Storia di una sfortunata dolcissima ragazza dell’Altosannio

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 La vera storia di FEDERICA VITULLO  tratta dai suoi diari, a cura di Enzo C. Delli Quadri

Federica Vitullo

Era il 1998, Federica aveva 8 anni frequentava la  III elementare e scriveva questi versi:

Che Cos’è l’Amore
L’amore è passione del tuo cuore;
sembra follia,
ma è vera magia;
l’amore è quando si prova un sentimento
e allora l’amore entra in fermento;
l’amore è quando sei felice
e nessuno ti contraddice;
e se anche tu l’amore vuoi trovare
in fondo al cuore lo puoi pensare,
basta mettere un pizzico di magia
e l’amore entra in follia.

All’età di 17 anni fu colpita da una grave malattia che, tra profonde sofferenze, la portò via in pochi mesi-

Felice Vitullo, il suo papà,  racconta che il primo giorno di radioterapia, Federica, scrisse tutto d’un fiato, “Questa è la vera storia di Federica Vitullo” con uno stile semplice da studentessa del III Liceo Scientifico ma, allo stesso tempo, unico ed incisivo.

 Attraverso il racconto crudo e realistico dell’esperienza di vita condotta in otto mesi, fra il quotidiano e l’assistenza sanitaria, utilizzando definizioni di patologia direttamente suggerite da un vissuto radicalmente ed improvvisamente cambiato (linfoma: “ente maligno”), Federica raggiunge la consapevolezza della propria esperienza imparando, “sulla propria pelle”, una semplice ma grande verità; nel sentirsi più grande, saggia, matura, sicura e paziente, Federica, che ormai sorride, apprende (e ci rivela) un “segreto della vita che pochi (sfortunati) eletti” come lei conoscono: la pienezza e bellezza della vita nelle sue piccole (grandi) cose, attività ed esperienze quotidiane.

Federica Vitullo

Questa è una storia. E’ lunga e triste. Ma spesso le storie non sono a lieto fine. E le storie vere, come questa, si sa che non lo sono.

“C’era una volta una ragazza.

Usciva con le amiche e viveva una vita normale.

Finché un giorno … si ritrovò di colpo in un luogo triste dove l’aveva costretta ad andare un ente maligno.

Il suo nome era linfoma.

All’inizio la ragazza accettò quel nuovo posto così misterioso e così sconosciuto e si adattò.

Tutti intorno a lei le dicevano che sarebbe tornata presto a casa con le sue amiche e alla sua vita. Ma quel giorno non venne.

La ragazza aspettava e aspettava invano, pensando costantemente che sarebbe uscita presto.

Un giorno decisero il modo per far andare via l’ente maligno dentro di lei. Tutti le iniziarono a dire che avrebbe dovuto avere un po’ di pazienza. E la ragazza li guardava e sorrideva, inconsapevole di dove era capitata.

E nei giorni seguenti finalmente lo realizzò.

Era l’inferno.

Presto il sorriso scomparve dalle sue labbra, come anche 60 cm di capelli. Il suo aspetto iniziò a cambiare; ogni giorno la ragazza si guardava allo specchio e ogni giorno cambiava sempre di più, finché non riuscì più neanche ad alzarsi dal letto.

Per giorni rimase a letto con una flebo attaccata al braccio e una bandana in testa, per via dei capelli che iniziavano a cadere.

Dolori inimmaginabili la attraversavano e la sfinivano, pur non facendo nessun movimento.

Aveva continui mal di testa e vomitava per tutto il giorno, finché non si sentiva svenire e non rimanevano nient’altro che le viscere dentro di lei.

Un giorno le dissero che dovevano levare il catetere che le avevano messo perché non funzionava più. Al posto suo rimase una cicatrice inguardabile. La ragazza lo prese come un segno: un brutto segno.

Poi i dolori ricominciarono. E i capelli cadevano. Coprivano il cuscino e la bandana come pellicce. E la ragazza passava le ore con la bandana in mano sul water a levare capello per capello, finché non rimaneva più niente; e poi se la rimetteva per ricominciare lo stesso lavoro il giorno dopo.

Un giorno la ragazza si soffermò a guardarsi meglio nello specchio, o meglio, a guardare la ragazza che vedeva riflessa; ma non era più lei: faccia gonfia, così gonfia da sembrare piena di silicone, capelli per tutto il pigiama, gambe magrissime, cicatrice inguardabile.

E fu allora che accadde.

Successe che la ragazza che non piangeva mai, che non versava una lacrima neanche per qualcosa di molto triste, scoppiò in un pianto incontrollabile.

