Stafaniello, l’ultimo dei vetturini

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di Maria Delli Quadri[1]

Stefano Fossaceca, in arte “Stafaniello”, il mio bisnonno

Stefano Fossaceca, da tutti chiamato familiarmente Stefaniello o Stafaniello,  era il nonno materno di mio padre. Dal censimento effettuato nei 1901 si apprende,  attraverso i registri  del comune, che l’uomo era nato ad Agnone (CB) il 4 maggio del 1848; era  di religione cattolica, e faceva l’albergatore. In realtà Stefano aveva fatto l’ortolano più o meno fino a venti anni, non certo per inclinazione quanto piuttosto per seguire le orme paterne.

Località “Pietra del melo”

Dopo avere sposato Angela D’Aloise, il giovane aprì un’osteria, con rimessa di cavalli e locanda, al Casone della Pietra del Melo, dove carrozze, animali e uomini si fermavano per una sosta refrigerante. Questa località si trova tra la vecchia centrale a carbone e il casello dei Tre Termini. E’ un angolo suggestivo dell’Alto Sannio, un paesaggio che non ha uguali, da paragonare senza dubbio alle antiche praterie del west americano, come lo abbiamo visto in numerosi film di John Wayne.

via roma con freccia
Agnone – Via Roma negli anni ’50: un tempo aperta campagna, con pochissime abitazioni

Anni dopo Stefano trasferì l’attività nel  centro di Agnone e aprì un albergo, con annessa trattoria,  nel palazzo, da lui costruito, che oggi chiamiamo “dei Di Lazzaro” e che attualmente ospita la cremeria Labbate-Mazziotta. Lì, in pratica, finiva il paese, tutto il resto era aperta campagna, salvo qualche sparuto casolare: non esistevano neppure le case di fronte.
Conoscitore e domatore di cavalli, ebbe la concessione, dalle autorità competenti, per il trasporto della posta e delle persone – fino ad un massimo di 16 – da Agnone a Isernia prima, poi fino  a Carovilli, in coincidenza col treno; successivamente le linee Agnone-Castiglione Messer Marino/Schiavi D’Abruzzo.
L’area adibita a deposito di carrozze e cavalli era  il vecchio convento dei Cappuccini, rimasto vuoto dopo la presa di Roma del 1870 e situato nel piazzale della stazione dove oggi sorgono i giardinetti pubblici.
Certo, chi di noi volesse fare il paragone tra il paese di oggi e quello di  ieri, farebbe fatica solo a immaginare quali potessero  essere le differenze; tra i passanti, molti uomini e qualche rara donna che,  attraversando  in gran fretta, osservava, si teneva dentro le proprie opinioni,  non sostava  ma andava oltre  Era un altro mondo, non ragazze belle, da sole, spigliate, sorridenti, ma donne con lo scialle che nascondeva i loro visi, gonne lunghe, passo frettoloso.
La donna viveva ai margini ed era sempre sopraffatta dalle convenzioni sociali: prima il padre, poi i fratelli, infine il marito dirigevano la sua vita.

Questo era il regno di Stefaniello, che occupava tutti gli spazi possibili con carrozze piccole e grandi, carretti e birocci. Anche l’odierna via Roma rigurgitava di materiale da scuderia e strumenti vari di lavoro. Abbiamo pochi documenti fotografici dell’epoca, possiamo solo immaginare sia la strada che lo spazio della “villetta” rigurgitanti di carrozze, cavalli, materiale di scuderia e strumenti.

stazione
Questa vecchia foto offre una visione d’insieme della zona occupata dal protagonista della nostra storia. In essa è visibile l’area del convento ormai demolito

Il personaggio
Stefaniello era un popolano analfabeta, ma un gran poeta…. Improvvisava versi, composti con un dialetto ben ripulito e con una musicalità piuttosto notevole. Non era andato a scuola perché figlio di popolano, ma era dotato di senso artistico e musicale del verso.
Ad un forestiero che faceva sfoggio di grande cultura, rispose:
“Se io sapessi di A e di E …….
me ne frecarria di te;

Ad un bugiardo disse:
“Fischia il vento e contrasta la boria
pueta, busciarde e mariuole
ena tene’ na bona memoria”.

