Santo Stefano 26 dicembre

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di Meo Domenico [4], tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001

(Nota: Santo Stefano fu il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli perché li aiutassero nel ministero della fede. Era ebreo di nascita. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa, fu il protomartire, cioè il primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli dove appare evidente sia la sua chiamata al servizio dei discepoli sia il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso (Saulo) prima della conversione)

La festa dedicata a Santo Stefano si svolgeva nella chiesa di San Nicola di Bari. La statua era sistemata nella nicchia a fianco dell’altare del Santo titolare. Fu restaurata nel 1888 dai fratelli Angelini. E’ lignea, e raffigurail Santo con l’aureola, la dalmatica diaconale, la palma del martirio e il manipolo.

Alle solenni celebrazioni religiose si aggiungeva un rituale molto originale, che prevedeva la benedizione di cavalli, muli e asini ed una conseguente corsa, come è riportato sul periodico locale Aquilonia, del gennaio 1885:

«E il Santo Stefano in Agnone pure merita un cenno. Il Santo si festeggia con grandissimo concorso di popolo, d’ambo i sessi. Fin qui non ci è nulla di strano. Ma lo spettacolo curioso sta in questo: gran parte di coloro che dispongono delle bestie da soma o da tiro, e credono alle superstizioni, salgono a bisdosso degli animali, e girano, al trotto, intorno alle mura del tempio, per tre volte consecutive; ed un prete in farsetto, fermo in un punto, unge i corridori con certo olio santo, accompagnando l’unzione con non so quali sacramentali parole. Questa cerimonia, costa un soldo, ma ha la magica virtù di preservare le bestie dai dolori e tutto ciò ancora in pieno secolo decimo-nono».[1]

Per conoscere i particolari dell’uso è opportuno riferire la descrizione: “Cose del passato. La corsa di Santo Stefano”, frutto dei ricordi della memoria di Giuseppe Delli Quadri:

«La manifestazione ippica o corsa di Santo Stefano,[2] si svolgeva in Agnone il 26 dicembre di ogni anno. Coloro che possedevano cavalli, potevano andare col proprio quadrupede alla chiesa di San Nicola dove, presso una porticina laterale, precisamente quella della sagrestia, un sacerdote, ma più spesso un sagrestano o altro incaricato, ungeva con una piuma intrisa nell’olio, il fianco del cavallo. Si presumeva così di preservare la bestia dai dolori.

A parte il lato mistico del rito, era simpatico l’aspetto sportivo della manifestazione. Infatti, dopo l’unzione del cavallo, il padrone, ma più spesso il figlio o il nipote di lui, essendo un tale esercizio più in armonia con l’età giovanile, montava a cavallo e percorreva al passo il tratto di via Poerio dal largo San Nicola fino all’arco omonimo; fuori dell’arco cominciava il trotto o il galoppo che durava fino al punto più elevato di via Castelfidardo: da qui, per la discesa fino al monumento a Libero Serafini, si procedeva al passo. A questo punto iniziava la fase più suggestiva: una bella galoppata da piazza Vittoria fino al mulino (imbocco via Valle San Lorenzo) dove si faceva dietro-front procedendo al passo per la discesa (via Vittorio Veneto, via Marconi, via Roma, via Matteotti) fino al monumento a Libero Serafini in piazza Vittoria; e da qui al galoppo o al trotto fino all’arco di San Nicola.

L’unzione si effettuava per tre volte e per tre volte si percorreva l’itinerario su descritto. Poi si tornava a casa più o meno all’ora del pranzo che, per tradizione, era a base di maccheroni con le uova e cosciotto di agnello. Questo cibo rituale è ancora in uso tra le famiglie agnonesi. La corsa di Santo Stefano era aperta a tutti, senza bisogno di iscrizione. Si andava col cavallo che veniva unto e si correva. Non c’erano premi e la competizione poteva assumere carattere di gara solo per intercorsa sfida fra i partecipanti o parte di essi. Con l’avvento dell’auto, la corsa di Santo Stefano fu sommersa nell’oblìo».[3]

In campagna, il 26 dicembre vigeva l’usanza di tagliare i peli degli animali, scoprendo la pelle a forma di croce e recitando brevi preghiere.


 

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[1]Aquilonia, 1 gennaio 1885.
[2]Nel libro di letteratura paesana Calvario di guerra di M. Daniele, Ed. Alpes, p. 153, Milano 1932, vi è un nostalgico cenno di tale manifestazione.
[3]L’Eco dell’Alto Molise, dicembre 1984.
[4] Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.

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