Sfortunato molisano nelle mani  di un luminare famoso…..

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1494

Racconto di Adele Rodogna [1]

Malasanità (?)” nell’Ospedale della Pace in Napoli…..; seguirono processi e proteste e malinconiche decisioni ……………….

Ospedale-Lazzaretto di Santa Maria della Pace di Napoli
Ospedale-Lazzaretto di Santa Maria della Pace di Napoli

Ai primi del ‘900 la stampa locale molisana poteva vantare un numero considerevole di testate presenti su Isernia e provincia: se ne possono enumerare ben ventisette. Questo è tanto più sorprendente se si tiene in debita considerazione il basso livello di istruzione della massa e il fatto che, il più delle volte, si discuteva di cultura e di politica soltanto nelle botteghe del popolino o nei salotti altolocati.

Un motivo del considerevole numero di giornali va senz’altro attribuito al cattivo collegamento tra l’allora provincia e le due grandi città del centro-sud: Roma e Napoli. Per molti molisani del resto, Napoli era ancora la capitale e infatti la formazione culturale della stragrande maggioranza degli intellettuali dell’epoca è napoletana. Ma il proliferare della stampa non si può ricondurre unicamente alla lentezza delle comunicazioni: vi era una certa intraprendenza da parte di alcuni intellettuali nel poter esprimere il loro parere riguardo ai maggiori avvenimenti politici e sociali dell’epoca, sia nazionali che locali.

I fatti presi in considerazione sono tratti da una di queste riviste dell’epoca, “Il Battagliere Indipendente”, noto giornale settimanale isernino stampato dalla Tipografia Colitti di Isernia. Il giorno 23 dicembre del 1900 comparve sul num. 41 Anno VIII un articolo in cui si esponeva il caso, oggi diremo di malasanità, di un giovane trentaquattrenne campobassano, Paolo Iammarino, affetto da una malattia al fegato e per questo ricoverato, a pagamento, nell’ Ospedale della Pace in Napoli. 2)

A narrarci questa storia dalle pagine di uno dei più prestigiosi giornali molisani politici, amministrativi e letterari del tempo e’ un giovane libellista, De Luca Lorenzo, di anni 22, figlio dell’avvocato De Luca Lorenzo e di Livia Cenni, che si celava dietro lo pseudonimo di Barone di Pietralata, un intellettuale arguto e provocatore.

Campobasso anni 1900
Campobasso anni 1900

Secondo la ricostruzione dei fatti, il sig. Paolo Iammarino, “giovane commerciante di Capobasso di specchiatissima fama cittadina, dotato di robusta costituzione fisica e privilegiata costituzione morale, sposo esemplare a Giovannina De Feo, gentil­-donna distintissima, padre di tre bambini”, affetto da una malattia al fegato (diagnosticata secondo ipotesi più disparate: catarro biliare, calcolosi, cirrosi ipertrofica…), contro la quale invano per più di tre mesi vennero adoperati tutti i rimedi offerti dalle terapie mediche del tempo, il giorno 20 ottobre del 1900 veniva ricoverato nell’Ospedale della Pace di Napoli, una delle più rinomate case di Salute napoletane del tempo, per essere sottoposto ad una laparotomia con scopo terapico ed insieme esplorativo, consigliata ed eseguita dal Prof. Senatore Antonino D’Antona, spiccatissima personalità della Clinica Chirurgica napoletana del tempo.

Senatore_D_Antona
Senatore_D_Antona

Antonino D’Antona3) era un chirurgo di chiara fama, allievo di maestri illustri di medicina, particolarmente vicino alle figure di O. Schrön, A. Cardarelli e F. Palasciano. Era stato professore ordinario presso la Cattedra di Patologia Chirurgica nell’università di Napoli, pur non trascurando mai la pratica clinica. Fu chirurgo all’Ospedale dei Pellegrini di Napoli e nel 1888 vi occupò anche l’ambìto posto di anatomopatologo. Sotto la sua guida si formarono molti eccellenti chirurghi, tra i quali E. Tricomi, G. D’Urso e G. Pascale. Nel maggio 1896 fu delegato, insieme a E. Bottini, a rappresentare la Società italiana di chirurgia a Berlino nel XXV anniversario della Società tedesca di chirurgia. Il 25 ottobre 1896, a coronomento di questa brillante carriera, Antonino D’Antona venne nominato senatore del Regno.

