Sant’Antonio Abate, 17 gennaio, il maiale, i fuochi.

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di Domenico Meo [6]

L’inverno nel mondo agricolo è contraddistinto da un periodo di stasi. Dal solstizio d’inverno all’equinozio di primavera, si assiste ad una graduale crescita della luce emanata dal sole ed al completo riposo della natura, quasi a stabilire un’atavica simbiosi. Alcuni proverbi locali, riguardanti il giorno di Sant’Antonio, ci fanno capire come le giornate cominciano ad allungarsi gradualmente:

A Sand’Andògne  de jenneare, ru séule allonga de nu passe de cheane (Per Sant’Antonio di gennaio, il sole cresce di un passo di cane). Sand’Andògne de jenneare, juorne e notte a peare a peare (Nel giorno di Sant’Antonio, giorno e notte hanno la stessa durata).
A Sand’Andògne de jenneare, ajjugne la lésca a ru pequereare
(A Sant’Antonio di gennaio, aggiungi il pane al pastore perchè la giornata è più lunga).

«Alla stasi invernale nel mondo vegetale e animale, l’immaginario popolare, spesso, accomunava simbologie macabre, quali il silenzio, la quiete, il sonno e il rigore della morte».[1]

Fertilità di Edvard Munch, 1890
Fertilità di Edvard Munch, 1890

Il calendario delle feste si compone di cerimoniali e di solennità che assumono svariati contenuti. La festa di Sant’Antonio è associata ad antichi rituali magici della fertilità. Il calendario cristiano, come in molte altre circostanze, dovette innestare questa festività su antiche reminiscenze pagane, legate  alle facoltà propiziatorie delle divinità. Nell’antica Roma, l’anno iniziava a marzo. Nei mesi che precedevano, i romani  svolgevano cerimonie di purificazione e di rinascita connesse con l’intero ciclo vitale delle piante, del mondo animale e degli uomini.

Ad Agnone, la festa viene celebrata nella chiesa intitolata all’Abate che, come attesta una incisione riportata sul capitello sinistro del portale, è di costruzione remota (1118).

Agnone Chiesa di Sant’Antonio

La statua del Santo, effigiato con l’aureola sul capo, il pastorale, il libro su cui è posto un piccolo fuoco e la mitra poggiata al suo fianco, è fissa e sembra opera del 1700. Nei due lunotti a fianco del finestrone centrale della chiesa vi sono due affreschi risalenti agli inizi di questo secolo. In quello di sinistra, si ammira Sant’Antonio che allontana il pericolo del fuoco, mentre nell’altro è raffigurata la tradizionale immagine del Santo in compagnia degli animali.  Nell’attuale calendario, la festa di Sant’Antonio conserva molti elementi precristiani.

Prima della grande meccanizzazione, veniva celebrata solennemente in molte regioni italiane, fra cui l’Abruzzo e il Molise dove l’Abate risulta essere  il più popolare. La ricorrenza era intrisa di significati legati al mondo rituale contadino: dalla preghiera alla gaiezza, dall’auspicio per i buoni raccolti alla protezione riservata agli animali tanto importanti per il lavoro dei campi. Tutto ciò avviene in un periodo che è preludio di rinnovamento, di passaggio dal freddo inverno alla floreale primavera.

Sant’Antonio è il protettore degli animali e specificatamente del maiale. Una leggenda racconta che il Santo davanti al palazzo regale di Barcellona guarì un porcellino zoppo.[2]

Altra tradizione è quella di accendere i fuochi la sera che precede la festa. L’usanza assume  un valore purificatorio (bruciando quanto di negativo vi è stato nell’anno precedente) e propiziatorio (fornendo ai campi e alle piante luce e calore in vista della primavera).

Fuoco di SantAntonio

Il Santo Anacoreta è anche venerato per essere il protettore dell’herpes zoster, detto comunemente fuoco di Sant’Antonio, che un tempo si curava col grasso di maiale. Il suo patronato si estende a tutti gli incidenti che possono scaturire dal fuoco e dalle fiamme. In alcuni paesi, la sera prima della festa, si compie un giro itinerante cantando litanie collettive e canti di questua legati alla vita del Santo, ricevendo in cambio la lessata o la salsiccia. Sant’Antonio, nelle varie effigi, compare attorniato da tanti animali e con ai piedi il fatidico maialino, quasi ad identificarsi con il contadino, tant’è che la sua immagine sacra compare press’a poco in tutte le stalle.