L’osteria era il teatro dove creava e declamava le sue poesie. La comitiva, di cui era il leader, spesso si riuniva per una cena accompagnata da abbondanti  libagioni. Stafaniello era maestro di brindisi e una volta scelto un commensale, gli cuciva attorno una poesia improvvisata. Un esempio è quella, improvvisata sul momento, dedicata a un tal Salvatore suo amico:
Ti saluto con calore
caro amico Salvatore
sei un buon lavoratore
che con mente e con sudore
batti il ferro senza errore.
Se ti chiedono un favore
tu lo fai con tutto il cuore.
Sei gentile come un fiore.
Col bicchiere in tuo onore
pien di vin di buon sapore
STEFANIELLO  rimatore
ti saluta, o Salvatore.

I suoi scherzi erano pesanti e dissacranti., alcuni dei quali sono passati alla storia. Eccone qualche esempio:

“Porto vento”

otre

All’epoca dei fatti Agnone era comune “chiuso”. Ciò voleva dire presenza di guardie doganali che esigevano il pagamento di  un’imposta da chiunque varcasse la dogana portando merci (ricordiamo a tal proposito il famoso film con Troisi e Benigni “Non ci resta che piangere”).
Stafaniello, insofferente di ogni imposizione, un giorno decise di giocare un brutto tiro ai doganieri: gonfiò un otre, se lo caricò sulle spalle e si incamminò lungo la salita alla sommità sulla quale c’erano i gendarmi,  mimando alla perfezione l’uomo curvo sotto un gran peso. “Cosa porti?”, dissero questi; “Porto vento”, rispose il nostro e proseguì.
La scena si ripetette per ben tre volte; la terza volta le guardie, insospettite, lo costrinsero a seguirle fino a Piazza Plebiscito, dove si trovavano gli uffici doganali (odierno Bar Letterario). Qui gli fu ordinato di aprire l’otre, ordine che fu tosto  eseguito. Con grande meraviglia, e tra le risate dei presenti, l’otre si sgonfiò con un  sibilo acuto e prolungato, poi si afflosciò.
Con faccia ingenua l’uomo si guardò intorno e con voce dolce esclamò: “Ve l’avevo detto che portavo vento”.

Il Pretore

pretore

Tutto lo spazio attiguo al convento era sempre ingombro di birocci, di carretti, di carrozze. Tra queste, anche quelle che, all’uopo, dovevano portare i passeggeri  alla stazione di Carovilli. La carrozza veniva predisposta già dalla sera prima per la partenza, orario ore 5 del mattino.
Un giorno capitò che tra i passeggeri vi fosse il Giudice Pretore. Stafaniello aveva i suoi motivi per fare dispetti all’uomo di legge, così quando questi  gli chiese di prenotargli un posto per la mattina successiva, rispose che era tutto esaurito.
“Vedremo!” reagì con superbia il pretore.
La mattina dopo, ben prima delle 5, l’uomo di legge sgusciò furtivo tra i carri e i birocci, poi si accomodò  per tempo nella carrozza indicatagli da un garzone il giorno prima e aspettò nell’ombra. E aspettò davvero, perché Stafaniello che, prima di partire faceva un giro di ricognizione, con i suoi occhi di lince lo aveva visto da lontano e aveva preso la sua decisione: quella carrozza non sarebbe partita! Ne avrebbe usata un’altra più lontana. Cercando di non far rumore, fasciò gli zoccoli ai cavalli e li spostò fino all’altra carrozza e con quella Stafaniello intraprese, nel silenzio più totale di uomini e animali, alle cinque del mattino, il suo solito viaggio. Il giudice sta ancora lì ad aspettare.