Dunque, il Prof. Senatore Antonino D’Antona era all’apice della sua chiarissima fama quando il giovane paziente molisano Iammarino si rivolse a lui per trovare una cura al male che lo affliggeva.

Era il 20 novembre del 1900, allorquando Paolo Iammarino “un mese intero dall’operazione seguita; consigliato con insistenza da valutarsi a tornare in Campobasso; venuto perciò fra i suoi e proprio quando nell’animo dell’angosciata famiglia rinasceva la speranza di conservare una vita a lei tanto cara, colto improvvisamente da febbre, in poche ore spirava fra spasimi atroci”.

Pietralata ci riferisce che i parenti del Iammarino, fortemente dubbiosi dell’operato del luminare D’Antona, il quale già in laparotomia aveva loro diagnosticato sul paziente un carcinoma diffusissimo, chiesero l’intervento di un distinto giovane medico campobassano, il Dott. Altobello, per eseguire sul corpo l’autopsia; dalla quale si evinsero “ il fegato in condizioni quasi normali, la cistifelia per opera d’arte, ossia per mano d’uomo, spostata dal proprio sito ed aderente alle pareti addominali, molto liquido giallo con pochi fiocchi fibrinosi, ed un batuffolo di Garza, la quale distesa misurò non meno di cm. 0,75x 0,45!” (Verbale d’autopsia) 4)

La garza, sempre secondo il verbale succitato d’autopsia, “venne in più batuffoli adoperata dal prof. D’Antona, sia per detergere la ferita, sia per restringere il campo operativo, sia per contenere e comprimere durante l’intervento gli organi e le viscera sottostanti al taglio occorso”. E non essendo stati ritirati dall’operatore tutti i batuffoli impiegati man mano che procedeva alla sutura dell’incisione seguita, ne restò uno chiuso nell’addome, fra le viscera del giovane Iammarino, “origine di ascessi purolenti, centro d’infezione e causa di peritonite5) ; il che spiegherebbe la febbre improvvisa, breve e fatale, prodotta da assorbimento di materiali organici alterati e corrotti, l’avvelenamento del sangue e la conseguente morte del giovane paziente.

Su richiesta dei parenti del paziente, che accusarono il prof. D’Antona di negligenza ed imperizia ancora più gravi del previsto, poiché provocate da una mano di riconosciuta superiorità tecnica e scientifica in materia chirurgica, si aprì un processo che ebbe alterne e contraddittorie vicende e che vide comparire, in qualità di periti, alcuni tra i più illustri nomi della medicina del tempo.

imputatoIl Barone di Pietralata, dal canto suo, dalle pagine de Il Battagliere Indipendente, sollecitò a viva voce che il delitto non restasse impunito a titolo di inesistenza di reato, o quanto meno di insufficienza di prove, o “di non meno deplorevoli compiacenze di giudicanti verso non comun giudicabile6), data l’elevata posizione parlamentare del prof. D’Antona, già Senatore del Regno D’Italia. Anzi, il Pietralata chiese – dalle pagine del succitato Giornale – che le responsabilità morali del chirurgo fossero accresciute proporzionatamente nel campo morale, e che “gli alti Suoi meriti più che motivo a discriminanti o ad attenuanti nella fattispecie insorgano contro di Lui come circostanze affatto aggravanti7), esplicitando chiaramente i suoi timori: che, in un procedimento penale, come quello incoato contro il D’Antona, sarebbero potuti confluire episodi di correità e di complicità di corporazione, tesi a fuorviare la giustizia nel proprio cammino, perché qualunque magistrato si inchinerebbe dinanzi ad “una toga senatoria, come omaggio all’imperante plutocrazia […], perché i nostri Tribunali sono impacciati in grettezze medievali, per cui spesso si scambian le parti l’imputato, il reo, la vittima8).