Calde lacrime che le scorrevano sulle guance e le bagnavano il pigiama, singhiozzi che la scuotevano come un terremoto, singhiozzi repressi per molto tempo; e una lama invisibile che la attraversava, la trafiggeva e la faceva sanguinare. No, non era sangue vero, ma sangue nero e velenoso come bile, sangue che le avvelenava l’anima a poco a poco.

Passò molto tempo prima che la ragazza smettesse di piangere e si accasciasse al suolo, sfinita. Per poi ricominciare a soffrire il giorno dopo.

La ragazza in quei momenti aveva modo di pensare; pensare ai suoi compagni a scuola con i loro futili e normali problemi da adolescente; pensare a come sarebbe stato bello correre in un prato o danzare freneticamente fino a crollare a terra zuppa di sudore ma felice. Pensare a come sarebbe stato bello vivere. Una cosa che lei non faceva da più di un mese.

Arrivò il momento per la ragazza di porsi una domanda a cui nessuno avrebbe mai risposto chiaramente: ma esiste qualcuno lassù? Se esiste, perché devo soffrire così? Perché esistono malattie così terribili come la leucemia? E perché sono costretta a guardare i bambini intorno a me con la testa pelata e con le flebo al braccio? Perché esiste il dolore? E perché solo se sei in un ospedale per un mese con i capelli che cadono e i dolori lancinanti, perché è solo allora che capisci il valore della vita?

Cose semplici come mangiare una fetta di torta, come uscire in una giornata di sole, come avere i capelli, come camminare preoccupata per andare a scuola chiedendosi se andrà bene il compito di latino.

Perché?

La ragazza non aveva una risposta. Sapeva solo che le persone intorno a lei non la capivano.

Perfino quando, felicissima, uscì dopo due mesi per tornare in mezzo agli amici. Tutti le dicevano di tenere duro e che presto sarebbe tutto finito.

E lei sorrideva e assicurava che andava tutto bene.

Ma non era così. Non andava bene.

Perché si sentiva falsa. Faceva finta di andare alle feste con gli amici, per i compleanni, per lo scambio culturale con i tedeschi; faceva finta. Tutto era difficile per lei.

Non entrava più nei vestiti, indossava una parrucca sulla sua testa ormai spoglia, aveva dolori e spesso si stancava e non vedeva l’ora di andare a casa. E spesso indossava una mascherina e la gente la osservava, sfacciata; e i bambini indicandola chiedevano alle madri: <<mamma, che ha fatto quella?>>; e le mamme affrettavano il passo e sussurravano velocemente cose senza senso ai figli, perché neanche loro ne avevano idea.

E la ragazza soffriva.

Poi tornava nell’“inferno” e ricominciava. E poi riusciva e ricominciava a fingere.

Ormai la ragazza si era abituata a questo, ma ciò che la infastidiva erano le persone che le dicevano convinte: << io ti capisco >>. E la ragazza aveva voglia di buttare tutto a terra e urlare a squarciagola che no, non la capivano. Nessuno la capiva. Nessuna di quelle persone aveva passato l’inferno che aveva passato lei in quei mesi. Nessuna di loro andava in giro con una parrucca in testa. Nessuna di loro aveva una cicatrice orribile che non se ne sarebbe più andata. Nessuna di loro aveva mai passato le ore sul water con una bandana in mano a levare, pazientemente, ogni singolo capello, quasi in modo paranoico.

Come potevano capire?

Ma la nota positiva era che la ragazza si sentiva cambiata dentro, non solo più grande: si sentiva più cosciente, più cosciente di alcune cose che se non si provano sulla propria pelle non si sapranno mai.

Si sentiva più saggia, più sicura, più paziente.

Perché di pazienza, in quei mesi, ne aveva avuta tanta. E lei non era mai stata paziente. Ma aveva imparato che non si può scegliere la propria vita, e che quello che ti succede devi saperlo gestire e trovare una via d’uscita.

Questo aveva imparato, ma nessuno l’avrebbe mai saputo.

Ora la ragazza, una ragazza molto diversa dall’inizio della storia, sta ancora finendo ciò che deve fare ed è più sicura.

Ora guarda la gente che passa con un sorriso, quasi un sorriso di superiorità (ma non esattamente) perché lei sa. Sa un segreto della vita che non si può imparare sui libri o a scuola, un segreto che solo lei e pochi altri (sfortunati) eletti conoscono, un segreto che sfortunatamente si impara sulla propria pelle.

Ora lei sorride e prende qualsiasi sciocchezza, che per gli altri è normale, come un dono.

