AZZURRO

0
517

 

Racconto di Luigi Fiammata [1]

San Salvatore
Ospedale di San Salvatore – L’Aquila 

[divider style=”normal” top=”10″ bottom=”10″]

Il sole, in settembre, poco dopo l’alba a L’Aquila, rompe l’aria tagliente, un po’ a destra del Gran Sasso, quando lo si guardi. Il grigio della notte, e del silenzio della città, si spezza di arancio, di rosa, e bordeggia le nuvole; e i raggi di sole, lasciano una leggerissima traccia dorata sui fili d’erba che rompono l’asfalto.

Ludovico aveva parcheggiato l’automobile in uno spazio sterrato, a sinistra della strada che risaliva verso l’Università. Era davvero freddo, quel mattino. Intorno ai dieci gradi. Forse meno. Si strinse addosso la giacca di lino che indossava, aumentando il passo, per sentire il sangue che correva più velocemente, riscaldandolo, mentre si sforzava di respirare solo con il naso. La sensazione di calore era sfuggente. Poteva sentirla davvero, solo mettendo una mano nel colletto della camicia, nell’incavo tra il collo e la spalla. E poi infilando subito le mani in tasca, nei pantaloni, come per fermare il suono del proprio corpo, e non farlo sfuggire via, rassicurandosi.

Si dirigeva verso l’edificio centrale dell’Ospedale San Salvatore. Sulla strada, l’assurdo disegno delle rotaie di ferro, interrotte da monconi di cemento, da spartitraffico. Una linea di tram mai nato, un forsennato spreco di denaro pubblico, rifletteva Ludovico, mentre li oltrepassava; appetiti mai sazi di avvoltoi deformi. Sfregiavano l’asfalto come una cicatrice purulenta.

Il cantiere della ricostruzione ancora aperto e transennato. Le prime persone del mattino camminavano a fianco delle barriere di plastica arancione, indifferenti. Come se anche quella separazione, da sei anni e mezzo, fosse divenuta parte del paesaggio. Muto, e polveroso e rotto. Pesante delle complicità di silenzio e convenienza. Così anche per Ludovico, che guardava tutto senza davvero vederlo, mentre era attento a non scivolare, camminando.

Ludovico salì la scala in pietra, e si ritrovò nei corridoi aperti dell’Ospedale; il passaggio bloccato, a sinistra, dalle grate metalliche, arrugginite di erbacce, e si diresse, verso il grande corridoio centrale, a sinistra, fino alla sala Prelievi. Avrebbe dovuto prendere un numeretto ed attendere le otto del mattino, quando le infermiere avrebbero iniziato il loro lavoro. Guardò in alto, il display luminoso, che segnava l’ultimo numero chiamato il giorno prima. E lo confrontò col suo. Una trentina di numeri in più. Nella sala, però, c’erano solo sei o sette persone, sedute, a guardare dritto davanti a sé, in silenzio. Una coppia anziana parlottava piano.

Ludovico sapeva, come funzionava il sistema. Qualcuno, la sera prima, o il mattino quando ancora la sala non era aperta, prelevava una serie di numerini di carta che poi avrebbe consegnato agli interessati, che, così, senza fare la fila, sarebbero stati tra i primi al prelievo del sangue. Magari per amicizia, o per solidarietà. O, forse, per un po’ di denaro.

Ancora più di mezzora restava da aspettare, prima che le persone venissero chiamate a consegnare copia del pagamento del ticket, e, in alcuni casi, le provette con le prime urine del mattino. Ludovico perciò uscì fuori dalla sala, guardò le panchine di pietra nuda, sistemate fuori, circondate da container che ancora ospitavano servizi, o piccoli sgabuzzini, da cui uscivano infermieri vestiti di verde. Tornò indietro, verso l’ingresso dell’ospedale, all’esterno. Ed entrò nell’edicola posta proprio sul culmine della strada che, sotto le sbarre, si infilava poi dentro l’edificio dell’ospedale, fino al pronto Soccorso.

Acquistò un quotidiano; lo piegò, e se lo mise sotto il braccio. I passi lenti, di nuovo, verso la sala Prelievi. Il sole iniziava ad allargarsi sui parcheggi delle auto, preannunciando una giornata limpida, senza nuvole. Azzurra.