Ma l’elemento a mio avviso più interessante del suddetto articolo è il richiamo che il Barone di Pietralata fa al decesso del giovane Iammarino per cause separate dalla malattia pregressa, che configurano – a suo stesso dire – l’omicidio doloso e colposo da parte del prof. D’Antona, e si ripropone di vagliarne le cause e le ipotesi in un articolo successivo a questo contemplato e datato 20 dicembre 1900.

Il processo al Prof. cominciò il 16 gennaio 1901 e si concluse quasi subito con un non farsi luogo a procedere, per mancanza di indizi; successivamente, fu avviato un secondo processo nel 1903, in cui l’elevata posizione parlamentare del prof. D’Antona, Senatore del Regno, portò nel febbraio 1904 ad una discussione della causa davanti a tutto il Senato riunito in Alta Corte di giustizia, sotto la presidenza di G. Finali.

Dopo un dibattito lungo, reso laborioso anche dalla complessità dei diversi pareri peritali, il D’Antona venne assolto per non aver commesso il fatto 9) .

Nella memoria dell’opinione pubblica, però, il nome del chirurgo restò fatalmente legato per molto tempo a quel processo, anche se negli anni successivi il D’Antona scrisse un memoriale 10) (cfr. A. D’Antona, Brevi chiarimenti di fatto intorno al mio processo, Napoli 1904) in cui forniva la sua versione dei fatti, e cioè che il paziente era deceduto per l’esito naturale della malattia che egli aveva diagnosticato, al tavolo operatorio, come cancro.

Ben diverse le sorti de Il Battagliere Indipendente e del Marchese di Pietralata.

Quella del 23 dicembre del 1900, numero 41 anno VIII fu l’ultima copia pubblicata, perché il giornale venne improvvisamente chiuso e al Marchese e al titolare del Giornale, nella persona di Domenico Barbato, di Benedetto e Di Rubbio Annunziata, coniugato con Armenti Filomena, di professione giovane tipografo, venne comminata una multa di £4000, una cifra inconcepibile per quei tempi!

Semplice casualità o un modo per mettere a tacere due voci scomode? Probabilmente non lo scopriremo mai…


[1]Adele Rodogna, insegnante di Italiano e Storia, laureata in Lettere Classiche e specializzata in Beni DemoEtno – Antropologici. Attualmente dottoranda in Scienze Umane e Sociali, appassionata del territorio, ha curato diverse pubblicazioni tese alla valorizzazione dello stesso.
2) A.S.I, busta 367, fasc. n.2

3) Treccani.it, Enciclopedia della Cultura Italiana
4-5 ) Verbale di autopsia depositato c/o Archivio di Stato di Isernia, busta e fasc.
cit.
6- 7-8) Cit. A.S.I.
9) Treccani.it, Enciclopedia della Cultura Italiana
10) A. D’Antona, Brevi chiarimenti di fatto intorno al mio processo, Napoli 1904

N.B. Si ringrazia vivamente l’Archivio di Stato di Isernia, per l’ospitalità e la cordialità mostrate


Copyright Altosannio Magazine
Editing: Enzo C. Delli Quadri 


 

 

3 Commenti

  1. Brutta storia di malasanità -come è stata giustamente definita- di abuso di potere, di soprusi, di mancanza di attenzione e certamente quel che più duole di morte! Una prematura morte, forse evitabile!
    Ma che dire oggi a distanza di tempo? ! se non per consolarci di qualche caso che ancor oggi avviene? SOLO QUESTO: che il progresso forse in tutti i campi è stato raggiunto anche per gli ERRORI COMMESSI in TUTTI I CAMPI. Si spera solo nella lezione che ci deve guidare dopo la lettura di questo doloroso articolo di un’antica cronaca.

  2. L’episodio viene narrato, con dovizia di particolari, nel volume “Giuseppe Altobello naturalista, poeta, medico” di Maria Concetta Barone, Corradino Guacci e Italo Testa, pubblicato da Palladino Editore nel 2014, pag. 180-184.

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