I tre preti: 

tre asini 3Carnevale 1876, 27 febbraio. Stafaniello, che era un organizzatore formidabile di mascherate, per quell’anno ne elaborò una piuttosto irriverente che rimarrà poi nella storia agnonese per molti anni ancora.
C’era, in Agnone, un prete molto chiacchierato: si chiamava Ernesto Covitti, parroco di S. Amico, nominato da poco per questa nobile missione. Costui non era una persona tanto per bene, così  che i parrocchiani si lamentavano per i suoi metodi  corrotti e poco consoni ai precetti religiosi, disertando le funzioni e parlando male di lui; oltre al parroco,  sotto accusa erano anche il vescovo di Trivento, Luigi Agazio,  e il Vicario Cioffi, colpevoli di aver nominato un parroco poco onesto.
Fu così che, in quel memorabile carnevale, gli agnonesi  videro sfilare, a partire dalla Ripa e per tutto il paese, tre asini bardati:
Il primo, un po’ più vecchio, guarnito di un ricco piviale, con sulla testa una mitra di carta dorata tempestata di false pietre preziose. La coda, allungata con uno strascico, seguiva come un manto regale e ogni tanto veniva sollevata come per benedire il popolo. Rappresentava, questo, il vescovo di Trivento.
Il secondo ciuco indossava  una lunga cotta pieghettata con su una mantellina nera come usano i dottori della teologia. Sul capo un grosso berretto a quattro punte col fiocco al centro: il vicario Cioffi.
Il terzo aveva la pelliccia da parroco e una striscia di cuoio bianco intorno alla gola come un collare, legata con lunghi nastri rossi che sventolavano in tutte le direzioni.
Alcune persone mascherate portavano a spalla lunghe pertiche di caciocavalli e prosciutti che dondolandosi cozzavano tra loro, cesti pieni di altri regali, borse ricolme di monete tintinnanti. Tutto rappresentava il simbolo della corruzione.
Il popolo seguiva o precedeva sghignazzando e applaudendo quando, ad ogni slargo, Stefaniello, come fosse un banditore, si fermava, dava uno squillo di tromba e cominciava:
“Ecco io vel confermo e vel ridico,
 è questo il parroco di Sant’Amico”
Poi proseguiva accarezzando l’altra bestia sulla groppa:
“Signori, non occorre alcun commento:
monsignor Agazio di Trivento”

La rassegna proseguiva:
“Evviva il gran Vicario diocesano
che ci ha dato un bel regalo in mano”

Nel gran largo detto Fontana Rosa (l’attuale Piazza Vittoria)) il corteo si arrestò. Tutti a fargli festa, a spargere confetti addosso a lui acclamandolo come un eroe. Tutti volevano offrirgli qualcosa, ma egli rifiutava dicendo:
“Or non è tempo di fare complimenti
perché qui non si tratta col vescovo o il vicario di Triventi…”

La storia non ebbe lieto fine, perché coloro che erano stati presi di mira, ebbero la rivincita: gli autori della mascherata furono condannati alla prigione e alla multa.

osteria-del-sole
L’interno di un’antica osteria (foto dal web)

