San Giovanni Battista – 24 giugno

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di Domenico Meo [1] 

San Giovanni Battista di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio
San Giovanni Battista di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio

La festa di San Giovanni cade in prossimità del solstizio d’estate, assumendo tutti i contenuti delle celebrazioni dedicate ai cicli stagionali. Questa ricorrenza veniva riconosciuta dalle popolazioni pre-cristiane come periodo sacro, risultando una delle tante feste pagane su cui si è inserita una solennità cristiana. Quando i romani fissarono la nascita di Gesù al 25 dicembre, fu possibile stabilire anche quella di San Giovanni Battista.

Questo giorno è  ricco di credenze, sortilegi, incantesimi e superstizioni. Ad Agnone, così come racconta Michele Di Ciero nel suo libretto Folklore Agnonese, «nel pomeriggio della vigilia, le giovanette in età di marito si riunivano e scioglievano in un vaso del piombo. A turno, poi, si inginocchiavano sul pavimento tenendo in bilico sulla testa un bacile pieno d’acqua. Una delle compagne  prendeva il piombo fuso e, prima di versarlo nel bacile, invocava il Santo recitando questa formula: San Giuanne mia bbiélle / dimme che sorte sci ‘rpòšta a šta zetèlla.[1]

Piombo

Successivamente si esaminavano le forme che il piombo, solidificando nell’acqua, aveva assunto. Sia pure approssimativamente, si cercava così di indovinare il mestiere del futuro sposo.

Altra usanza molto praticata era quella dei cardi nel bicchiere. La sera della vigilia  ci si recava nei prati a scegliere due cardi grossi e belli. A casa se ne bruciacchiavano le teste e, all’imbrunire, si deponevano in un bicchiere d’acqua sul davanzale della finestra: uno verso l’interno della casa, l’altro verso l’esterno.

Cardo

Se al mattino uno dei cardi era dritto sullo stelo, la giovane si sposava durante l’anno: in paese, se si era drizzato il cardo posto all’interno, fuori paese nel caso opposto. Se invece tutti e due i cardi si piegavano sull’orlo del bicchiere, non si poteva parlare di sposalizio.

Molto curiosa era la credenza denominata: La testa di San Giovanni; la mattina del 24 le giovanette guardavano ad oriente perché credevano che, sul rosso cerchio del sole nascente, fosse visibile il volto del Santo decapitato. Si sposava dentro l’anno la giovane che aveva visto per prima il Santo».[2]

Sole

Le antiche tradizioni collegate alla festa di San Giovanni mettono in evidenza simbologie ricorrenti: l’acqua, le erbe e il fuoco. «Nella notte di San Giovanni (nasce la tenebra) sono le forze magiche, telluriche, benefiche o maligne a dispiegare la loro attività, segno probabile dell’inizio della discesa e dell’indebolirsi della forza solare o naturale».[3] Trattandosi quindi di un passaggio spaziale e cosmico, urge assicurarsi la protezione. Riscontriamo pertanto:

  la presenza dell’ acqua come fonte di vita, di purificazione e di

Acqua

rigenerazione;

– il piombo che simboleggia la materia impregnata di forza spirituale, con la possibilità di passare le proprietà di un corpo in quelle di un altro;

– il cardo, che appartiene alle cosiddette erbe di San Giovanni ed è simbolo vitale di fecondità;

– infine, la luce del sole, che da questo momento sarà più fioca, incamminandosi verso il semestre oscuro che conduce al solstizio d’inverno.[4]

San Giovanni è il protettore del comparatico e lega con vincoli e regole precise i compari. Ad Agnone si dice in dialetto: Ce štà ru San Giuènne (c’è il comparatico) e Ué San Giué, quando si vuole chiamare amichevolmente una persona.

La festa di San Giovanni Battista si teneva fino alla fine del secolo scorso nella chiesa di San Giovanni Gerosolimitano, oggi destinata ad abitazione civica.