L’interno della sala Prelievi, visto da dietro il giornale aperto, cominciava davvero ad affollarsi. Quasi tutti i posti a sedere erano ora occupati. Qualcuno conversava con i vicini di sedia. A bassa voce. Ma, il rumore delle parole, tutte insieme, suonava come un tuono lontano. Crescente.  

Ludovico aveva salutato da lontano qualche conoscente. E guardava la folla delle persone tenendosi in disparte, in un angolo, in piedi. Provava ad immaginare, perché ciascuno fosse lì. Qualcuno per controlli abituali. Altri per ipocondria. Qualcuno per verificare se le cure andassero bene. Altri per individuare strani e inquietanti disturbi. Una ragazza incinta, per rassicurarsi che tutto andasse per il verso giusto.

Le infermiere camminavano veloci, e Ludovico non riusciva ad immaginare cosa, concretamente facessero, e perché. Sembravano misteriose sacerdotesse di un culto soprannaturale e destinato a restargli totalmente ignoto. Paurosamente, ignoto. Intanto, l’odore della sala iniziava a cambiare. Si distingueva il pulsare alcoolico del disinfettante e l’alito pesante dei vestiti troppo usati. E il colore buio della paura. Una bimba piangeva.

L’infermiera, con Ludovico, fu brava e veloce. Appena entrato, chiuse dietro di sé la tenda dello stanzino, e tolse la giacca. Arrotolò le maniche della camicia e porse il braccio sinistro. Lei guardò il testo dell’impegnativa. Poi lo guardò negli occhi. Con uno sguardo malinconico, veloce, e, senza parlare, gli avvolse intorno al bicipite, il laccio emostatico, stringendolo. Prelevò il sangue, usando un unico ago, cui attaccava, progressivamente, diverse provette. Un sangue scuro, che scendeva piano, come un mare stanco, le riempiva.

Ludovico si ritrovò fuori, di nuovo nella sala Prelievi. Teneva un po’ d’ovatta premuta con forza nell’incavo del braccio, per far coagulare il sangue. E fermarne l’uscita. L’aria era spezzata dai campanelli che chiamavano nuove persone, a presentare le ricevute del pagamento dei ticket, o a farsi prelevare il sangue, nella fila di sgabuzzini, divisi tra loro da una serie di separè. Si sentiva più leggero, ora. Era passato il tempo dell’attesa che, prima, aveva immaginato interminabile. Ora la giornata, che dentro di sé aveva sospeso, poteva iniziare. E sentiva anche un po’ di fame.

Entrò nel bar, posto sotto il palazzo a sinistra dell’Ospedale. Immerso nella confusione di un parcheggio colmo d’auto, e di un supermercato. Era pieno di persone, a quell’ora del mattino. L’aria era caffè, e cornetti. E una lontana traccia di vaniglia, dolce, come una carezza antica.

Ludovico prese il suo cappuccino e una pasta frolla, con dentro qualche pezzetto di mela, e una crema liquida. E sedette, ad un tavolo, nei pressi dell’ingresso. Da solo. Beveva lentamente e dava piccoli morsi al dolce. Sentendosi scendere dentro il calore del latte. Si guardava intorno, nel frattempo.

E fu allora, che la vide. Seduta di fronte a lui, un paio di tavoli distante. Parlava con due altre ragazze. E d’improvviso, a Ludovico, sembrò che il bar fosse silenzio.

Lei aveva i capelli biondi, quasi rossi. Pettinati lisci. Con una frangetta leggera, che le incorniciava il viso. Gli occhi erano una cascata limpida, che si gettava nelle sue labbra, rosse, piene e morbide, passando per il naso, pronunciato, ma dritto, severo, che le conferiva un volto rinascimentale, consapevole di sé. Attraversato come lampi dal suo sorriso dolcissimo e incerto, timido, talvolta, come se avesse timore a scoprirsi troppo, a sentirsi indifesa, anche solo un istante. La figura era snella, come un giunco elegante; indossava un maglioncino leggero, che quasi le nascondeva la dolcezza del seno. Ludovico restò a guardarla. Come se fosse un sole tenerissimo, appena velato dalle sue lacrime leggere.