Non era un giocoliere o un cantastorie… ma un uomo pieno di rigore e dignità. Però gli amici sapevano che facilmente poteva andare su tutte le furie e temevano la sua ira. In questi casi era capace anche di tirare fuori il coltello (usanza a dir vero comune tra i popolani abituati a difendersi dai soprusi).
Uno dei tanti episodi narrati da mio padre Peppino, nipote prediletto,  è il seguente: arrabbiato col nonno per essere stato picchiato quella stessa mattina e mal consigliato da un commensale che non aveva gradito il brindisi a lui rivolto, durante una di queste cene, quatto quatto si recò dietro a Stafaniello e sfilò piano piano la sedia da sotto al nonno che, in piedi, stava facendo un brindisi.
L’uomo andò per sedersi, ma si afflosciò, indi si rialzò e, con gli occhi iniettati di sangue, gridò:
“Chi è stato?”  Nessuno si mosse e furono, quelli, attimi di puro terrore.
“Vigliacco, fatti avanti!”. Qualcuno azzardò una debole protesta, ma fu sovrastato dalle grida dell’uomo che ormai era fuori di sé dalla furia omicida. Il compare gli si avvicinò e, con fare ragguardevole gli disse: “Vedi compare Stefano: a giuramento, è stato tuo nipote Peppino”. Peppino,  che era rimasto  sulla porta per seguire gli eventi, a queste parole fuggì come una lepre.  Per ben tre mesi dovette nascondersi  presso i nonni paterni. Poi però Stafaniello cadde malato gravemente e il nipote fu esortato ad andare a trovarlo. Si affacciò il ragazzo, il nonno ne percepì  la presenza e disse:
“Peppì, sci tìuue?” (Peppino, sei tu?).
E il  ragazzo: “Sciòine, so ioje”  (sì, sono io).
Al che il nonno: ” “Ve’ ècche, ca nen te facce cubbelle; sotto a ru cusciòine ci sta ‘na bella càusa” (vieni qua che non ti faccio niente; sotto il cuscino c’è una bella cosa).
Peppino, che temeva ancora la punizione del nonno, pensò che fosse uno stratagemma. Piano piano si accostò al letto, poi velocemente infilò la mano sotto il cuscino e trovò….. alcune monetine: il segno della pace  ritrovata.

Copia di Margherita
In questa foto sono ritratti Margherita ( destra) e il marito Herman Fiordalisi (a sinistra) in visita in Italia nel 1965.

La famiglia
Stefano, come già detto all’inizio di questo racconto, aveva sposato Angela D’Aloise (soprannome “dell’Urse”) dalla quale ebbe sei figli:
-Cesaria (mia nonna) che sposò Alessandro Delli Quadri (mio nonno); da lei prese il soprannome mio padre, a tutti noto anche come Peppino Cesaria;
-Concettina, che andò sposa a Raffaele Anniballe (zi Faluccio, nonno di Florenzo, Paride e Rita). Queste due sorelle furono le uniche a rimanere in paese e la parentela con la famiglia Anniballe si è mantenuta stretta.  Nel lessico familiare la chiamavamo  “zi Cuncettina  Stafanella”, per distinguerla da “zi Cuncettina la furnara”, altra zia, ma del  ramo paterno.
-C’erano poi Delfina e Ida, entrambe emigrate negli Stati Uniti dove, come si dice, fecero fortuna. Quando rimandavano i pacchi c’era dentro sempre bella roba o dei dollari spediti da Margherita, figlia di Delfina, una cugina nata in Italia, a cui mio padre voleva molto bene. Infine Antonino e Carlo di cui non ho notizie.
L’uomo in famiglia era piuttosto collerico (non era una rarità all’epoca). I familiari lo temevano, avevano paura delle sue sfuriate a cui potevano seguire anche gragnuole di botte, sicché Peppino, il nipote prediletto, spesso era chiamato a fare  da intermediario. Stafaniello aveva il catarro facile, forse per via del mestiere esercitato, d’estate con la calura e d’inverno col gelo, e il ragazzo veniva spedito dalla nonna Angela su in camera a chiedergli se voleva qualcosa. Il ragazzo, piano piano si affacciava alla porta e chiedeva con voce smorzata: “Tato’, vo’ caccàusa?” (Nonno, vuoi qualche cosa?).  Il nonno poteva rispondere, ma anche no; in questo caso Peppino entrava, si avvicinava alla sedia dove era appesa la giacca, metteva la mano in tasca e sfilava qualche moneta. Se il nonno alla fine lo vedeva e non parlava erano fatti loro, tanto grande era l’affetto che li legava.