Dai documenti  in possesso dell’archivio diocesano di Trivento, si apprende che la chiesa agnonese di San Giovanni Gerosolimitano, era grancia della commenda omonima di Isernia.[5]

La chiesa di San Giovanni Gerosolimitano di Agnone era situata nel borgo della città, nella pubblica strada (l’attuale Via Don Bosco fra i numeri civici 14 e 16: difatti la strada viene identificata dal popolo con l’appellativo Ngima a San Giuènne).[6]

Vicolo di Agnone

Per stabilire indicativamente quando è stata chiusa al culto questa chiesetta ci avvaliamo di altre due testimonianze scritte.  La prima riguarda il Parroco don Luigi Pannunzio, che in una lettera inviata a Giovanni Duprè il 23 giugno 1881, scriveva: “Domani che è festa nella mia Parrocchia, per San Giovanni, in una chiesa succursale io celebrerò mattutino, alle 2, e mentre Ella dorme il saporito sonno del mattino, io pregherò colla Messa per la sua prosperità: il Signore La benedica”.[7] La seconda, riportata su L’Eco del Sannio, conferma che dagli inizi di questo secolo la festa si celebra nella chiesa di Maiella. [8]

Dalla memoria orale, chi scrive ha appreso che la chiesetta più tardi fu acquistata e trasformata in civile abitazione da Nicola Marinelli (1863-1948). Oggi è di proprietà dei suoi eredi. 

Agnone chiesetta di Maiella

Di questa festa al presente si conservano la celebrazione religiosa nella chiesa di Maiella e la fiera, quest’ultima di origine antichissima. Un primo riferimento storico al riguardo lo troviamo su Statuti e Capitoli della Terra di Agnone:

«Con diploma dell’anno 1358 il Re Ludovico D’Aragona e la Regina Giovanna I concessero all’Università di Agnone il diritto di fare fiera per 8 giorni: 6 precedenti e 2 seguenti la Festa di San Giovanni Battista (24 giugno)». [9]

L’importanza della fiera si evince anche dalla cronaca dei periodici locali. Ad esempio su L’Eco del Sannio del 1888 vi è scritto: «E’ la seconda ma più importante fiera di Agnone, il Largo Maiella, il 24 giugno si empie di animali quadrupedi e bipedi. Dal borgo all’imboccatura dell’Istonia ferve una folla enorme».[10]

Nel 1912, il periodico locale Il Rinnovamento  riferiva: «Chi ha visto questa fiera cinquant’anni fa la ricorda tale e quale».[11]

 

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tratto da Le Feste di Agnone – Palladino Editore, Campobasso 2001

 
 

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[A] 
Domenico Meo, Abruzzese di Castelguidone (CH), ma agnonese di fatto, lavora alla Asrem di Agnone (IS). Si occupa, in termini scientifici, di dialetto, riti, usi e tradizioni popolari. Tanti i suoi libri, su cui giganteggia il Vocabolario della lingua di Agnone. 