fuochi_di_sant_antonio_

A Villacanale la festa iniziava di buon mattino con le consuete funzioni religiose, seguite dalla benedizione degli animali, che avveniva davanti al sagrato della chiesa di San Michele. Tutti i contadini, fino al declinare degli anni settanta, formavano una sorta di processione con i loro quadrupedi addobbati con nastri, fiocchetti e mantelli, per poi recarsi innanzi la chiesetta e ricevere il segno di croce sulla spalla[3] e la sacra benedizione. Concluso il cerimoniale, senza montare a cavallo, perché così voleva la tradizione, gli animali sfilavano fino alla fonte Menaldi, creando un colpo d’occhio fantastico, tanto da far apparire la valle del sole simile ad un grande presepe.

Altra consuetudine, comune del resto a molti paesi, era quella di preparare la lessata. I contadini, alcuni giorni prima della festa, mettevano a  mollo, in grosse pentole: grano, granturco, ceci, lenticchie, fagioli e fave. La sera innanzi, i legumi venivano lessati in un grosso caldaio di rame (ru cuttriélle) e conditi con olio e sale.  Durante tutta la giornata del 17 avveniva lo scambio della vivanda tra le famiglie (quasi ad offrirsi vicendevolmente la prosperità); i protagonisti erano i ragazzi, che, con le pentoline ricolme, in un continuo viavai, entravano ed uscivano dalle case degli amici e dei parenti. Per devozione e per ricevere la sacra benedizione, la lessata si portava pure in chiesa. E non di rado si dava in pasto agli animali per salvaguardarli da eventuali malattie.

Il pranzo rituale, ancora oggi in uso, è a base de cavatiélle e carne de puorche o pallòtte (gnocchi con carne di maiale o braciole), il tutto bagnato con ottimo vino rosso delle nostre contrade.

La devozione per il maiale è testimoniata, in tanti paesi, dall’uso, oggi scomparso,  di allevare il cosiddetto maialetto di Sant’Antonio. L’antico costume si praticava fino agli anni cinquanta anche a Villacanale. Il maialetto, acquistato da un comitato, aveva la libertà di mangiare e dormire in qualsiasi stalla, ricevendo accoglienza e rispetto.[4] Era facilmente riconoscibile, perché aveva un orecchio spezzelleate (reciso, tagliuzzato) ed un campanello appeso al collo. Nel mese di gennaio, veniva ucciso, e il suo ricavato era devoluto alla chiesa. La festa di Sant’Antonio segna tradizionalmente l’inizio del Carnevale. Un tempo, i giovani, per entrare in questa fase di tripudio, solevano ballare allegramente al suono dell’organetto.

Tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore – Campobasso 2001

 

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[1]G. M. Gala, Il ballo, il porco e il Santo, in «Choreola», Firenze 1992, anno II,  n. 6,  p. 16.
[2]A. Cattabiani, Lunario, Mondadori, Milano 1994, p. 27.
[3]Di solito i contadini eseguivano il simbolico segno di croce sugli animali che avevano nella stalla.
[4]A. Cattabiani, Santi d’Italia, Rizzoli, Milano, 1993, p. 108: «Uno dei più antichi privilegi che i papi accordarono a l’Ordine ospedaliero degli Antoniani, fu quello di poter crescere maiali per uso proprio. Tale singolare allevamento avveniva a spese della comunità, sicché i porcelli potevano circolare liberamente fra strade e cortili se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso serviva a curare l’ergotismo, che venne chiamato il male di Sant’Antonio».
[6] 
Domenico MeoAbruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone.


Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine

 

3 Commenti

  1. La sera del 17 gennaio, a Montorio nei frentani, ogni quartiere accende un fuoco e la sere si cantano le “maitunate”intorno al fuoco, si mangia e si balla tutta la notte. Si cuoce un maialino alla brace, si beve vino rosso e si fanno i ceci “asc cati alla rena””(abbrustoliti nella sabbia del mare) e la canzone inizia con : 17 di gennaio ben venuto carnevale e ben venuto a tutta la gente…Anche a Campobasso nella zona di sant’antonio Abate accendono un grosso fuoco e si lessano i legumi e pizza di granone, anche gnocchi con carne di maiale e un gruppo di suonatori intonano delle canzoni popolari

  2. A proposito dl maialetto, Se ricordo bene,  c’e’ ad Agnone il modo di dire “Sand’Andògn s’e’ nnamurat’ d’ru’ puorcc e X di Y”, nei casi in cui X e’ una ragazza e Y e’ bruttarello ! O ricordo male ? 🙂 

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