Con la sua morte finisce un’epoca
A quei tempi, non essendoci ancora i bagni in casa, gli uomini usavano, di sera, fare i propri bisogni in aperta campagna. Stafaniello si recava, per questo rito, a Colcazzitto, località molto prossima alla sua casa. Qui, protetti dal buio, si acquattavano gli uomini del quartiere e in questo insolito luogo di appuntamenti si incontravano per conversare di fatti di cronaca e di politica. Una sera del tardo inverno, con la pioggia battente, Stafaniello, nonostante le raccomandazioni dei familiari di non andare, decise di sfidare il pericolo e affrontò la tempesta. Sul terreno sdrucciolevole l’uomo scivolò e cadde, rompendosi il femore. Dai compagni di “seduta” fu rialzato e riaccompagnato a casa. Fu messo a letto a riposare e, senza potersi alzare, rimase in questo giaciglio per parecchio tempo.
Mio padre andava a trovarlo e gli diceva: “Tatò, gna sctìa?”.
“M’ fa mal prassé la cossa”, rispondeva lui.
Peppino rispondeva: “Mé, tatò, ca mo’ t’ passa”. Ma non passò.
Secondo la regola del tempo delle tre “C”: catarro, caduta e cacarella, l’uomo non superò l’incidente. Stafaniello morì il 16 aprile del 1922, all’età di 74 anni. Il suo caro nipote Peppino aveva 19 anni.

Qui finisce la storia di Stafaniello, uomo dal carattere non facile, ma onesto e gran lavoratore. Di lui parla anche Ascenzo Marinelli che racconta la vicenda della mascherata in uno dei suoi libri.
Con la sua morte, si chiude un’era storica, durata migliaia di anni, nella quale l’uomo ha trasportato persone e merci con carrozze, diligenze, bighe e traini, tirati dai cavalli. Da sempre l’uomo ha guidato carovane itineranti da un luogo all’altro del pianeta, aiutato da cavalli e muli che hanno attraversato sentieri verdeggianti, luoghi impervi e boscosi, fiumi impetuosi, terre inospitali e arse dal sole e che sono stati suoi compagni fedeli nella guerra, nel lavoro e nella vita quotidiana in ogni sua attività. Non c’era distanza che potesse spaventare il viaggiatore, purché il cavallo fosse forte e la carrozza calda, comoda e sicura.
Tutto questo nel nostro paese (Agnone) cessa quasi in contemporanea con la morte dell’uomo che, per tutta la vita, ha fatto del mestiere di “vetturino” un’arte e una missione. Ha fatto appena in tempo, Stefano Fossaceca in arte Stafaniello, a vedere il mondo che voltava pagina: era arrivata la tramvia Agnone-Pescolanciano che, nel 1914, apriva le porte su un mondo sempre più vasto ma più facile da raggiungere e arrivano le carrozze a motore semoventi.  Il XX secolo aveva spalancato le sue porte ed aveva accolto con entusiasmo le novità, il progresso, la velocità.
Ciò che è oggi, lo si deve alla coraggiosa quotidianità di chi, come Stafaniello, sfidando i pericoli del mondo poco conosciuto, ha tracciato la via a quelli che sono venuti dopo.
Per molti anni ancora io, ragazzina, ho continuato ad assistere ai viaggi quotidiani delle bighe che arrivavano dai paesi vicini: Poggio Sannita, Belmonte del Sannio, Schiavi d’Abruzzo, Castiglione Messer Marino. Ma ormai la strada principale era quella di via Aquilonia, dove svettava agile e snello il tram.

colcazzitto
Un’altra visione d’insieme del quartiere descritto nel racconto
littorina
“Colomba bianca” era il nome della littorina che faceva il servizio tra Agnone e Pescolanciano
progresso
La linea Agnone -Vasto non più percorsa dai carrozze a cavalli, ma da moderni mezzi semoventi

 

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[1] Maria Delli Quadri, Molisana di Agnone (IS), già Prof.ssa di Lettere oggi in pensione. Ama la musica, la lettura e l’espressione scritta dei suoi sentimenti.

[divider] Editing: Flora Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine [divider]

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