E mentre sta continuando (e sta per finire) il lungo viaggio che ha intrapreso molti mesi fa, sospira, e pensando al suo futuro dice, come in quella canzone, “quel che sarà, sarà”. E aggiunge: “qualunque cosa sia, la affronterò”. ”

FINE

(Questa è la vera storia di FEDERICA VITULLO). 21 maggio 2007

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

9 Commenti

  1. Solo la sofferenza profonda ci regala la conoscenza della magia della vita, conoscenza non trasmettibile, così , quando ci troviamo di fronte ad una persona che soffre o che ha molto sofferto inchiniamoci con umiltà.
    Grazie Federica per questo istante di consapevolezza.

  2. Lacrime, solo lacrime ho potuto versare per questo piccolo angelo.
    Lacrime per ciò che poteva essere e non è stato; lacrime per i suoi sogni e i suoi proggetti irrealizzati;
    lacrime per quei genitori che hanno un grande vuoto nell’anima ma una certezza nel cuore: la loro bambina è e sarà sempre vicino a loro amandoli, se questo è possibile, ancora di più !

  3. Maurizio ha 5 anni, gli occhi azzurri i cappelli biondi, lo vedo gia il bel ragazzo che diventerà simpatico, intelligentissimo, svelto. Maurizio si ammala di un male che non lascia scampo, i medici mi dicono che non ha nessuna speranza, ma io voglio tentare e poi ci sono sempre i miracoli. Padre Pio mi può aiutare, a San Giovanni Rotondo, per un anno e mezzo con i bambini piccolissimi, con la malattia ci convivi e la condividi, incontro bravi medici e mi convingo che quella è la mano di Dio, ho speranza. Dopo il primo ciclo di terapie Maurizio può uscire dall’ospedale, comincia a frequentare la prima elementare, è il più bravo, gli insegnanti i bambini i bidelli il preside lo coccolano e proteggono, ma le terapie devono continuare, decidiamo di operarlo a Padova, un intervento rischioso che supera benissimo, si rimette in fretta, sta bene , torna a scuola, i medici lo guardano correre per i corridoi, il miracolo? tutte le terapie che poteva fare sono state tentate, ora dobbiamo aspettare, io non voglio pensare che.. vuole tornare a casa, viviamo sospesi
    aspettando, Maurizio compie 7 anni organizzo una festa di compleanno con tanti bambini, lui è felice ma ormai stanco, io sorrido con il cuore che piange. Guardandosi allo specchio mi dice “mamma sono diventata una carcassa umana” solo ora mi rendo conto che ha capito tutto, che osserva, non so cosa dire per consolarlo. E’ troppo piccolo per capire che non c’è solo la vita… è troppo piccolo per aver paura.
    C’è un’angioletto biondo con gli occhi azzurri, Maurizio.

    • Leggo con gli occhi lucidi le tue parole, il respiro rallenta, vorrei urlare….maledire. Allungo la mano e te la tendo,cara Amalia, nell’illusione di un conforto, ma non capiremo mai il tuo dolore.

  4. Per un credente è impossibile accettare una disgrazia. Il Padreterno perchè deve far soffrire? Perchè deve far soffrire i bambini? Se ha accettato che una persona nasce, perchè poi cambia idea? Mi fermo, respiro, ingoio…, non capisco!Quanti perchè ancora mi provocano, mi fanno domande alle quali io non so rispondere. Una lacrima, una preghiera, una…, non so!

  5. La sensazione di tristezza mi ha riempito la bocca di saliva e qualche lacrima ha fatto il resto.
    Di fronte a queste storie non si può restare senza chiedersi : « perché la malattia e la morte di ragazzi e di giovani ? » E’ INCOMPRENSIBILE ! pensare al dolore dei familiari mi mette in una strana condizione : non trovo parole adatte, sembrano tutte inutili e vuote …e allora dico solo CORAGGIO ! LA FORZA di andare avanti vi verrà solo dalla stessa persona che ora non è più fisicamente presente,ma eternamente vive nel vostro cuore.

  6. HO letto e commentato ieri questa commovente e triste storia, angosciata come mamma e come nonna, quando un ragazzo o giovane soffrono tanto- fino alla morte!- Che sembra sempre ingiusta a tutti, ma lascia nella prostrazione i familiari… A loro va la nostra più intima e convinta solidarietà e riconoscere che è solo un grande coraggio ed una straordinaria FORZA d’animo che li sorregge e li fa proseguire nel cammino, talvolta con dedizione ad altri che si trovano in sofferenza!

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