Sant’Angelo del Pesco secondo Franco Valente

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di Franco Valente    16 ottobre 2011

Uscendo dal Molise per la valle del Sangro, Sant’Angelo è l’ultimo paese.

Sant'angelo del Pesco

Il 9 novembre 1943 i tedeschi lo distrussero completamente per far terra bruciata agli alleati. Così a S. Angelo furono cancellate anche le ultime tracce del piccolo abitato che si stringeva attorno all’antico nucleo fortificato che, secondo la consuetudine longobarda, era stato dedicato a S. Michele Arcangelo. Rimane qualche rudere ed il toponimo catastale di via della chiesa vecchia nella parte più alta del colle che, nell’anno XVI del fascio, fu consolidato con una bella muraglia fatta con quei blocchi di pietra squadrata che qui, ancora oggi, si chiamano bolognini. Lo ricordano i fasci littori scolpiti su pietra, anche se una popolare damnatio memoriae ne ha parzialmente cancellato uno.

E’ inutile cercare tracce del passato medioevale tra le cataste di pietre che limitano i vicoli dell’antico paese. Solo la facciata di una casa, con le aperture murate, conserva elementi lapidei di un qualche pregio. Ma già prima delle guerra, nell’Ottocento, il paese si era spostato cercando di guadagnare spazio con una nuova piazza ed una nuova chiesa, anch’essa dedicata al principe degli Arcangeli. Un paese che cercava di aprirsi a quel poco di traffico che si sviluppava sulla strada di collegamento dall’entroterra molisano all’Adriatico. La stessa strada che divenne un inferno quando su di essa si riversò tutto il traffico dei TIR che la trovarono comoda per raggiungere dal Tirreno il nuovo nucleo industriale di Val di Sangro.

Bello il monumento ai Caduti di Giuseppe Ciocchetti e piacevoli gli scorci che Umberto Taccola esaltò trasferendoli sul taccuino dei suoi disegni mentre percorreva a piedi più o meno tutti i paesi della provincia.

S. Angelo non ha monumenti che ricordino un grande passato, ma proprio questa assenza costringe a considerare con più attenzione la storia martoriata del suo popolo che Cesidio Delle Donne cerca di recuperare dalla memoria con quella nostalgia con cui ha titolato la sua raccolta di antichi documenti santangiolesi.

S. Angelo del Pesco è stato distrutto ma, nonostante tutto, non è giusto dire semplicemente che è stato ricostruito, perché le sue case, sebbene apparentemente non abbiano nulla a che vedere con il passato, sono in perfetta continuità con esso.

Considerando bene si scopre che la storia urbanistica di S. Angelo è come la storia di un bambino che cerca la mamma. E quando la mamma si sposta, il bambino le va dietro. Il paese si teneva raccolto attorno alla prima chiesa di S. Angelo. Poi la Chiesa si è spostata dall’altra parte e così il paese si è allungato con una fila ininterrotta di case a schiera che si è fermata quando ha trovato protezione nel luogo del Carmelo.

Quando la nuova Chiesa, che ripeteva il titolo di S. Angelo, è tornata a riprendersi il centro, il bambino finalmente si è fermato. Poi la guerra.

Se, dunque, del primitivo castello non rimane nulla, qualcosa sopravvive di una cinta muraria che in epoca angioina proteggeva la comunità che si era allargata al di là del nucleo longobardo e che sicuramente pagava le sue decime (IX e X tarì) alla Chiesa nel 1309 e nel 1328. Subito fuori, secondo il solito, sta il lavatoio coperto che utilizzava l’acqua superflua della fontana pubblica. Oggi le lavatrici elettriche ne hanno reso inutile l’uso, ma il sindaco Florindo Dilucente è convinto che la memoria storica di quel luogo debba essere salvata perché il lavatoio rimane forse l’ultimo riferimento fisico di una comunità che proprio nel lavare i miseri panni analizzava criticamente e con rassegnazione le proprie misere condizioni.

Nell’Archivio di Stato si conserva una copia del Catasto Onciario del 1742. Scorrendo l’elenco dei fuochi (uno per ogni famiglia) si ha un’idea precisa delle caratteristiche economiche del paese. La quasi totalità dei paesani erano pastori di pecore al servizio d’altri, alcuni erano braccianti, uno faceva il fabricatore insieme al figlio minorenne, un altro era mastro falegname con il figlio pecoraio e, infine, un solo faceva il prete con una modestissima proprietà di famiglia.

Eppure una comunità così povera era in grado non solo di pagare le tasse, ma anche di organizzarsi per un mutuo soccorso, tant’é che in quel secolo, forse ampliando una precedente cappella, si costituì una confraternita intitolata alla Madonna del Carmelo. La chiesa fu ingrandita con due navate laterali nel secolo successivo ed oggi don Vincenzo Del Corso, che ne è il fedele custode, è preoccupato per le lesioni che si sono aggravate con l’ultimo terremoto del 2002.

Una chiesa ricca di ricordi perché i santangiolesi una volta in essa venivano seppelliti e perché in essa trovarono riparo durante e dopo la guerra. Una chiesa che è riferimento per tutto il popolo perché il suo quadro, quando la Madonna del Carmelo prende anche il titolo dell’Assunta, viene portata in processione per tutto il paese. In quel quadro vi si vedono rappresentati anche due Santi. Quello di sinistra è Carlo Borromeo, quello di destra è Francesco di Paola, la cui immagine è ripetuta su un’altra pregevole tela che, un po’ rovinata, è sul pilastro della chiesa. Qui il santo calabrese si vede rappresentato con la legenda raggiata Charitas, il solito saio ruvido, il bastone di eremita ed il cappuccio che copre la sua testa barbuta di anziano novantenne.

S. Angelo, nonostante i gravi problemi (e tra essi una forte emigrazione per motivi di lavoro), è un paese dove si sta bene anche perché il silenzio non è il padrone assoluto. La sua piazza sempre viva, i negozi essenziali, il piccolo forno, il bar, il ristorante, sono tutti accoglienti ed il Municipio vigila affinché il paese sia costantemente il riferimento per chi da esso, per necessità, si è allontanato.

 
Franco Valente

 

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