Lei era così bella. E giovane. Indossava i suoi trent’anni, forse, come le gemme di primavera. Ludovico si guardava in cima ad uno scoglio altissimo sul mare. Gli occhi incantati dal blu profondo, e dalla paura di lasciarsi andare. Respirò, Ludovico, forte, come se dovesse affrontare una lunga apnea. E sentì, distintamente, la forza del sogno che gli stringeva il cuore smarrito.

Era come se la lancetta dell’orologio, avesse smesso di girare in tondo, ad un ritmo preciso ed eterno, e si fosse staccata, dal suo perno, attirata da un corpo celeste fin dentro una nuvola, che fermava lo scorrere degli attimi. E li poggiava sulle sue mani. Lenti, docili. Arresi. Ludovico sentiva che, davvero, si stava innamorando. Pur senza conoscerla.

Guardava le proprie dita sgomento. Si osservava volar via; scavare con le unghie le proprie mura, erette nel corso di anni interminabili, a protezione del proprio fragilissimo desiderio di smarrirsi, e della paura delle ferite, già subite, mai rimarginate. Non riusciva a credere a quel che ascoltava di sé. A quel che voleva, ascoltare di sé. Con un gesto della mano cercò di scacciare quei pensieri, mischiati, confusi, dai propri occhi, perduti negli occhi di lei. Le scintille del suo sguardo galleggiavano, nell’aria del bar, come fosse un mattino terso dinanzi alla neve. Deglutì, Ludovico. E sentì che il sapore della propria bocca desiderava quello dei suoi baci. Un’acqua profumata, e ubriacante. Un volo scosceso, e affamato. Ad occhi aperti, per riempirsi di lei, delle sue parole pronunciate di notte; delle sue parole capaci di scatenare il giorno e le maree.

Ludovico sapeva che nessuna, nessuna delle parole che aveva letto in centinaia e centinaia di libri, sarebbe stata capace di raccontare l’immensa vertigine di quegli istanti, che lo facevano tremare. Lo tornavano bambino incantato davanti ad un fiore. Scopriva improvvisamente il proprio mutismo, la propria impossibilità ad arrampicarsi su quel cielo improvviso, di serenissima tempesta. E si sentì nudo, e sconfitto, senza voler neppure combattere. Trapassato.

Sentì che lei avrebbe potuto riempirgli la vita. Renderla colma di senso e di miele. Squassando ogni dubbio. Come un vento potente cancellava le tracce di sabbia e scirocco. Immaginava il suo giorno con lei, senza pigrizie, senza mai smettere di cercare i gusti più fondi del vivere. Immaginava che il tempo, con lei accanto, sarebbe stato un infinito sorso d’acqua senza mai sete.

Lei si voltò, verso di lui. Con un cenno repentino del capo. Una volta, e poi ancora. E s’accorse che la stava fissando. E allora s’alzò. E si diresse verso di lui.

Ludovico tremava. Sudava.

  • Professore !
  • Sono Anelli, Gianna… terza E… al liceo… quindici anni fa ! –

Ludovico, si alzò, rigido, e pallidissimo. Le strinse la mano, sentendo le proprie stesse dita fredde, esangui.

E, senza dire una parola, le voltò le spalle uscendo dal bar, con passo incerto, malfermo.

Fuori, sulla rotonda davanti all’Ospedale, i primi studenti iniziavano a sedersi con i propri libri sul manto erboso, mentre le auto intorno giravano rabbiose in cerca di parcheggio.

_________________________
[1] Luigi Fiammata. Nato a Ciampino (Roma); vissuto a Lecce, ormai aquilano. Cinquantuno anni, di cui ventotto vissuti da sindacalista della CGIL. Prova a scrivere, perché è uno spazio di libertà. Perché prova a raccontare il mondo come lo vedono occhi, i più diversi da me possibile. E perchè può raccontare le storie che sogna siano vere. Sperando di comunicare, con chi legge. E di restituire qualcuna delle emozioni che vivere gli regala.

[divider] Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.