[1]San Giovanni mio bello/dimmi che sorte hai [serbato] a questa giovanetta.
[2]M. Di Ciero, Folklore di Agnone. Usi e credenze per la festa di San Giovanni, in «Lares»,anno xxxvi, fasc. i-ii, Ed. L. S. Olschki, Firenze 1971, pp. 12-13.
[3]A. M. Antoni, C.Lapucci, I proverbi dei mesi, Ed. Cappelli, Bologna 1975,  p.155.
[4]In questa ricorrenza, in molte zone dell’Europa vi era l’usanza ,di accendere i fuochi per accattivarsi i benefici del sole ed eliminare le forze maligne. L’uso dei falò era praticato, fino agli anni cinquanta anche a Pescopennataro(Is).
[5]Archivio Diocesano di Trivento. Nel 1672 il Vescovo di Trivento ebbe il permesso per visitare la chiesa agnonese pur essendo di un Ordine irregolare.
E. Turco, Isernia in cinque secoli di storia, Ed. Miccoli, s. d., Napoli p. 128: «La Commenda di Isernia, che si presume istituita nel sec. XIII, beneficiava di un patrimonio immobiliare disseminato in tutte le contrade della circoscrizione territoriale assegnatale. Dalla copia di un documento del sec. XV, si desume che la Commenda isernina era apprezzatiissima dai sovrani aragonesi. Le chiese isernine di proprietà del Sovrano Ordine Militare di Malta erano intitolate a San Giovanni Battista e San Giacomo Apostolo. La distruzione di esse è imputabile alla funesta invasione francese del 1799 ed agli effetti del disastroso terremoto del 1805, che ne determinarono il definitivo abbandono.Verso il 1830 i resti della chiesa di San Giacomo e il palazzino semidiruto passarono di proprietà privata; i ruderi della chiesa di San Giovanni sgretolarono rapidamente fino all’ultima pietra».
[6]M. C. Melloni,Due Chiese scomparse in Agnone, in «L’Eco dell’Alto Molise», maggio1988:«la chiesetta  nel ’600 era una Commenda, affidata nel 1698 al comm. de Vicariis e ancor prima al comm. Gardato che a proprie spese la abbellirono. A detta Commenda appartenevano territori siti in Agnone e nelle pertinenze di Roio del Sangro, di Castiglione e di Caccavone e i cittadini che possedevano tali beni in enfiteusi erano tenuti ad una corresponsione censuale a favore della Commenda ogni anno nel giornodella festa di San Giovanni Battista. La chiesa era lunga 54 palmi circa e larga 19 con una porta di legno munita di serratura di ferro, sormontata di un arco dove era sormontata la campana; all’interno c’erano due archi e all’ingresso, ai lati della porta due fonti per l’acqua benedetta; in fondo l’altare con il quadro di San Giovanni.Gli arredi sacri erano costituiti da sei candelieri di legno, carte gloria, una statua vecchia di San Giovanni, un’altra di San Nicola e un grande crocifisso vecchio.Verso la fine del ’700 la chiesetta cadde in rovina divenendo “ricettacolo delle immondezze, asilo delle profanazioni, occasione di riprorevoli peccaminose azioni, il sito opportuno alle aggressioni e agli assassinii, quindi il locale da sacro qual era si tramutò in luogo profano”. L’amministrazione comunale pertanto nel 1825 per togliere ogni scandalo ad una devota popolazione e per renderla immune dai gravi pericoli che ogni singolo cittadino poteva in quel punto fatalmente incontrare, erogò la somma di 173 ducati e grana 13 per ricostruire il locale, destinandolo a forno pubblico e ricavandone una rendita annua di 140 ducati circa. Ma la Real Cassa di Ammortizzazione e Dominio Pubblico succedeva al Real Ordine Gerosolimitano di Malta, rappresentata nel Molise dal Direttore Giuseppe Giusti, nel 1850 fece causa al Comune chiedendo il rilascio del locale dell’antica chiesetta, avendo riscontrato in un cabreo dell’anno 1768 del notaio Celestino Ciarlante di Isernia che la Commenda dell’Ordine Gerosolimitano di Malta nel Comune di Agnone tra gli altri fondi possedeva la chiesa di San Giovanni. La Reale Cassa ritenne dunque che il Comune avesse perpetrato una sacrilega occupazione della chiesa riducendola a pubblico forno. Il Tribunale con la sentenza del 30 aprile 1850 ordinò che con apposita perizia si verificasse lo stato dei luoghi e che la Real Cassa provasse anche con testimoni che nella cappella al tempo della occupazione fattane dal Comune esistevano un quadro di San Giovanni, una campana e un altare in pietra. Comunque in una planimetria della città di Agnone, forse della prima metà del secolo, non compare la chiesa di San Giovanni, che evidentemente non esisteva più».
[7]G. Dupre’ e L. Pannunzio, Al dottore in lettere Giuseppe Ciardi Duprè che sposava Teresa Vandoni, Agnone 1900, Lettere, p. 88.
[8]L’Eco del Sannio, 25 giugno 1902
[9]F. La Gamba, Statuti e Capitoli della Terra di Agnone, Napoli 1972,  p. 187.
[10]L’Eco del Sannio, 1 luglio 1888.
[11]Il Rinnovamento,  giugno 1912

Editing: Enzo C. Delli Quadri
Copyright Altosannio Magazine 

 

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